Quel che resta dei referendum, tra delusioni e speranze

Noi 14 milioni di elettori, superata la delusione, dovremmo rivendicare con forza il ritorno a una politica di vera partecipazione, mobilitando pacificamente le piazze sui temi che la nostra visione politica e la nostra coscienza ci suggeriscono. Facciamolo senza mollare un attimo

di Antonella Magnoni, cittadina


Come di consueto, dopo una tornata elettorale di qualsiasi natura, tutti hanno a modo loro vinto. L’esito quindi dei referendum occuperà i dibattiti dei talk con analisi delle percentuali e dei numeri fino al prossimo tema di richiamo generale.

All’indomani dei risultati, come giusto e doveroso, ho letto su queste pagine un bel pezzo che ha commentato i risultati con metafora calcistica (qui), ma io, non essendo strutturata per proseguire nel solco di questa immagine, li commento spostandomi su un piano più nostalgico/sentimentale.

Non posso non premettere, condividendo quanto scritto, che i citati 14 milioni di cittadini che hanno votato rappresentano una fetta di elettorato che non solo può competere con l’elettorato dei votanti il centrodestra, ma che deve far sentire la propria voce, chiedendo con forza che a tale dato sia riconosciuto il suo significato altamente politico. Ma non mi illudo, prevedo che sarà ignorato serenamente dal nostro governo che persegue le sue proprie politiche dimenticando che “loro” rappresenterebbero “la nazione” composta anche da chi non li ha proprio votati. Premetto anche che dalle nostre parti il voto ha ancora un suo forte significato e lo dicono i dati di affluenza di casa nostra: magra consolazione.

Esaurito questo ampio incipit, vorrei tornare al mio afflato romantico/ sentimentale.

Giorni fa mi sono soffermata a osservare i cartelloni che vengono installati in occasione delle elezioni e su cui vengono poste le affissioni politiche. Da tempo tendono a essere sempre più vuoti, in occasione di questi referendum, per esempio in via Dante ho contato 3 affissioni per il “Sì” e basta.

Ricordo invece i bei tempi (operazione nostalgia) dei primi referendum in cui quegli stessi logori e ormai consunti cartelloni erano coperti da lenzuolate di affissioni per il “Sì” ma altrettante per il “No” con una bella dialettica che partiva fin da lì. Il “No” è sparito dalle opzioni affisse, grave omissione ma espressione dei nostri tempi in cui non c’è più un vero dibattito ma il solito scontro tra fazioni contrapposte, senza costruzione di ragionamenti sulle opzioni a disposizione del cittadino, che stimolino efficacemente l’elettorato a pensare, a scegliere e a votare andando al seggio, anche per votare “No”, che sarebbe comunque atto politico ed espressione della volontà del cittadino.

L’astensione poi è sempre esistita e sappiamo che per taluni referendum è stata anche propugnata dalla sinistra, ma farei lo stesso dei distinguo. La contrapposizione sana deve focalizzarsi fra il “No” e il “Sì”, fra i rispettivi argomenti che le parti politiche portano a supporto della loro idea, così appellandosi alla volontà di scelta di noi cittadini chiamati a esprimerci.

Invece oggi l’astensione, ormai diventata un pericolosissimo partito fatto e finito, serpeggia come opzione dominante, a ogni tornata elettorale, esprimendo solo qualunquismo, indifferenza, disaffezione alla politica o peggio vuota e becera contrapposizione.

Il voto non è un obbligo ma un diritto del cittadino, ma va anche ascritto ai doveri civici: recarsi al seggio esprime un rispetto per le istituzioni ma soprattutto per le forme di partecipazione che la nostra Costituzione riconosce ai cittadini. L’astensione è un rifiuto al confronto, un’assenza dall’agone della democrazia, un comportamento gravissimo diventato in questo nostro “medioevo” un atto di spregio verso le forme di partecipazione alla formazione della res publica.

Fa rabbrividire che alte cariche dello Stato – in diretta contrapposizione agli inviti del Presidente della Repubblica – nello specifico il presidente del Senato e la presidente del Consiglio dei ministri, con tono quasi sprezzante (scusate ma anche il tono è sostanza e comunicazione per i cittadini) abbiano invitato con modalità differenti a boicottare la chiamata elettorale per far saltare il quorum, indicando questa inazione come la migliore opzione. Da cittadina esigo e pretendo una neutralità da chi “assume” di rappresentare e governare anche me, unitamente a un doveroso rispetto per gli istituti giuridici indicati dalla nostra Costituzione.

Ma, siamo onesti, la deriva politica è in atto e non si ferma, tanto che alla fine più che vincere tutti si perde tutti.

Infine, non voglio perdermi nella dietrologia ma vorrei solo fare una considerazione: i quattro quesiti sui sacrosanti temi attinenti al mondo del lavoro erano troppo complessi, troppo articolati e presupponevano che l’elettore “studiasse” la questione. Mi permetto di dire che non è questo lo spirito del referendum che deve chiamare il cittadino a pronunciarsi su un tema in cui il “No” o il “Sì” sono contrapposti in modo chiaramente netto.

Questi quattro quesiti, nelle legittime e commendevoli intenzioni dei promotori, volevano chiamare i cittadini a supplire all’assenza di un parlamento che faccia il proprio mestiere. Il Jobs Act, per esempio, è una legge che va riformata con metodo parlamentare.

Il quinto invece, quello sulla riduzione dei termini per ottenere la cittadinanza (riassumo i termini della questione), esprimeva più nettamente lo spirito del referendum, che all’inizio atteneva a temi destinati a incidere anche sull’assetto culturale del Paese.

Pensiamo all’aborto o al divorzio e pensiamo in prospettiva al tema del fine vita. Temi che toccano le coscienze e la cultura della nostra società, attraversandola nel profondo, e che hanno una capacità di imprimere un cambiamento anche al nostro modo di pensare.

Tutto questo non accade più, si è perso con i populismi che in realtà appiattiscono e schiacciano il loro popolo. La politica bella è un ricordo.

Mi fermo con il rimpianto, basta piangersi addosso. Noi 14 milioni, superata la delusione, dovremmo rivendicare con forza il ritorno a una politica di vera partecipazione, mobilitando pacificamente le piazze sui temi che la nostra visione politica e la nostra coscienza ci suggeriscono. Facciamolo senza mollare un attimo.


5 pensieri riguardo “Quel che resta dei referendum, tra delusioni e speranze

    1. Hanno pari dignità il Si o il No all’abrogazione di una legge. L’astensione non ha nulla a che vedere con l’esercizio di un diritto. È piuttosto un escamotage , messo in atto con con abilità ed astuzia.

  1. premesso che l’astensione, soprattutto ad un referendum che in Italia è solamente abrogativo lo rammento, è un sacrosanto diritto di ogni elettore, il problema sta nel ridicolo numero di firme da raccogliere per indire un referendum, queste firme sono 500.000 le stesse che occorrevano 80 anni fa quando la popolazione era di poco più di 46.000.000, oggi con un popolazione di quasi 60.000.000 il numero dovrebbe essere elevato di non poco, altrimenti si rischia che vengano indetti referendum senza troppo sforzo da parte dei promotori. Paragonare il numero di votanti al referendum come potenziali elettori contrari al Governo é un esercizio stupido e senza senso

  2. Grazie per questo articolo. Penso che il mancato raggiungimento del quorum ai referendum rispecchia l’allontanamento dalla politica, dalla partecipazione civica, dalla fiducia nella possibilità di incidere su percorsi e scelte apparentemente blindati dal potere economico. Votare è un dovere? È un diritto? È una scelta. Si partecipa se sullo sfondo si vedono con chiarezza ideali alternativi a quelli che ora governano il gioco. La timidezza, la strategia necessaria al “tenere tutti in barca” non paga, la barca è ferma sovrastata dall’indifferenza. Bisogna avere il coraggio di rischiare, di saper “scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà”. La difesa delle vite, dei diritti, della pace, dell’autodeterminazione dei popoli, della dignità di donne e uomini, della libertà di espressione anche di chi propone letture diverse, dell’equità sociale, vanno difesi a voce alta e senza esitazione per offrire speranza, altrimenti si vivacchia, incompresi dalla massa della gente che non riesce a trovare la spinta ad una forte partecipazione collettiva, nonostante il bisogno che ce n’è. C’è un gran desiderio di condivisione sociale, ma per intercettarlo bisogna volare alto, far alzare le teste in su verso un orizzonte chiaro di arcobaleno e diritti. Ambiguità, contraddizioni, incertezze eccessive mortificano le speranze: la direzione va indicata, sulla base di confronto interno ed espressione di maggioranza, chi non la condivide può seguire altre strade, non sono tutti necessari.
    Antonella Peloso

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