Teo Ciavarella, Francesca Ciampi, Luigi Lepri, che perdite enormi

Il pianista che rimanda alle cantine del jazz, a Checco Coniglio, Avati, Dalla. Francesca Ciampi, maestra, scrittrice, animatrice sociale. Gigén Lîvra, nome in bulgnaiṡ del segretario personale dei sindaci Zangheri e Imbeni. Vitali e Felicori, suo capo di gabinetto, gli chiesero di restare per riorganizzare l’ufficio cerimoniale. Membro dell’Associazione “Il ponte della bionda” creata da Fausto Carpani, ha scritto con Daniele Vitali il “Dizionario bolognese-italiano”. Un Dante alla bolognese

di Davide Ferrari, “Casa dei Pensieri”


A Bologna in pochi giorni, in poche ore, sono mancati tre cittadini molto amati, diversamente grandi. Il musicista Teo Ciavarella, un pianista di livello internazionale, il cui nome rimanda alle cantine del nostro Jazz, a Checco Coniglio, a Pupi Avati e naturalmente a Lucio Dalla. Poi la maestra, scrittrice e animatrice sociale Francesca Ciampi. Infine Luigi Lepri.

Lepri, chi era? Nella sua vita, scrivono gli amici, è riuscito a coniugare buona amministrazione pubblica, amore della storia bolognese e passione sociale. Era un uomo che veniva dal popolo. Da vigile motociclista era diventato il notissimo segretario personale dei sindaci Renato Zangheri e Renzo Imbeni, di cui curerà il libro di interventi in suo ricordo. Poi, mentre le generazioni passavano, Walter Vitali e Mauro Felicori, suo capo di gabinetto, gli chiesero di restare ancora per riorganizzare l’ufficio cerimoniale.

La sua misura, la sua generosità nutrita di toni bassi e continui, di una eleganza popolare, di una leggerezza particolare, mi parevano garantirgli di durare per sempre, che la fine e prima l’invecchiamento più crudele non lo riguardassero. Invece anche chi cammina con i passi poco rumorosi dell’intelligenza giunge al traguardo..Ha vissuto 87 anni eppure la sorpresa per la sua morte è grande. Ricorderemo sempre il suo garbo, la capacità di ascoltare, di capire al volo, di prendersi in carico un problema e risolverlo.

Lepri, tutti lo dicono, era un uomo di straordinaria gentilezza. Per questo il dolore di tanti è più forte, più sincero.

Lo conosceva e lo stimava “tutta Bologna” potremmo dire, riecheggiando il significato di “le Tout-Paris”. Era diventato un bolognese eccellente, e nel 2019 il Comune lo premiò con il “Nettuno d’Oro”. È stato un esempio di quanta dignità ci possa essere nel lavoro pubblico, ha detto il suo amico Mauro Felicori, che Lepri chiamava “il Vulcano” per le sue mille idee.

Se guardiamo le foto di quella premiazione ci accorgiamo subito che attorno a Lepri c’erano artisti, intrattenitori, poeti e divulgatori del dialetto bolognese. Questo perchè Gigén Lîvra, il suo nome in bulgnaiṡ, è stato un protagonista del mondo multiforme della cultura dialettale. Anche in questo un professionista, non un mestierante, sostenitore di autori e studiosi e autore e poeta anch’esso. Membro essenziale dell’Associazione culturale “Il ponte della bionda” creata da Fausto Carpani, Gigén ha scritto con Daniele Vitali il “Dizionario bolognese-italiano” e tanti altri libri.

Dí bän só fantèsma”, una delle più celebri espressioni nate dall’incontro fra il popolo e il teatro, quando il teatro era tutto, è stato il titolo della rubrica di Lepri sulla “Repubblica Bologna”. Fu un appuntamento di lunga durata che contribuì a ridare il senso dell’esistenza e della nobiltà del dialetto. Per molti anni ha tenuto rubriche e conversazioni su Radio San Luchino e altre.

Il primo mio incontro meno fuggevole fu in occasione della morte del professor Protogene Veronesi, figura stellata della scienza, dell’università e del Partito Comunista bolognese e stimato poeta in bolognese. Veronesi aveva lasciato l’imperativo di non volere nessuna commemorazione. Io, come oggi, stavo preparando le serate di Casadeipensieri e gli altri poeti volevano assolutamente ricordarlo.
Mauro Zani, il segretario, persona come è noto di assoluta serietà, non voleva scherzi. Il volere di Veronesi doveva essere rispettato. Che fare? Non facemmo nessuna celebrazione, semplicemente in un incontro già previsto, Lepri lesse una sua poesia-dedica. Ricordo che, tradotta in italiano, diceva «Ora so, so che cos’è un maestro». Definiva Veronesi, appunto. Tutto bene, come al solito quando Lepri ci metteva mano.

Sapeva interessare, coinvolgere. Mio babbo, il fotografo e giornalista Aldo Ferrari, nei suoi ultimi mesi voleva andare a sentire, confessava, nuovamente delle commedie in dialetto, voleva sentir parlare in dialetto. Me ne stupii, non capendo il perché. In realtà voleva riacciuffare il tempo, quello che ora vorrei riconquistare anch’io. E la lingua di Bologna, oggi carsica, meno avvertibile ma non scomparsa, era uno strumento perfetto allo scopo. Mi dicono che Lepri lo conosceva bene e che si telefonavano. Ora so chi gli suggeriva di riascoltare quelle parole.  Mi mancano Zangheri, che ho ammirato, Imbeni, cui ho voluto molto bene, mi manca moltissimo Aldo e il filo – che oggi si è rotto – era Luigi Lepri, non può più riconsegnarmeli. È quasi come averli persi, tutti, una seconda volta. Addio, Gigén Lîvra.


2 pensieri riguardo “Teo Ciavarella, Francesca Ciampi, Luigi Lepri, che perdite enormi

  1. Luigi Lepri è stato veramente un personaggio. Signorile, simpatico, immediato, faceva battute di straordinaria intelligenza dove con una frase in bolognese descriveva una situazione. Poche parole, magari con un aggettivo desueto, ma in grado di dipingere perfettamente il momento. In Comune era un’istituzione, stimato da tutti per dedizione e senso civico.

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