Le ferite restano ma la Casa dei Risvegli a lui dedicata è un fatto, è un sollievo. Ci sono speranze, oggi come allora, che intrecciano la sua storia con quella di tante altre anime fragili come lui. È una trama delicata, ma tiene insieme i pezzi
di Fulvio De Nigris, direttore centro Studi per la Ricerca sul Coma, Gli amici di Luca nella Casa dei Risvegli Luca De Nigris di Bologna
Otto gennaio. È questo il periodo in cui tutto riaffiora. Il mare che sembrava si fosse calmato, cominciò a risalire con onde sempre più grandi. Ed eccolo là, Luca. Sempre lì. Sempre qui. In quel tempo di ventisette anni fa, quando non si svegliò. E il silenzio che lasciò non era un vuoto ma un insegnamento.
Ci insegnò che l’assenza ha una sua presenza. Una lingua muta che parla ovunque a chiunque aspetti un risveglio che a volte arriva, a volte no. Il mondo ha una logica crudele che non si capisce, si vive e basta.
Da allora, molte cose sono state fatte in suo nome. E tante ancora si fanno e si faranno. E come un fuoco che arde e lo tiene vivo più che mai. Ma ci sono giorni, come oggi, in cui quel fuoco si affievolisce, e resta una luce tremolante, un’immagine che riaffiora. Luca, adolescente. Quindici anni. Una risata piena, occhi accesi. Una vita spalancata davanti, pronta a essere vissuta. I progetti, i sogni, il futuro che sembrava già lì come un dono impacchettato con cura. Ma quel futuro non si è mai aperto. Luca non è diventato grande. Non ha realizzato i suoi sogni.
E noi? Noi genitori, io, Maria, gli amici di Luca abbiamo vissuto anche per lui. Come tanti che hanno perso qualcuno a loro molto caro, ci siamo fatti carico anche di lui: vivere per chi non può più farlo. È qualcosa che consola ma non guarisce.
Le ferite restano ma la Casa dei Risvegli a lui dedicata è un fatto, è un sollievo. Ci sono speranze, oggi come allora, che intrecciano la sua storia con quella di tante altre anime fragili come lui. È una trama delicata, ma tiene insieme i pezzi.
Il tempo è passato, sì, ma con lui e senza di lui e va riempito con il nostro messaggio oggi ancora più forte e da sostenere: quello rivolto alle persone come Luca che ogni anno vanno in coma e aspettano con le loro famiglie che qualcosa accada.
È il tempo dell’attesa. Ed è in quel tempo che, in qualche modo, lo ritrovo ancora.
Sempre qui. Sempre lì.

Bello e toccante il tuo scritto carissimo Fulvio e sempre complimenti per quello che avete realizzato, tu e Maria, e continuate a fare
Grazie per questa realta’ quasi magica creata in memoria di Luca. Tutte le case nelle quali l’assenza continua a divenire presenza sono luoghi nei quali si tesse la tela della speranza nella vita e nei suoi perche’, spesso oscuri. Ogni giorno in silenzio genitori prendono per mano i figli per procedere insieme fuori dal coma del dolore e della disillusione, provando a disegnare un arcobaleno con i colori del ricordo e della antica e infantile fiducia in cio’ che accade, anche quando sembra incomprensibile e apparentemente crudele.
E quanta fatica nello scrivere “apparentemente”, per molti solo un’affermazione concettuale, per chi ha dentro il baratro di una perdita contemporaneamente parola di necessita’ e punto di arrivo. Il corpo nel mare sbattuto sugli scogli del dolore inconsolabile e poi di una istintiva speranza. Finche’ si approda su un’isola che compare quadi per caso, e si trova la forza di andare avanti. Piccole private Case di Luca, dove si coltiva con pazienza una rinnovata fiducia.