Silvia Oberoi è una delle operatrici dell’associazione sportiva dilettantistica che da tre anni, sulla base di una richiesta dello psichiatra di riferimento, porta avanti il progetto di Interventi Assistiti con Animali (Iaa) nella sezione femminile della Casa Circondariale di Bologna. Una serie di incontri individuali rivolti ad alcune detenute affette da varie patologie psichiatriche
di Barbara Beghelli, giornalista
Qualcuno la chiama pet therapy, ma è riduttivo. Soprattutto se questa pratica terapeutica che coinvolge direttamente i nostri amici a quattro zampe è utilizzata per migliorare il benessere delle donne carcerate, in particolare di quante soffrono di disturbi psichiatrici. I cani, che nel caso specifico vanno al carcere della Dozza assieme ai loro proprietari, tutti professionisti del settore, forniscono un supporto emotivo e una stimolazione positiva aiutando le detenute a gestire la depressione e l’ansia.
Siamo riuscite a conoscere una di queste preziose operatrici: è Silvia Oberoi (nella foto) a cui abbiamo rivolto qualche domanda su questo incredibile mestiere.
Lei è una educatrice cinofila nonché una formatrice specializzata che opera anche all’interno del carcere, ci può illustrare il progetto?
«Il progetto di Interventi Assistiti con Animali (Iaa) nella Casa Circondariale di Bologna è partito circa tre anni fa sulla base di una richiesta dello psichiatra di riferimento. Si tratta di una serie di incontri individuali rivolti ad alcune detenute affette da varie patologie psichiatriche. Gli obiettivi generali mirano al miglioramento degli stati emozionali, alla capacità dello “stare nel qui e ora”, al riconoscimento dei bisogni dell’altro e al lavoro sull’empatia mancante. E tutto ciò non può prescindere dalla presenza fondamentale del cane».
Che tipo di istruzione ha conseguito?
«Lavoro in quest’area didattica dal 2006, circa vent’anni. La mia prima esperienza l’ho avuta all’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia: proprio in quell’anno ho terminato la formazione alla scuola Siua, dove si studia il rapporto con gli animali e la natura nel suo complesso, inteso come un valore. È assolutamente necessario avere precisi titoli in merito, oggi regolamentati dalle Linee Guida sugli Iaa (interventi assistiti con gli animali): un passo importante per il riconoscimento del lavoro, questo, che richiede a tutti gli effetti una professionalità e molto senso di responsabilità».
Lei fa parte dell’Associazione “C’era una volta il cane”, il riferimento del progetto nella sezione psichiatrica femminile della Dozza. Ci racconti.
«“C’era una volta il cane” (qui) è un’associazione sportiva dilettantistica che mira a promuovere la valorizzazione del rapporto uomo-cane attraverso attività sportive. Contemporaneamente svolge attività come l’educazione cinofila, la riabilitazione comportamentale e attività di gruppo sempre nell’ottica di creare una buona compliance tra l’umano e il suo cane. E gli Iaa si inseriscono in queste attività che permettono di beneficiare della referenzialità con l’animale per persone in situazione di isolamento, difficoltà fisica o psichica o in situazioni di fragilità».
Come avviene il percorso di selezione della terapia? E quanto dura?
«È il team multiprofessionale del carcere che decide chi coinvolgere dopodiché, nelle riunioni di équipe, decidiamo quali sono gli obiettivi specifici in base alla problematica e alla soggettività di ciascun utente. A quel punto scriviamo il progetto definendo quali attività impostare con il cane per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. I cicli sono di otto incontri per ogni utente. Grazie agli obiettivi raggiunti, per alcune ragazze è stato ripetuto il progetto più volte consecutivamente».
Che cani vengono impiegati? E da dove vengono?
«I cani sono tutti di nostra proprietà, vivono con noi nella quotidianità e anche in seduta. Non ci sono razze specifiche, ma soggetti che hanno determinati profili di socialità e prosocialità. Nel gruppo abbiamo meticci di taglia grande e piccola, jack russel, labrador, cocker, corgi. Naturalmente sono animali che hanno svolto un percorso di formazione insieme al loro coadiutore, superando un esame e conseguendo una certificazione da parte di un veterinario esperto negli Iaa».
Le patologie delle utenti.
«Le patologie sono complesse e a volte borderline. Sono persone che quasi sempre arrivano da realtà sociali e familiari difficili. In alcuni casi, le utenti non sono nemmeno di nazionalità italiana, e avere informazioni sulla loro storia è molto complesso».
È contenta di fare questo speciale mestiere? E il suo cucciolo?
«Lavorare in questo ambito è un privilegio e al contempo una grande responsabilità. Vedere che il lavoro svolto assieme al proprio cane suscita emozioni positive e occhi un po’ più vivi e speranzosi nelle detenute in questione è anche per noi fonte di energia e crescita. E direi anche per Fido, anzi: ne sono sicura».
