Denatalità e disuguaglianze vanno a braccetto

Finché non si affronteranno seriamente le ingiustizie sociali ed economiche che affliggono il Paese da decenni, nemmeno nella prospera Emilia-Romagna potrà esserci una reale inversione di tendenza rispetto al calo delle nascite

di Barbara Beghelli, giornalista


La denatalità, con tutte le sue conseguenze socio-economiche, è una questione che investe anche la nostra Emilia-Romagna con tutte le sue province, ma la domanda è: si può affrontare con politiche adeguate?

In merito c’è stato un primo dibattito istituzionale interessante, giusto qualche giorno fa: la riunione dell’Intergruppo assembleare regionale costituito da 36 consiglieri di ogni schieramento, il cui coordinamento bipartisan (Ferrari del Pd e Ugolini di Rete Civica) ha comportato serie riflessioni che continueranno il 21 luglio. Si vorrebbero individuare strategie e strumenti innovativi a sostegno della natalità e della famiglia con misure trasversali a diversi ambiti come le politiche fiscali, scolastiche, sociali, educative, occupazionali, sanitarie e dei trasporti, con un’attenzione particolare alla conciliazione vita-lavoro.

Il confronto è partito da una serie di dati forniti dal demografo e statistico Gianluigi Bovini sulla situazione demografica in Emilia-Romagna rapportata all’Italia, Europa, mondo. Vediamo.

Nel 2024, in Emilia-Romagna sono nati 28.003 bambini, e se facciamo un paragone con il 2008, quando ne nacquero 42.000, si nota un calo nascite del 30%. E negli altri Paesi? Sempre in base ai dati Istat, il 2025 è iniziato al ribasso: tra gennaio e aprile le nascite sono infatti diminuite del 7,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Ma nel Belpaese, com’è il trend? Beh, le 370mila nuove nascite del 2024 potrebbero anche scendere. E il rischio è di arrivare sotto i 350mila nati nel 2025.

Ora, premesso che fare un figlio o due o nessuno è una libera scelta delle donne e delle coppie, cosa si rischia a livello socio-economico? Un bel po’.

Il futuro sviluppo del Paese potrebbe risentirne in modo molto significativo: nel breve periodo la denatalità comporta ad esempio meno bambini e bambine nelle scuole per l’infanzia, dunque meno lavoratori e lavoratrici lì impiegati. Meno stipendi si ripercuotono poi su minori contributi versati che vanno a finire nelle Casse di previdenza e dunque nelle pensioni, sempre più misere.

Tra i fattori-chiave della denatalità, Bovini ha poi fornito un indicatore di cui si parla poco ma che credo sia molto rilevante, e cioè che la diminuzione del tasso di natalità in relazione all’età di giovani ragazze e signore in “età feconda” in realtà è cominciato negli anni ’70.

Solo in Emilia-Romagna, negli ultimi 25 anni, si contano 45mila donne in meno tra i 15 e i 49 anni che si sono riprodotte. Questa è la vera «trappola demografica sulla quale è impossibile intervenire», ha detto Bovini, perché è il risultato del primo calo delle nascite che si verificò negli anni ’70 e ’80.

Tutto vero. Ma il problema, come sempre, è alle origini, e non è stato risolto.

L’Italia ha gli stipendi più bassi d’Europa da trent’anni a questa parte e, in contemporanea, il più alto tasso di precarietà sul lavoro, soprattutto femminile. Gli stessi compensi, quando ci sono, sono più bassi rispetto a quelli dei colleghi maschi. Non ne faccio una questione femminista, sia chiaro, quantomeno non solo. Perché se guardiamo alle/ai trentenni/quarantenni d’oggi, sempreché non finiscano nello studio di papà o nell’azienda di mammà – in percentuali irrisorie – sempre più emigrano per trovare un lavoro consono e stabile, anche a cinquant’anni.

E la casa? Dove devono andare a vivere le ‘giovani’ coppie? A Bologna, se non hanno un appartamento di proprietà delle famiglie d’origine e devono acquistare, per un bilocale devono sborsare 400mila euro, a meno che non vogliano vivere in certi quartieri periferici, dove indubbiamente le case costano meno ma la qualità della vita non è sempre delle migliori. Restano gli Appennini, certo, bellissimi, con le loro distanze e i loro trasporti (chiedere ai pendolari). Un loop infinito.

Quello su cui è possibile intervenire, e su cui si è ragionato alla sessione dell’Intergruppo, pare peraltro la componente della natalità: la propensione a mettere al mondo o ad accogliere dei figli deve aumentare poiché l’equilibrio tra generazioni è garantito da 2,1 figli per coppia. In Emilia-Romagna oggi la media è 1,18. Il lavoro della sessione continuerà il 21 luglio, allorché sarà avviato il confronto sulle prime proposte per impostare il “Progetto di legge per il contrasto alla denatalità e il sostegno alla genitorialità”.

E allora, ecco, speriamo che in quel frangente si tenga conto di tutte le variabili che incidono sulla fotografia odierna della popolazione, e che gli esperti hanno iniziato a scattare da quando le donne hanno deciso che volevano lavorare, a fine anni ’60.

Problemi che possono – dovevano – essere risolti dalla politica decenni fa. Perché altrimenti sarebbe un confronto monco e di conseguenza un altro inutile progetto.


Rispondi