Sergio Colomba, meraviglioso e sconcertante

Non c’è una ricorrenza, un anniversario o un particolare motivo per parlare proprio oggi del giornalista scomparso nel 2023. C’è solo il desiderio di raccontare una persona apprezzata e stimata per tanti anni come docente universitario e come critico di teatro. Bologna e i suoi giornali ne hanno frettolosamente archiviato la scomparsa e la memoria

di Mauro Bassini, giornalista


Premessa. Non avrei potuto scrivere questo ricordo senza alcune lunghe chiacchierate con Giovanni e Simona Serafini che per una vita, pur vivendo a più di mille chilometri di distanza, sono stati gli amici più affettuosi di quel personaggio meraviglioso e sconcertante che si chiamava Sergio Colomba.

Un giornalista che sapeva conquistare i lettori con l’ironia di una battuta, o con un semplice e geniale aggettivo. I suoi lettori erano molto più che fedeli, profondamente devoti, perché Sergio Colomba era come la Cassazione: un biglietto per lo spettacolo al Duse o all’Arena del Sole lo si comprava solo dopo aver letto sul Carlino la sua recensione. Che era come un semaforo. Rosso, giallo o verde. Ma con una battuta ironica, o con un solo contundente commento, quel formidabile critico teatrale era anche in grado di mandare in frantumi una ventennale amicizia, apparentemente indistruttibile, senza provare nemmeno a rimetterne insieme i cocci. Sergio Colomba aveva un carattere forte e particolare. Fu un maestro della critica teatrale italiana degli anni Ottanta e Novanta. Fu un brillante professore nella più affascinante e feconda stagione del Dams di Umberto Eco. Nel dicembre 2023 Sergio se ne andò da questo mondo a 78 anni, alla fine di un doloroso tunnel di malattie e di sconcertanti complicanze ospedaliere. Sarebbe giusto ricordarlo più di quanto la sua città abbia fatto finora.

Bolognese, colto e raffinato, Colomba era un uomo dalle tante passioni forti, intense, ardenti: la lettura, la scrittura, le belle donne, la buona cucina, certi cibi raffinatissimi che andava a cercare in mezza Italia, a costo di lunghi viaggi. E naturalmente il teatro e l’insegnamento che per tanti anni sono stati la sua vita. Erano splendide certe sue lezioni di metodologia della critica e di storia del teatro, fra studenti che lo adoravano e altri che lo detestavano, perché un tipo come lui non poteva lasciare indifferenti e non poteva certo piacere a tutti. Colomba ci ha lasciato splendidi volumi su Brecht e Jean Genet, sulle sperimentazioni teatrali di fine secolo, sull’opera di Carmelo Bene col quale allacciò un’amicizia intensa, difficile, bruscamente interrotta, ma sincera e feconda.

Curiosità, ironia e solitudine erano i connotati del suo inquieto vivere. Era capace di salire su un treno scelto a caso e scendere dopo 200 o 300 chilometri per scoprire una città che non aveva mai visto, o per seguire una ragazza carina che lo aveva colpito. Come il protagonista di un bel racconto di Milan Kundera (“La mela d’oro”, nella raccolta “Amori ridicoli”) Sergio non si manifestava, non abbordava, si limitava a seguire quella o quell’altra ragazza rimanendo in incognito. Voleva capire che cosa facesse, dove vivesse, quali abitudini avesse. Annotava tutto, indirizzo, colore dei capelli, tanto altro. Ma era solo un modo per far galoppare la fantasia, per giocare con un rapporto ideale e illusorio. Quando una storia d’amore rischiava davvero di diventare seria, Sergio fuggiva, spariva da un momento all’altro senza lasciare traccia. Scappò da una ragazza bolognese (madre di una bambina che stravedeva per lui) quando cominciò a somigliare a una moglie perfetta. Anni dopo scappò da una bella ragazza somala che lavorava come medico in un ospedale di Milano. «Mi piaci perché sei spiritoso, sensibile e non somigli a nessun altro», gli diceva. Tutto era pronto per un viaggio estivo negli Stati Uniti, lui e lei. Ma due giorni prima della partenza se ne andò in vacanza da solo, nelle Filippine, senza avvertire nessuno.

Così Sergio ha trascorso un’intera vita da single, sempre solo, tra orgoglio e rimpianti. Qualche amico, certo. Alcuni affezionati e famosi, come Sergio Endrigo o Giorgio Gaber, e gli ex ragazzi degli anni dell’Università a Bologna, Franco Lapolla e Marco Guidi, Gregorio Scalise, Valerio Manfredi, Guido Fink, il professor Claudio Meldolesi. E poi l’amico più fedele e fraterno, Giovanni Serafini, storico corrispondente del “Resto del Carlino da Parigi”, dove tuttora vive. Fu Serafini a proporre Colomba al direttore del Carlino come ‘vice’ di Massimo Dursi per la critica teatrale. L’idea si rivelò ottima, anche perché Sergio affiancava alla passione per il teatro una brillante scrittura e una cultura ampia e irrequieta: i romanzi gotici, i noir, da Lovecraft a Edgar Allan Poe, Quenau, Simenon. E Chandler, di cui aveva letto tutto. Un vulcanico ingegnere, tedesco di origini ma bolognese di nascita e di studi, era un suo vicino di appartamento, in una silenziosa palazzina non lontana dallo stadio Dall’Ara. Si chiama Friedrich ed è tra i pochissimi che si sono occupati concretamente di lui nei mesi del lungo addio a questo mondo.

Con Sergio si poteva chiacchierare di qualsiasi cosa. Se lo ricorda bene Bruno Damini, che per anni è stato l’anima non solo organizzativa dell’Arena del Sole. In memorabili cene Damini riuniva i critici teatrali dei maggiori giornali italiani che si ritrovavano a Bologna per gli spettacoli più importanti. Davanti alle tagliatelle della Bottega di Franco, in via Broccaindosso, Colomba teneva banco, col suo garbo e col suo stile. Mai invadente, sempre pungente, a volte perfino velenoso ma ineccepibile, implacabilmente documentato. E sempre riservato, molto più di tanti commensali che al secondo bicchiere non facevano mistero dell’opinione sullo spettacolo appena concluso. Sergio no. Prima di leggere la sua recensione che stava per uscire sul giornale, era impossibile capire come la pensasse davvero.

Altri tempi e altro stile. Erano anni, forse gli ultimi, in cui la critica teatrale era potente, temuta, autorevole, grazie a una tradizione di formidabili firme, Roberto De Monticelli, Arturo Lazzari, Franco Quadri, Bertani, Savioli, pochi altri. Oggi non ce ne sono più. Ci rimaneva solo Colomba e il ricordo di molti suoi magistrali articoli. Manca a tanti la sua schiettezza, la sua onestà a qualsiasi costo, la sua formidabile sensibilità. Sapeva sempre sorprendere, con una gentilezza inattesa, o con una battuta fulminante e indimenticabile. Indimenticabile come lui.


2 pensieri riguardo “Sergio Colomba, meraviglioso e sconcertante

  1. Gentilissimo dott. Bassini, se non v’è stata alcuna celebrazione della scomparsa di Sergio Colomba, vi saranno evidentemente plausibili motivi. E lei stesso di fatto li esplicita. Riguardo il compianto non entro nel merito delle sue competenze, della sua formazione e delle sue personali attitudini nelle relazioni con l’universo femminile (cosa c’entrano con i suoi ruoli professionali?), aspetti dei quali non so nulla. Sicuramente il ruolo del critico teatrale, che attribuisce al caso di specie, riflette una visione forse ottocentesca, decisamente esasperata. Ma davvero qualcuno crede che per decidere di andare a teatro a vedere uno spettacolo il pubblico consultava prioritariamente il parere assoluto e inoppugnabile di un critico in particolare ? In una città come Bologna, colta, curiosa, dove tra l’altro erano e sono presenti grazie all’Università centinaia di studenti e di studiosi di area umanistica che dispongono di ben altri strumenti per indirizzare le proprie scelte ? Lei ricorda una critica “potente”. Ammesso che ci siano stati tempi in cui quella potenza deflagrava (comunque inquadrabili in un lasso di tempo ormai remoto) fortunatamente sono passati. Peraltro se si dovessero celebrare ad ogni anniversario, tutti i professionisti meritevoli, critici, professori, avvocati, medici, farmacisti ecc. venuti a mancare, necessiterebbero spazi di cui ovviamente i media non dispongono…

  2. Caro Mauro, grazie per il saggio come sempre in bello stile e che si fa apprezzare non solo per i valori che afferma senza retorica, ma anche perchè appare un generoso e disinteressato riconoscimento ad un uomo che ha lasciato un segno. Non posso dire di più perchè ricordo Colomba vagamente e non era nelle mie frequentazioni, ma non posso non apprezzare la tua capacità di ricordare in un mondo così banale da dimenticare troppo in fretta e così meschino da negare un elogio. Grazie Mauro perchè amo pensare che ci siano uomini capaci di sentimenti e generosità soprattutto quando il premio è dato solo dal privilegio di testimoniare quello che altri hanno saputo fare.

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