Una “Cultura Card” a chi diventa bolognese per motivi di studio

Due domande dopo la gioia di un 110 e lode a una persona cara. Perché i giornali non hanno un redattore dedicato all’Università che in ogni mattina di primavera bolognese racconti le ricchezze seminate nel territorio da tutte le tesi che vengono discusse all’Alma Mater? E poi, perché come il Bologna regala una divisa rossoblù ai neonati non fa una cosa simile la città, regalando, magari in cerimonia pubblica, un segno distintivo a tutti quelli che si laureano qui rinforzando il patto con chi diventa cittadino grazie all’ateneo?

di Luca Corsolini, giornalista


Una bella mattina di primavera.  Quando, a Bologna e non solo, ma specie a Bologna, i mazzi di fiori condividono la scena con le corone d’alloro, e i bicchieri con lo spritz compaiono all’ora del cappuccino. Giorno di laurea insomma. Giorno, in questa epoca di tante risposte, di domande. Ad esempio, sono in via Filippo Re, il regno di Scienze dell’educazione. Che è Università tanto quanto il centro, via Zamboni e dintorni, ma senza il peso della storia, senza il peso del traffico e di schiamazzi vari. Tanto spazio, sembra quasi un campus di quelli Usa con cui se la sta prendendo Trump e la domanda è facile: perché non abbiamo, un po’ tutti, il senso di quante e quali location ci sono in città? Vero, qui organizzano da tempo eventi, ma appunto, forse, perché è un posto di una diversa Università e non una diversa Università.

Si laurea Teresa Gasperoni, fidanzata di mio figlio. In mezzo a parenti e amici, una figura troneggia: è la maestra che alle elementari ha fatto talmente bene il suo lavoro da aver fatto venire allora a Teresa, e pure ad altre tre ragazze, la voglia di diventare come lei. Maestra ed educatrice, una che prende per mano una classe e fa crescere persone, non semplici studenti. Però il 110 e lode è tutto di Teresa, perfetta eroina del suo tempo.

La sua tesi nasce da un sapere antico irrobustito, e non avvilito, come vorrebbero quelli che la tecnologia la rifiutano non capendola, dalle possibilità date dall’anno 2025, e da una curiosità che è diventata passione per il lavoro. Il titolo. Escape game e motivazione: riscoprire la matematica attraverso il gioco. Ho chiesto il permesso per sintetizzare così il lavoro: il voto è una porta chiusa, anche frustrante delle volte. La sfida dell’escape room è invece una porta aperta. L’errore non è definitivo, si cercano, per gioco, e dunque seriamente, altre soluzioni, fino a trovare, imparando, quella giusta. La domanda qui è doppia. Perché i giornali non hanno un redattore dedicato all’Università che in ogni mattina di primavera bolognese racconti le ricchezze seminate nel territorio da tutte le tesi? E poi, essendo Teresa di Forlimpopoli, pur se residente a Bologna, perché come il Bologna regala una divisa rossoblù ai neonati, non fa una cosa simile Bologna, nel senso di città, regalando, magari in cerimonia pubblica, che so, una “Cultura Card”, comunque un segno distintivo della città, a tutti quelli che si laureano qui rinforzando il patto con chi diventa bolognese per studio?

Poi, il pomeriggio. Cappella Farnese è piena di gente, di tante età diversa, per la presentazione di Io sono Cultura, il report annuale di Symbola sullo stato dell’arte dell’industria con cui gran parte di noi, alla faccia di quell’ex ministro, mangia. Domenico Sturabotti, il direttore generale di Symbola, presenta il lavoro dicendo: si tratta di unire i puntini per capire cosa e quanto davvero vale la cultura, cosa e quanto è in assoluto e in una città come Bologna. Ignari della laurea mattutina, relatori e principalmente relatrici esaltano il ruolo di Bologna come Games farm, ovvero di ambiente creativo per quanti studiano i videogiochi. Abitando nello sport, so bene quanto il settore paghi l’etichetta: se sono giochi, e per di più virtuali, non sono poi sta gran cosa. E invece oggi con quella gran cosa, lo spiega Teresa, e lo spiegano in tanti, si insegna la matematica e, persino, si curano le malattie, con un linguaggio internazionale che altre tecniche non hanno.

Da qui, la domanda finale: quando riusciremo a far diventare una squadra, una squadra vera, che giochi dunque delle partite vere, l’Università con tutti gli studenti e la città creativa con tutte le persone che ci lavorano, in via Filippo re e al Dams, in Sala Borsa, a Musixmatch e alla Cineteca? Possiamo allungare la primavera perché da stagione di fiori e corone di alloro, di spritz e di tavolate di famiglie felici per un 110 e lode, diventi un anno intero che si ripete continuamente?


Un pensiero riguardo “Una “Cultura Card” a chi diventa bolognese per motivi di studio

  1. Sono intervenuto alla presentazione di “Io sono cultura” di cui si parla nell’articolo, che trovo molto opportuno e sicuramente condivisibile. Le potenzialità vanno colte e potenziate. Antonio Taormina

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