Andrea s’è perso, un’altra volta

L’evasione post lauream di Cavallari, ventiseienne modenese condannato in via definitiva per la strage di Corinaldo, provoca il giusto sdegno dei parenti delle vittime e rischia di portare indietro la discussione su un tema, quello delle carceri, che a Bologna è fortunatamente molto evoluto. Ma se vien meno la fiducia, non è detto che debba accadere lo stesso alla speranza

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


«Certe storie non ci aiutano» commentava amaro, l’altro giorno, qualcuno di redazione. Il riferimento era alla fuga di Andrea Cavallari, ventiseienne modenese condannato insieme ad altri per la strage di Corinaldo del 2018 e detenuto alla Dozza, durante un permesso senza scorta attribuitogli dal Magistrato per discutere la tesi di laurea in Scienze giuridiche (qui). Certe storie non ci aiutano o forse sì, ho pensato io, e proverò a spiegarne il perché.

È chiaro che quando succedono queste cose, per noi garantisti, l’umore non tende al sereno e le convinzioni, anche quelle più profonde, rischiano di scricchiolare parecchio. Del resto, per ogni vittima di reato c’è una famiglia e degli amici che soffrono e chiedono giustizia. E non importa quanto tempo sia passato o se questa sia stata fatta: il dolore resta sempre lì, radicato fin dentro le ossa, e per questo va sempre rispettato.

Perciò mi inchino in silenzio davanti alla sofferenza di chi, come Francesco Vitali, intervistato dai giornali dice di sentirsi «preso in giro» dall’assassino di sua sorella Benedetta e dall’autorità giudiziaria che gli ha concesso fiducia e si è ritrovata tradita. Così come mi inchino altrettanto rispettosamente davanti a un padre che, con dignità da grande uomo, si è preso un’altra volta sulle spalle le responsabilità di suo figlio e lo ha invitato, tramite il Tg2, a consegnarsi e tornare in carcere. Nonostante tutto, è consolante vedere quanto l’umanità sappia risplendere di luce propria, anche quando è immerdata fino al collo.

Resta il fatto che Andrea s’è perso, di nuovo. E nel nostro piccolo possiamo solo sperare che si ritrovi, prima che lo faccia qualcun altro. Per lui, per la sua famiglia e per le persone cui, con le sue azioni, ha lasciato in bocca soltanto un immenso dolore.

Chi invece non deve perdersi, lui proprio no, è il Magistrato che gli ha concesso fiducia. Se ci si occupa di questo caso, evidentemente, è perchè la conseguenza è stata infelice. Ma di casi così tanto lui quanto i suoi colleghi probabilmente ne hanno trattati a centinaia, senza finire ogni volta alla gogna. E chi chiede provvedimenti nei suoi confronti forse non riesce a vedere il pericolo che, sanzionando il giudice che sbaglia, il garantismo muoia un po’ alla volta. Perchè è più facile, ma terribilmente ingiusto e bestiale, buttare via la chiave di una cella invece che provare ad aprirla al mondo.

Pure al netto di eventuali errori di valutazione commessi – che non ho titolo per identificare – sono convinto che abbia rispettato la Costituzione, difendendola col suo operato. E lo ha fatto regalando un bel po’ di buona fede, che è merce rara di questi tempi. Ben più rara di un’evasione dal carcere.

Se potessi parlargli, pur da signor nessuno quale sono, gli direi di non arrendersi al cinismo. In fin dei conti, la speranza non è sempre garanzia di successo. Ma se venisse meno quella, allora sì, il fallimento sarebbe davvero garantito.


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