Forse, dati i tempi grami per le sinistre nel mondo, il referendum dell’8-9 giugno è un azzardo che ha in sé fortissimo il rischio dell’autolesionismo. Penso alla Meloni che, dopo un atto di propaganda elettorale proibita a urne aperte, consacrerà a lei la vittoria in caso di flop del quorum. Eppure la storia della democrazia è fatta di strappi allo status quo che alcune minoranze lungimiranti hanno osato. Potersi recare alle urne non è uno stato d’animo: è il frutto del coraggio di qualcuno che oggi anche ai più alti livelli viene dimenticato
di Giampiero Moscato, direttore cB
È un periodo di grande sofferenza per il mondo. Le tragedie dei 59 conflitti in corso sul pianeta – anche se per le nostre sensibilità sembrano esistere solo quelle tra Russia e Ucraina e in Palestina – e la crisi del modello occidentale sembrano far scemare la speranza di un futuro migliore anche nelle zone più fortunate della terra. L’Italia, ricordiamocelo, è una di queste. Lo resta tuttora, nonostante il pessimismo del periodo, l’impoverimento di grandi fasce di popolazione, le scarse possibilità di emancipazione dei nostri giovani. Nascere a Cà di Bazzone o anche al quartiere Pilastro piuttosto che nella Striscia di Gaza o nel Sahel fa ancora la sua differenza, come qualità e prospettiva di vita e di diritti.
Se è ancora un colpo di fortuna venire alla luce da queste parti è perché nei secoli, grazie alle battaglie lungimiranti di alcune minoranze che hanno osato sfidare lo status quo, è stato possibile cambiare le relazioni tra ceti e classi sociali e attenuare le ingiustizie. Se oggi si nasce, quanto meno sul terreno del diritto, sostanzialmente uguali è perché qualcuno ha dato la sua vita, troppo spesso perdendola per mano reazionaria, per costruire la democrazia. Dal Liber Paradisus, il testo della legge che il Comune di Bologna varò nel 1257 (sempre avanti la nostra città) per abolire la schiavitù e liberare i servi della gleba, se ne sono dovuti fare ancora tanti di passi per arrivare a un soddisfacente livello di Liberté, Égalité, Fraternité. Serve ricordare che nel 1861, un secolo e mezzo fa, il diritto di voto era riservato ai maschi di età superiore a 25 anni e di elevata condizione sociale? Dunque a una sparuta minoranza? Serve insistere sul fatto che abbiamo avuto vent’anni di fascismo e una guerra sanguinosissima per liberarcene? Che l’onore di un Paese tradito dal suo Duce fu salvato dal coraggio di chi fece la Resistenza? Bisogna sottolineare il fatto che le donne hanno ottenuto accesso al voto solo a partire dal referendum Monarchia-Repubblica del 1946 e che quel diritto fu poi garantito in ogni consultazione dalla Costituzione del 1948?
Purtroppo sembra che serva. L’astensionismo dilaga, anche nelle elezioni amministrative che pure godono di una buonissima legge. Certamente è un diritto astenersi. Come è un diritto suicidarsi, non vaccinarsi, rifiutare le trasfusioni di sangue, drogarsi, fumare. Non tutto ciò che è lecito è salutare e altruista.
La democrazia ha in sé l’effetto collaterale di consentire il dilagare di idee ridicole e false. A leggere i social sembra che per molta gente Bologna sia amministrata, per colpa di un tram e di altre infrastrutture da costruire (come hanno fatto prima tantissime città europee) da un Netanyahu che rade al suolo Gaza e non da un Lepore erede del Liber Paradisus.
Non difendo solo il sindaco, ricordando che fu eletto sulla base di un programma che prevedeva anche il tram. Lo difenderei anche se fosse di destra. Perché la stessa cosa vale infatti pure per Giorgia Meloni (forse il suo programma elettorale era però ben diverso da quello che sta attuando a capo dell’Esecutivo), che ha il diritto-dovere di governare finché ha la maggioranza del Paese. Vogliamo dire che nemmeno lei è una Eichmann? Che non è una nazista? Al netto ovviamente e nonostante le brutte politiche dei centri per migranti in Albania, il Dl Sicurezza che fa scempio degli spazi di libertà e del dissenso e altre amenità.
Però la presidente del Consiglio non si limita al suo diritto di dire no ai cinque quesiti referendari per cui siamo chiamati a votare l’8 e il 9 giugno. A lei non basta disertare le urne. Fa una cosa mai vista prima e che è proibita dalla Legge. Che lei per prima sarebbe tenuta a rispettare e a far rispettare. Va alle urne ma non ritira le schede, ha detto. Cos’è questa se non una astuzia illegittima per richiamare le telecamere, i taccuini e i registratori mentre compie un gesto che è pura propaganda elettorale, proibita per l’appunto a urne aperte?
Non è un passo avanti per la democrazia. È piuttosto un arretramento grave. I temi del lavoro (sul quale è fondata la nostra Repubblica) e della cittadinanza non sono astrusi (chi nasce e vive e parla italiano non è italiano per natura anche se la sua famiglia arriva da altrove, perdiana?). Sono il sale della convivenza. Sbeffeggiare così i quesiti e insieme l’istituto referendario non fa di lei una statista e la ridimensiona a capo di partito. Non sarebbe più onesto votare, magari no, o astenersi? Al limite andare al mare, anche se a Craxi non portò bene? L’escamotage è un insulto a chi lottò per la libertà di voto: come ogni diritto è tale solo se coniugato a un dovere. Non andiamo in spiaggia. Diciamo no a chi dice no alle basi della democrazia. Quella che rende migliore Cà di Bazzone di quasi tutto il resto del mondo.

Grazie per avere espresso così il mio pensiero
Non per i referendum. E chiunque pensi che l’iniziativa sia sbagliata ha il diritto di rimarcarlo NON ANDANDO A VOTARE
I Referendum sono una forma di voto sui generis. Preoccupa di più l’assenteismo durate le politiche locali e/o generali che però è dovuta in buona parte ai sistemi di voto che non sembrano più lasciare alcuno spazio perchè l’elettore possa esprimere un voto significativo: la maggioranza dei sistemi attuali consente solo di confermare o cassare quello che è stato già deciso, Anche il Prof Monti (un tecnico detto in senso non si sa perchè dispregiativo) pochi giorni fa sul Corriere esprimeva una viva nostalgia per il sistema uninominale che permette di indicare un preciso candidato, che tu di solito conosci , per indicarlo come tuo rappresentante in parlamento invece con i sistemi attuali (tutti con lo stesso difetto) il candidato è un carneade che ha scelto il “Partito” o chi per lui (ovvero gruppi di potere).
In questo caso confermi il predestinato, ovvero nella sostanza non eserciti alcuna scelta, ovvero in pratica anche se riempi la scheda non voti.