Una ricerca del Dipartimento di Scienze statistiche dell’Università di Bologna ha evidenziato una correlazione tra la perdita del coniuge e l’aumento del rischio di mortalità. Ma quello della solitudine della popolazione anziana è fenomeno in forte crescita da anni per ragioni demografiche e socioculturali
di Barbara Beghelli, giornalista
È uscita una interessante ricerca Unibo diretta da Chiara Ludovica Comolli, professoressa del Dipartimento di Scienze Statistiche “Paolo Fortunati” dell’Alma Mater di Bologna, in collaborazione con Inps e realizzata nell’ambito del Progetto Pnrr Agr-it. Lo studio evidenzia come per gli uomini pensionati che rimangono vedovi, aumenti il rischio di morte del 35% rispetto ai coetanei in coppia. I risultati mostrano che nella fascia d’età più comune di pensionati tra i 75 e gli 80 anni, il rischio di mortalità per gli uomini vedovi è circa del 35% più alto rispetto agli sposati. Per le donne, invece, l’effetto della vedovanza è minore, con un aumento del rischio di morte di circa il 24% in più rispetto alle donne sposate.
Professoressa, ci può spiegare?
«L’analisi ha fatto emergere queste stime; per avere un’idea più chiara di cosa questo comporti, possiamo tradurre il rischio di morte in termini di aspettativa di vita residua. Nel 2019 questo rischio maggiore di mortalità tra i vedovi rispetto ai coetanei sposati si traduceva in una differenza nell’aspettativa di vita residua a 67 anni; gli sposati vivevano in media 1,7 anni in più dei vedovi, mentre per le donne sposate il vantaggio era di circa 1,2 anni».
È appurato che la vedovanza comporti un aumento di rischio di deterioramento della salute?
«Certamente. Una ricca letteratura di studi scientifici mostra che rimanere da soli implica una riduzione della salute fisica e mentale e comporta un aumento dell’eventualità di decesso. I rischi sono più elevati nei primi mesi poi diminuiscono nel tempo, ma alcuni studi mostrano che possono durare per anni».
E i cambiamenti nel comportamento alimentare cosa c’entrano?
«Una riduzione del consumo di proteine in età avanzata può influire significativamente sulla salute. Ciò che sembra essere un fattore comune in tutte queste situazioni è una minore cura di sé, la trascuratezza dei propri bisogni e l’aumento di comportamenti a rischio, che contribuiscono all’aumento del rischio di mortalità per il coniuge superstite».
E la solitudine?
«Conta. Il tempo trascorso da soli e il senso di isolamento sono meccanismi-chiave che spiegano il peggioramento del benessere psicologico e fisico».
E a Bologna che succede?
«Non abbiamo dati specifici per provincia, quindi non posso rispondere su Bologna nello specifico, ma possiamo parlare della regione Emilia-Romagna. In termini di differenza di aspettativa di vita residua all’età di 67 anni, nella nostra regione si attesta su 1.8 anni per gli uomini e di 1.2 anni per le pensionate. Sia per gli uomini sia per le donne la differenza è di poco sopra la media nazionale (1.7 per gli uomini e 1.1 per le donne)».
L’analisi si basa su dati raccolti tra il 2014 e il 2022.
«Non abbiamo dati più recenti, ma possiamo fare delle previsioni di carattere generale: la vedovanza è un fenomeno che sta diventando sempre più rilevante numericamente e lo sarà sempre di più. Le caratteristiche del fenomeno cambiano a causa di alcuni processi demografici e sociali che riguardano le società moderne, e quella italiana in particolare. Tra questi ci sono l’aumento della durata di vita e i cambiamenti nelle famiglie. Va da sé che con le persone che vivono più a lungo, la vedovanza tende a verificarsi più tardi nella vita ed è diventata un fenomeno che coinvolge soprattutto gli anziani. In particolare le donne perché tendono a vivere più a lungo. Infine, il supporto familiare per gli anziani soli è ancora scarsissimo, e questo rende più difficile tutto».
Qual è la soluzione?
«È difficile trarre conclusioni generali perché il nostro studio dimostra che l’impatto della vedovanza varia moltissimo da contesto a contesto e a seconda delle caratteristiche individuali dei vedovi, e soprattutto varia a seconda dell’intersezione tra queste caratteristiche. Per esempio: l’effetto per una donna di basso reddito che vive in Sardegna sarà molto diverso rispetto a un uomo di alto reddito che vive in Emilia-Romagna. È importante quindi affrontare il tema a livello locale con politiche su target specifici caso per caso (per esempio dal punto di vista del sostegno psicologico), ma in generale possiamo dire che è fondamentale che il tema della vedovanza entri nel discorso pubblico e che sia legato soprattutto al tema della parità di genere, in particolare dell’indipendenza economica delle donne all’interno della coppia e quindi dell’inserimento e permanenza per l’intero arco della vita adulta delle donne nel mercato del lavoro».
