Dopo quello che è accaduto sabato sera è importante provare a capire quali ragioni sociali hanno mosso le persone a comportarsi in modo così tanto violento. Dall’ovvio parallelismo alle vicende che fecero seguito alla morte di George Floyd alla rabbia sociale che nasce quando lo Stato di diritto non funziona come dovrebbe
di Andrea Femia, digital strategist cB
Le scene di sabato hanno rievocato immediatamente quelle di qualche anno fa, quando negli Stati Uniti che si apprestavano a terminare il primo ciclo della presidenza Trump, presero piede movimenti più o meno organizzati, più o meno violenti, che finirono tutte insieme appassionatamente sotto la sigla del Black Lives Matter. Essendo passato tutto sommato poco tempo ricorderemo tutti i fenomeni che abbiamo visto con occhio distante e per questo, forse, più indulgente. Il mantra era più o meno simile a quello ben descritto nella “Febbre del Sabato Sera” (qui) bolognese del redattore capo, Pier Francesco Di Biase: cassonetti in fiamme, vetrine rotte, una sensazione di malessere incanalato in rabbia, la rabbia che prende strade solitarie e difficilmente condizionabili da eventuali indirizzi dettati da qualcuno.
Per proseguire nel parallelismo, veramente molto semplice, quelle proteste fecero seguito alla morte violenta di George Floyd, assassinato da poliziotti ripresi in un video che ancora oggi fa impressione nella sua crudeltà. Le scene nostrane sono figlie di un’altra azione operata dalle forze dell’ordine, un inseguimento di una pattuglia dei carabinieri il cui obiettivo era quello di raggiungere uno scooter con a bordo due fuggitivi, prima che, a leggere il verbale dei carabinieri coinvolti riportato nella ricostruzione di Repubblica, «lo scooter è scivolato e ha impattato contro il palo del semaforo e ha terminato la corsa contro l’aiuola» (qui).
Qualche giorno più tardi da questa ricostruzione, un video trasmesso dal Tg3 ha raccontato un’altra realtà. O meglio, l’ha completata. Lo scooter è scivolato non al primo tentativo di speronamento dei carabinieri, la morte violenta di Ramy Elgaml poteva essere probabilmente evitata tenendo un atteggiamento più prudente.
Perché ribadire cose che già si sanno? Perché al di là della strumentale polemica sull’antisemitismo o addirittura sulla new entry “cristianofobia”, che sembrerebbe davvero scomodo commentare senza sembrare sgarbati, il problema di quanto successo sabato sera è che potrebbe risuccedere proprio perché nessuno guidava quei processi. Proprio perché la rabbia è sfociata non in gente generalmente protagonista di cortei o di piazze violente, ma in ragazzi che, almeno sembrerebbe dalle prime ricostruzioni, non avevano mai fatto male a nessuno.
Abbiamo innumerevoli scritti che delineano i meccanismi con cui la rabbia monta nelle masse più deboli quando le stesse vivono situazioni che mettono nero su bianco la predisposizione del più forte ad abusare della propria posizione. Si diventa per forza di cose poco confortevoli in uno Stato di diritto che tende a dimenticare il motivo per il quale è nato lo Stato di diritto, i motivi per cui sono nate le costituzioni.
L’Occidente, per usare un termine che sa essere straordinariamente vago, si è beato per decenni della propria superiorità civile insita in un sistema di pesi e contrappesi che annientava la possibilità, per taluni, di essere più protetti degli altri. Questo periodo storico si sta caratterizzando per una sempre minore attenzione alla tutela dei meccanismi che disinnescano le tensioni sociali.
Sempre per tornare agli Stati Uniti, il “leader del mondo libero”, il presidente, è risultato colpevole in un processo e in un modo nuovo, mai visto fino a oggi, i giudici che dovevano decidere che tipo di condanna dovesse intervenire hanno scelto di non applicarne alcuna. È difficile anche trovare i termini per descrivere quello che è successo. La sentenza lo ha sancito colpevole, ha commesso un reato. Ma siccome è il presidente non sarà applicata alcuna condanna. Non fa neanche ridere.
Per tornare a Bologna, la reazione del sindaco Lepore merita un plauso per la civiltà e per la comprensione di meccanismi legati a movimenti radicalmente nuovi, apartitici, probabilmente apolitici, probabilmente sporadici. Chiamare “a Palazzo” degli individui raccontati, anche con delle ragioni ovvie, come dei vandali rabbiosi a parlare e chiedere un confronto non era un atto dovuto. In altri contesti si sarebbe preferito mettere la polvere sotto il tappeto, come accaduto fino a oggi in ogni contesto, preferendo sparare nel mucchio e limitarsi a sperare semplicemente che questa devastazione sia stato frutto di un momento che non si ripeterà a breve.
Non passi il principio che a qualcuno faccia piacere che ci sia stato il caos, è ovvio che sono scene dolorosissime, alle quali nessuno vorrebbe mai assistere, come è francamente terribile che in un momento così complicato qualcuno ne abbia approfittato per farne uno scontro tra civiltà, arrivando a chiedere di rimuovere la bandiera palestinese da Palazzo D’Accursio, come se esistesse anche la ragionevole probabilità che sostenere un popolo martoriato da 15 mesi possa aiutare qualcuno a bruciare dei cassonetti. Ma vabbè.
Per provare a fare in modo che il fenomeno non si ripeta, anche se nessuno lo può garantire, bisogna principalmente capire da dove nasce e cosa lo muove. Nell’idea che le istituzioni che tornano a indossare mantello e corona abbandonati con gli assolutismi non aiutano in primis loro stesse.
A scuola abbiamo imparato che le costituzioni sono nate per affermare il principio che tutti, anche i sovrani, sono uguali di fronte alla legge. Si riparta da qui.
Photo credits: Repubblica Bologna
