La restituzione degli spazi al 20% e il futuro incerto del Pd nella città metropolitana di Bologna

Il taglio delle sedi fisiche è un passo doloroso ma inevitabile, deve però essere accompagnato contestualmente da una revisione completa del modello organizzativo del Partito democratico

di Maurizio Morini, Innovation Manager, e Mattia Fontanella, organizzatore culturale


Negli ultimi mesi, il dibattito sulla crisi dei circoli del Partito democratico di Bologna ha visto evoluzioni significative, ma non senza lasciare molteplici dubbi irrisolti. Maurizio ne ha scritto su cB recentemente (qui). È ormai ufficiale che almeno il 20% dei metri quadri totali gestiti dal partito verrà restituito alla Fondazione Duemila. Tuttavia questa decisione, che va ratificata nella prossima direzione provinciale Pd del 20 gennaio, rappresenta un passaggio cruciale e solleva più interrogativi che certezze. 

Il mancato ascolto degli iscritti e la gestione del debito

Uno degli aspetti più critici del processo è l’assenza di un confronto con la base del partito. Né gli iscritti né i circoli sono stati realmente coinvolti nella decisione, rinunciando così a una discussione ampia e partecipata che avrebbe potuto portare a soluzioni più articolate e condivise. Questo atteggiamento indebolisce il rapporto tra il partito e la sua comunità, già messo a dura prova dalla chiusura di molte sedi fisiche. A complicare ulteriormente la situazione è la gestione del debito accumulato nel corso degli anni. Il valore del passivo si è moltiplicato negli anni, ma ci si chiede perché l’unica soluzione individuata sia arrivata solo ora: perché non si è agito prima? E soprattutto, quali sono le garanzie che la restituzione degli spazi equivalenti al 20% dei metri quadri risolverà il problema, senza creare ulteriori difficoltà?

La mancanza di visione sociale e dei circoli come “beni comuni”

Tra le molte perplessità, spicca l’assenza di una valutazione seria di formule innovative con un valore sociale riconosciuto. Una delle opzioni trascurate, per esempio, è quella delle comunità cooperative urbane, un modello già sperimentato da Legacoop, di cui la stessa Coop Edile Bastia è parte. Questo approccio avrebbe potuto trasformare gli spazi inutilizzati in luoghi di partecipazione attiva, coinvolgendo cittadini, associazioni di volontariato e giovani gruppi progressisti. 

Ma i circoli non devono limitarsi a essere semplici contenitori: possono e devono diventare spazi considerati beni comuni, sempre aperti per la comunità circostante. In questo senso, potrebbero svolgere un ruolo cruciale come sportelli di ascolto dei bisogni, indirizzando i cittadini verso le istituzioni competenti per risposte più articolate e mirate. 

Un’altra funzione fondamentale che i circoli possono ricoprire è quella di essere luoghi di informazione e formazione permanente, ovvero vere e proprie “comunità autoeducanti” che dialoghino con gli specialisti presenti sul territorio. Qui si potrebbero organizzare corsi di formazione per le diverse età, scambi di competenze, e iniziative di socializzazione che promuovano l’incontro tra generazioni, come il co-working; e ancora corsi di lingue, alfabetizzazione digitale e doposcuola, attività che già oggi vengono svolte in alcuni circoli grazie all’impegno dei volontari. 

I circoli potrebbero anche porsi come luoghi di scambio e relazione, dove cittadini di tutte le età e background possano incontrarsi e collaborare per sviluppare competenze condivise. In aggiunta, questi spazi potrebbero essere utilizzati per perseguire obiettivi di comunità, ispirandosi al modello di altri territori europei, con un focus su progetti sociali e ambientali capaci di generare un impatto positivo per il territorio. 

Un aspetto chiave per la sostenibilità economica dei circoli sarà quello di aprirsi maggiormente all’uso condiviso degli spazi per attività private e comunitarie, come feste di compleanno, assemblee di condominio o cene sociali, cosa che in parte già avviene e che andrebbe istituzionalizzata.

Un rilancio organizzativo non più rinviabile

Se, come previsto, nella riunione della Direzione provinciale del Pd del 20 gennaio 2025 sarà confermata la restituzione degli spazi alla Fondazione Duemila, sarà indispensabile avviare immediatamente un progetto di rilancio organizzativo. Questo progetto dovrà andare ben oltre l’attuale gestione, rivedendo profondamente l’assetto del partito e le sue modalità operative. È fondamentale rafforzare il legame tra i circoli e la cittadinanza, trasformandoli in punti di riferimento per la vita sociale del quartiere. Un rilancio efficace richiederà: 

– Un nuovo modello di partecipazione: sfruttare le tecnologie digitali per costruire una rete tra circoli e territori, promuovendo la partecipazione e il confronto anche in assenza di spazi fisici. 

– Sinergie sociali e culturali: trasformare i circoli in hub di innovazione sociale, dove iniziative locali e comunitarie possano prendere forma con il sostegno di associazioni e cooperative. 

– Una visione strategica per il futuro: affrontare il tema delle risorse economiche con piani più strutturati e lungimiranti, evitando che il partito resti vittima di debiti cronici e soluzioni tampone. 

In conclusione, come segnalato anche da Aldo Bacchiocchi (qui) la restituzione degli spazi è un passo doloroso ma inevitabile, segno di una crisi che non è solo economica, ma anche politica e culturale. Se questo sacrificio non sarà accompagnato da una visione di rilancio organizzativo, il rischio è che il Partito democratico comprometta significativamente il suo radicamento sul territorio. Solo un piano strategico, che metta al centro l’innovazione gestionale, la partecipazione e il valore sociale, potrà trasformare questa crisi in un’opportunità per il futuro.


3 pensieri riguardo “La restituzione degli spazi al 20% e il futuro incerto del Pd nella città metropolitana di Bologna

  1. Buongiorno, vivo in Appennino precisamente a Porretta Terme. In questa zona – comuni di Alto Reno Terme, Gaggio Montano, Castel di Casio, non solo non ci sono più le sedi ma è scomparso il partito. Nessuna iniziativa, niente di niente.

    1. hai ragione, Claudio, se si separa/ chiude un circolo perché ne manca la visione sociale dibene comune, la conseguenza è che gli iscritti si disperdano.. le opzioni che potrebbero ancora permettere di gestire / risolvere..debbono ancora essere discusse..e si e’ già deciso di chiudere senza aver cosultato gli iscritti!!! questo è un errore/pasticcio..che non doveva accadere

  2. Testo molto interessante e propositivo, aggiungerei che la perdita di sedi è stato l’epilogo di una perdita precedente di identità….lo sradicamento sociale, ovvero non riconoscersi più nella nozione di classe e del relativo conflitto, insieme alla predicazione del “partito leggero” vuoi anche per ragioni di bilancio, immergendo il partito nella visione di una società liquida e lattiginosa, in cui le differenze si diluivano, è stata la premessa di una smaterializzazione, progressiva, per assumere alla il carattere di partito del leader. Ora si tratterebbe di indagare le fondamenta per ricostruire un edificio nuovo

RispondiAnnulla risposta