Mi piacerebbe che da qui al 2027, quando si tornerà a votare, ci chiedessimo se è veramente la città a essere diventata invivibile – come ormai si sente dire a ogni angolo di strada – o se siamo noi quelli ostinatamente ancorati a un passato che non può tornare e che, fortunatamente, non tornerà
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Osservando da lontano le silhouette dei tanti cantieri cittadini che ogni sera si arrendono all’imbrunire, in questa splendida primavera bolognese che come sempre se la gioca per il posto di ottava meraviglia del mondo, si è tentati di oscillare pericolosamente tra lo sconforto e l’ammirazione.
Nel primo caso, com’è umano che sia, quel che balza alla mente è l’oggettivo mutamento di una vita, la nostra, ormai abituata da decenni di sostanziale inazione a quell’idillio di consuetudini sempre uguali a sé stesse che, nel vocabolario della lingua italiana, passa tradizionalmente sotto il lemma di “provincia”. Nel secondo, invece, l’ammirazione – accompagnata da un po’ di sana inquietudine, a essere onesti – scaturisce dalla realizzazione che, se le cose dovessero veramente andare come promesso, di quella dimensione tremendamente provinciale e quasi “paesana” di Bologna, in futuro, resterà davvero molto poco.
Del resto, se l’obbiettivo di una collettività è quello di evolversi e non semplicemente riprodursi, col passare del tempo e delle generazioni qualcosa di vecchio bisognerà pur lasciarlo per fare spazio al nuovo. E dunque eccoci qua, al culmine di una quindicina d’anni che hanno visto sparire, poco alla volta, quello cui eravamo decisamente assuefatti. Ed ecco apparire, al contempo, l’embrione di ciò che per troppo tempo abbiamo colpevolmente rimandato: diventare a tutti gli effetti una grande città, perlomeno da un punto di vista spaziale.
A preoccupare, semmai, è la confusione emotiva generata dal cambiamento in corso. Un caos che non si riduce al binomio di cui sopra e che, sorprendente, avviluppa da tempo anche coloro – e son tanti – che questo cambiamento lo auspicavano da parecchio.
Basta infatti scorrere a ritroso le pagine di questa rivista per accorgersi che, negli ultimi cinque anni, tantissime sono le firme che hanno invocato, promosso o portato fattivamente avanti una nuova visione di città, indiscutibilmente in contrasto con quanto eravamo abituati a vedere. Il fatto che molte di queste si siano ricredute “binari facendo”, spesso a favore di polemiche social, la dice lunga sulla crisi di rigetto che ci attanaglia. Una crisi non dissimile, mi si conceda il paragone decisamente scontato, da quella che ciascuno di noi attraversa quando passa dall’infanzia all’adolescenza, o da questa all’età adulta e poi alla vecchiaia.
Escludendo per principio la rassegnazione – la vita è troppo breve per concedersi questo genere di lussi – la questione si potrebbe certo provare ad affrontare con un pizzico di sana ironia. Soprattutto osservando quella che, a leggere le cronache, parrebbe un’irrisolvibile idiosincrasia tra biciclette a noleggio e rotaie, in spregio alle più evolute teorie colombiane. Ma poiché anch’io, come il filosofo, «amo coloro che non sanno vivere se non tramontando perché son quelli che vanno oltre», mi piacerebbe che da qui al 2027, quando si tornerà a votare, ci chiedessimo se è veramente la città a essere diventata invivibile – come ormai si sente dire a ogni angolo di strada – o se siamo noi quelli ostinatamente ancorati a un passato che non può tornare e che, fortunatamente, non tornerà.
Qualunque sia la risposta che ciascuno di noi darà, in conclusione, penso che il grande lascito di questa amministrazione sia quello di averci messo tutti, anche se solo per poco tempo, fuori da quella che nella vulgata da psicologia della strada si chiama comfort zone. Che questo sia avvenuto per volontà o per caso, poi, non ha granché importanza: è comunque molto più di quanto sappia mediamente offrire la politica in questo scalcagnato e meraviglioso Paese.

Gentilissimo,
ho letto e riletto con grande curiosità il suo articolo.
Non riesco a capire se per Città legata al passato e all’essere provinciale, addirittura paesana, intende – per esempio- la società che parte dal Liber Paradisus, passa dalle aule dell’Università, dall’invidiabile governo della cosa pubblica, la Città dell’arte e della cultura; una Città che ci lasciava addosso un’aura più che poetica.
E se per Città del cambiamento intende quella dei taglieri, dei tavolini, dei turisti; quella dell’esclusione; dell’andare a vivere fuori, riassumendo.
Scusi se mi permetto ma forse ha confuso l’evoluzione con la reincarnazione.
Oppure è il contrario? Non ho capito.
Grazie,
Simone