Con estati sempre più calde, l’acqua in città diventa una risorsa di refrigerio fondamentale. Bologna potrebbe raccogliere questa sfida, lavorando su un piano di sviluppo dei rifugi climatici che riconosca il ruolo delle piscine comunali all’aperto come presidi di salute pubblica e di equità sociale, garantendo a tutte e tutti un diritto reale al benessere e alla qualità della vita
di Giacomo Pizzardi, ingegnere edile/architetto
Stiamo vivendo i giorni della seconda ondata di calore dall’inizio dell’estate, che sta mettendo a dura prova la vita delle persone nelle città un po’ in tutta Europa. Bologna non fa eccezione: temperature massime che superano stabilmente i 35 gradi per settimane, notti tropicali, isole di calore e picchi di umidità, rappresentano un lessico comune, che purtroppo descrive delle condizioni che incidono pesantemente sulla salute e sulla qualità della vita urbana soprattutto per i meno abbienti e i più fragili.
In questo contesto, alcune città italiane (qui), sulla scorta di esperienze internazionali virtuose come quella della città di Barcellona (qui), si stanno interrogando su come attrezzarsi per offrire ai cittadini “rifugi climatici”: luoghi pubblici ad accesso libero e gratuito che offrono ristoro dalle temperature estreme durante le ore più torride, per ridurre i rischi per la salute e contrastare le disuguaglianze di accesso alla “protezione climatica”.
Bologna ha compiuto un primo passo importante in questa direzione, presentando la prima rete di rifugi climatici cittadini (qui), di cui fanno parte 15 luoghi: spazi al chiuso climatizzati come biblioteche, case di quartiere e musei, e spazi all’aperto come piazze coperte, parchi e giardini. In questa lista mancano al momento all’appello le piscine comunali all’aperto: infrastrutture pubbliche di notevole importanza per il refrigerio estivo, che tuttavia nel contesto medio delle città italiane, risultano spesso essere presenti in numero limitato rispetto ai bacini d’utenza medi cittadini.
Proprio il tema della disponibilità di piscine comunali all’aperto sta accendendo il dibattito in molte città italiane strette nella morsa del caldo estremo: ad esempio a Milano (qui) vi è già da diversi mesi una grande discussione che sta ponendo l’attenzione sulla scarsità di vasche estive pubbliche e sui costi elevati di accesso, che sta stimolando una riflessione sul diritto ad avere in città un adeguato numero di spazi balneari pubblici accessibili a tariffe popolari, come presidi sociali di adattamento urbano per fronteggiare le ondate di calore.
Volendo affrontare una discussione analoga su Bologna, varrebbe la pena fare un approfondimento inerente le piscine comunali all’aperto, sia a livello numerico sia di accessibilità economica.
A livello numerico, nel territorio comunale, a esclusione di quelle private o dei circoli riservate ai soli soci, ci sono a oggi solo quattro piscine comunali che offrono la disponibilità di vasche all’aperto: Cavina, Vandelli, Spiraglio, Sterlino. Le prime tre presentano tuttavia vasche esterne di dimensioni ridotte e solo lo Sterlino ha una vasca esterna con standard dimensionali tali da ospitare un elevato numero di persone. Una dotazione che si può ritenere insufficiente per una città di 400mila abitanti residenti (distante quasi 100 km dal mare più vicino!), che ospita anche una consistente popolazione di studenti e lavoratori fuorisede, e che merita quindi una riflessione.
Non si tratta però solo di una questione legata al numero di piscine comunali all’aperto presenti su un territorio, ma anche delle effettive condizioni di accessibilità in termini economici. Oggi le varie formule (anche scontate) d’accesso a questi spazi presentano costi non trascurabili, che possono scoraggiare o escludere numerose persone e nuclei familiari, soprattutto quelli a più basso reddito. Non tutti per beneficiare di momenti di refrigerio possono contare su seconde case al mare o in montagna, in cui rifugiarsi il fine settimana, o su abitazioni dotate di aria condizionata in cui trascorrere le giornate più torride. Per molti, l’accesso a una piscina pubblica a tariffe ridotte rappresenta una delle poche possibilità concrete per refrigerarsi e difendersi attivamente dal caldo estremo.
Su quest’ultimo tema non mancano esempi virtuosi a cui ispirarsi. A New York (qui) ad esempio le 53 piscine comunali all’aperto sono gratuite per tutti i residenti durante i 3 mesi estivi. A Marsiglia (qui) il Comune ha adottato un modello che prevede ingressi gratuiti durante i giorni di allerta climatica da ondate di calore, riconoscendo la funzione sanitaria delle piscine pubbliche. A Roma (qui) infine da quattro anni è in vigore la misura “Piscine all’aperto” che offre ingressi gratuiti per tutti gli over 70 nelle 17 piscine comunali all’aperto della Capitale.
Con estati sempre più calde, l’acqua in città diventa una risorsa di refrigerio fondamentale. Bologna potrebbe raccogliere questa sfida, lavorando su un piano di sviluppo dei rifugi climatici che riconosca il ruolo delle piscine comunali all’aperto come presidi di salute pubblica e di equità sociale, garantendo a tutte e tutti un diritto reale al benessere e alla qualità della vita.

Io penso che la gente che vuole solo rinfrescarsi possa farlo a Bologna anche adesso nelle piscine al coperto. Come peraltro allegramente fa.
Proporrei se mai di migliorarle rinnovando soprattutto spogliatoi ed impianti. Se le risorse sono, come certamente sono, limitate a mio modesto avviso è meglio fare scelte di investimento in questo senso. Le piscine servono tutto l’anno innanzitutto per nuotare, per fare quindi attività fisica per mantenersi in salute. Quelle al coperto servono tutto l’anno a questo scopo.
Vorrei semplicemente ricordare che c’era un’altra e grande piscina all’aperto: nello spazio dello Stadio comunale e di 50 mt. Certo non per fare loisir natatorio ma per nuotare. Moltissimi bolognesi, forse i più anziani(?) sanno nuotare.
Forse chi passa da Bologna temporaneamente usa le piscine più per divertimento e magari con meno correttezza…
Comunque per i costi erano certamente minori quando la gestione era direttamente in capo all’amministrazione comunale. Parlo purtroppo di tanti anni fa, quando non era ancora in uso la privatizzazione strisciante chiamata “convenzioni” con organizzazioni sportive. Nel futuro sportivo bolognese continuerà anche per grandi impianti e chi pagherà le spese di manutenzione straordinaria sarà sempre pantalone.