All’interno del Dipartimento di Scienze dell’Educazione di Bologna è partito un lavoro per dare gambe a una riflessione compiuta sul teatro, moltiplicando gli sguardi, le angolazioni e le prospettive, con un percorso che muove dalla convinzione ostinata che il rapporto tra platea e ribalta sia ancora un luogo potentissimo di possibilità, soprattutto per i più giovani
di Cristian Tracà, dottorando di ricerca
Il Convegno “Pedagogia e teatro” ha rappresentato la prima tappa del viaggio. Il Dipartimento di Scienze dell’Educazione intitolato a Giovanni Maria Bertin ha organizzato il 29 maggio una giornata di studi per riannodare i fili dell’elaborazione teorica e delle esperienze. La comunità di pensiero che si è riunita ha confermato la necessità di affinare gli strumenti di dialogo per rafforzare la consapevolezza in modo ecosistemico.
Teatro e pedagogia, la formazione come teatro, il teatro come pratica formativa. Attorno a questi temi non si finisce mai di ragionare e, nonostante decenni di elaborazione, siamo ancora a una condizione in cui spesso chi svolge una funzione educativa non ha totale consapevolezza delle caratteristiche in comune tra didattica e performatività.
L’importanza della voce e della sua modulazione, la prossemica, lo spazio che si concede al corpo e il movimento. Fatica a trovare un percorso di consapevolezza diffusa l’idea che le distanze fisiche e simboliche possano cambiare la relazione (e gli apprendimenti stessi), ancora di più in un mondo costellato di fragilità e atomismi vari.
D’altra parte siamo anche davanti alla proliferazione di esperienze teatrali che incontrano persone di tutte le età, In particolare le attività con alunni e alunne sono state incentivate anche dal flusso di finanziamenti arrivati dai fondi Pnrr, che pongono però un interrogativo importante: tutte le esperienze hanno un valore in sé o dobbiamo arrivare all’elaborazione di un quadro comune per evitare che alcuni approcci abbiano effetti boomerang, veicolando un’idea del teatro che non ha un valore trasformativo, e quindi pedagogico? Siamo d’accordo che alla base del teatro ci sia soprattutto una dinamica di presa di coscienza individuale e collettiva?
Mentre ascoltavo gli interventi pensavo alle mie prime esperienze “drammatiche” con il teatro, alla sensazione di essere stato un po’ gettato in un mondo per me opaco, all’epoca, senza una mediazione culturale o pedagogica che riuscisse ad avvicinarmi a quel linguaggio. Se la vita non mi avesse dato altre opportunità, probabilmente il teatro sarebbe scomparso dalla mia traiettoria. Poi è rientrato dalla finestra ed è diventato un punto fondamentale della mia traiettoria personale o professionale, ma la preoccupazione è soprattutto per chi vede i treni passare solo una volta davanti a sé.
Proprio per questo credo che ci sia bisogno di parlarne, soprattutto per rafforzare le politiche pubbliche e qualificare i sistemi di finanziamento. Penso che il teatro, sia nella dimensione scopica che performativa, possa essere una delle chiavi più straordinarie per esplorare l’alterità e può avere una grande efficacia anche rispetto all’adolescenza, sulla quale mi pare che l’opinione pubblica sia alla disperata ricerca di strumenti di lettura e di approccio. Sarà importante per chi studia, chi educa, chi programma avere reti per capire insieme quali obiettivi darsi, anche a stretto giro.
Per andare oltre la singola occasione di ragionamento, l’Università di Bologna sta lavorando a una nuova edizione del Master dedicato a Pedagogia e Teatro che partirà in autunno proprio con l’obiettivo di creare un gruppo trasversale che, tramite gli strumenti pedagogici e antropologici forniti da questo corso, possa innescare nei contesti di lavoro una catena di nuova progettualità, consapevole delle sfide sempre più complesse e delle potenzialità di alcuni strumenti che sopravvivono a tutte le rivoluzioni tecnologiche.

Mi fa piacere sentire che ci si interessi a livello di ricerca universitaria alla programmazione metodica di teatro nell’ambito didattico.
Ho fatto esperienze entusiasmanti – per la esecuzione e per la formazione individuale- di teatro in lingua straniera al Liceo Linguistico del Copernico. Sono state esperienze forti, su base individuale e collettiva, che interessavano il rapporto fisico, culturale, emotivo ed estetico tra il ‘sè’ e gli altri e il pubblico.
Molto bene che se ne studino le possibilità educative, e perfino terapeutiche.
Direi che sarebbe bene sottolineare la incredibile esperienza del Teatro Testoni per i piccoli o piccolissimi che a , mio avviso, è stato sviluppato tanti anni fa e continua a lavorare con gran lena. E’ un anticipo brillante e molto noto anche nel mondo dal quale in parte almeno partire.
Apprezzo la impostazione teorica ma occorrerebbe iniziare valorizzando quello che esiste