L’Emilia-Romagna dei pieni e dei vuoti: riabitare le aree interne è possibile

La consapevolezza della fragilità di quei territori è alla base del lavoro “Sette montagne, otto colline e una pianura – Riabitare i territori fragili emiliani e romagnoli è possibile?”, promosso da Fnp Cisl Pensionati Emilia-Romagna e Fondazione Generazioni ed edito da Pendragon. Presentazione il prossimo 7 febbraio, dalle 9.30 alle 13.30 nella sala 20 maggio 2012 di viale della Fiera 8

di Gianluigi Bovini, statistico e demografo


Recentemente si è accentuata l’attenzione sulle cosiddette “aree interne”: si tratta di territori fragili, prevalentemente montuosi e collinari, nei quali i fenomeni demografici, come la caduta delle nascite, l’invecchiamento della popolazione e l’abbandono dei paesi a causa delle migrazioni, sono esacerbati rispetto al resto dell’Italia.

Al 1° gennaio 2024 negli oltre 4mila comuni classificati come aree interne risiedevano 13,3 milioni di persone, circa un quarto della popolazione nazionale. 1,2 milioni di imprese operavano in questi territori e quelle agricole erano 310mila; in tali aree si trova oltre il 50% della superficie agricola utilizzata e quasi il 70% del patrimonio forestale. Questi luoghi custodiscono tesori unici dal punto di vista ambientale, culturale e produttivo; come ha evidenziato da tempo Fabrizio Barca rappresentano una diversità preziosa, che può essere la felicità dell’Italia se viene continuamente rigenerata. Per comprendere le grandi potenzialità di queste aree bisogna invertire lo sguardo, guardare all’Italia intera partendo dalle periferie, nella consapevolezza che le aree del margine non sono una parte residuale e che si tratta del terreno decisivo per vincere le sfide dei prossimi decenni, a partire da quella ambientale.

In Emilia-Romagna l’inverno demografico è più mite che nel resto d’Italia: la forte capacità attrattiva nei confronti di persone italiane e straniere determina ogni anno un saldo migratorio positivo di rilevante ampiezza, che permette alla popolazione di aumentare nonostante l’accentuato calo delle nascite. Anche nella nostra regione sono però presenti estese aree caratterizzate da un’elevata fragilità demografica: in queste zone da molto tempo gli abitanti diminuiscono e si sono determinate profonde modifiche negli equilibri tra le generazioni, con una netta prevalenza delle persone anziane e un peso ridotto dei giovani. Si accentua così il divario tra territori troppo pieni, dove si concentra lo sviluppo e si addensano criticità ambientali, e zone troppo vuote che corrono il rischio della progressiva estinzione della vita sociale ed economica e conoscono pericolosi fenomeni di degrado  legati all’abbandono.

La consapevolezza di questo problema è alla base del progetto di lavoro e ricerca, promosso dalla Fnp Cisl Pensionati Emilia-Romagna in collaborazione con Cisl Emilia-Romagna e con il coordinamento della Fondazione Generazioni, che ha analizzato in profondità la transizione demografica in corso e prevista in 118 comuni emiliani e romagnoli così suddivisi: 9 comuni della pianura orientale ferrarese, 43 comuni di collina interna appartenenti a otto province e 66 comuni montani collocati in sette territori. I risultati di questo lavoro vengono ora pubblicati nel volume “Sette montagne, otto colline e una pianura – Riabitare i territori fragili emiliani e romagnoli è possibile?”, edito da Pendragon, che ho curato con il collega demografo e statistico Franco Chiarini.  Lo studio identifica in particolare le sfide legate alle trasformazioni della popolazione e delle famiglie, che bisogna affrontare e superare per raggiungere l’ambizioso obiettivo di riabitare tali aree, che coprono quasi il 44% della superficie regionale (oltre 9.800 chilometri quadrati) e sono vissute da circa 423mila persone residenti e da molti turisti nei diversi periodi dell’anno.

La copertina del libro

Il volume verrà presentato in un convegno che si svolgerà venerdì 7 febbraio, dalle 9.30 alle 13.30 a Bologna in viale della Fiera 8 nella sala 20 Maggio 2012 della Terza Torre della Regione Emilia-Romagna (si veda nell’immagine allegata il programma della giornata, che sarà aperta dal saluto del Presidente dell’Assemblea Legislativa Maurizio Fabbri). Sarà un momento importante per condividere l’auspicio che la “corrente calda” degli impegni e delle speranze di chi opera per il progresso di queste aree prevalga sulla “corrente fredda” delle statistiche che segnalano la criticità demografica e sociale.

Tutti noi impegnati nel progetto condividiamo l’affermazione del Professore Stefano Zamagni, che ha curato la prefazione dello studio: riabitare i territori fragili emiliani e romagnoli è possibile, purché lo si voglia.


4 pensieri riguardo “L’Emilia-Romagna dei pieni e dei vuoti: riabitare le aree interne è possibile

  1. Si discute spesso della possibile nuova attrattività di quelle zone, distanti dalle grandi città ma dense di natura e di quiete, nei commenti nei confronti dei nuovi ceti professionali che possono lavorare a distanza se opportunamente serviti da reti internet a grande velocità. Ma…” Non di solo pane vive l’uomo”, in specie chi persegue “virtute e conoscenza”. La città è una insostituibile….teatri, cinema, mostre, musei, sale da casa concerto, librerie, biblioteche, etc. E poi c’è la socialità, altrettanto importante. Luoghi di ritrovo, ristoranti, stazioni ed aeroporti per spostarsi lontani, etc… Il paesello non basta più .

  2. Per chi abita le aree interne, come chi scrive, le affermazioni dell’articolo e probabilmente del volume a volte appaiono un po vuote.
    Abitare le aree intere, per come spesso sono viste dalla pianura o dalle zone di maggiore sviluppo, appare raccontato come uno svago nella natura bello calmo con tanti paesaggi. Allora un moto di tutela dell’immagine che si ha apre la strada a politiche spesso ideologiche di conservazione monoculturale e comunque monodirezionale.
    Il punto è qui.
    Le aree interne hanno bisogno di conservare la propria vitalità che è antropizzazione, lavoro, sviluppo concreto, tradizioni e poi paesaggi cultura e solidarietà.
    Tutto in dimensioni minori ma diffuse, piccoli tasselli di un grande mosaico.
    Ma le norme non hanno il coraggio della specifica.
    L’accesso ai servizi è solo parzialmente mitigato su basi statistiche comunque elevate e irragionevoli.
    Lo studio è appesantito da tempi e costi che non trovano riconoscimento.
    L’accesso alle nuove tecnologie, all’efficienza ed indipendenza energetica è frenato dalla visione mulino bianco diffusa nelle stanze delle decisioni.
    La gestione del territorio è parificata alle aree metropolitane la dove è giusto e sensato oltre che economicamente sostenibile un approccio di freno e condizionamento allo sviluppo delle città. Vincoli, perimetri ostacoli, prescrizioni e condizioni sempre piu’ insostenibili buoni sempre piu’ spesso solo per belle cartoline.
    L’insediamento delle imprese e delle professioni è frenato dalle distanze con viabilità spesso maltrattate e connessioni in faticoso ritardo.
    Insomma
    Volete parlare di aree interne?
    Benissimo, ma fatelo nelle aree interne e dalle aree interne e soprattutto abitando nelle aree interne.
    Siamo ospitali non temete.
    Questa è la mia speranza.

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