Ci sarebbe davvero bisogno di una vera “rivoluzione culturale”. Il Comune dovrebbe indire una consultazione di massa per una mappatura delle zone esposte al sole cocente per decidere quale sia il migliore utilizzo delle poche risorse pubbliche per alberare la città. Una via per concentrare l’attenzione sul cambiamento climatico e sui suoi effetti, coinvolgendo i cittadini nel dibattito sulla “neutralità climatica al 2030” per cambiare la realtà urbana di cui si sente poco, troppo poco, parlare
di Ugo Mazza, già dirigente politico
È difficile polemizzare sugli alberi in quanto tali. È più facile discutere del senso delle scelte compiute.
Se si vuole partire dagli alberi in vaso nelle piazze centrali, sarebbe sufficiente fermarsi un attimo a guardare il comportamento delle persone di fronte alle installazioni in piazza Re Enzo e in Piazza Nettuno. Mentre le prime in doppio filare di alberi sono attraversate dalle persone, le seconde, collocate a gruppi, vengono solo aggirate senza fermarsi.
Ecco, questo potrebbe suggerire di usare gli alberi in vaso per determinare un percorso alberato nel solleone per attraversare una piazza collegando un portico e l’altro, valorizzando quel nostro patrimonio. Infatti, penso che si dovrebbe partire dal ruolo dei portici del nostro Centro Storico, “patrimonio dell’umanità”, per migliorare la loro qualità pubblica. Possediamo una rete di percorsi ombrati unica al mondo, perché non studiarla e migliorarla, sia con protezioni apposite dal sole, sia con sedute pubbliche per la sosta dove possibile, anche per evitare che le uniche soste possibili siano a pagamento nei bar.
Ho letto in questi giorni che «il verde in centro sarebbe una rivoluzione culturale». Potrebbe anche trasformarsi in uno stravolgimento storico-culturale, oltre che ambientale. Per evitare di contrapporre gli alberi alla storia, sarebbe bene che tale “rivoluzione” fosse valutata, prima di essere compiuta, in un dibattito pubblico senza infingimenti e aperto a tutti, coinvolgendo personalità che nel tempo si sono occupate dei centri storici, della loro origine, della loro tutela e della loro qualità e unicità.
Lo sottolineo perché da alcuni anni a Bologna si è passati a un’idea urbanistica che nega l’idea della “unicità del centro storico” e del suo valore culturale complessivo, giungendo a sostenere che ogni sua componente architettonica o spaziale andasse valutata a prescindere dal contesto storico culturale in cui è inserita. Sulla base di questa teoria, qualcuno, prima del Tram, giungeva a sostenere l’opportunità di piantare alberi anche in via dell’Indipendenza, se non in via Ugo Bassi e Rizzoli.
Inoltre, almeno per me, è ben strana l’idea che ogni miglioramento della città debba partire dal Centro Storico, la zona con la qualità e rendita urbana più elevata. Penso che una vera “rivoluzione culturale” dovrebbe partire proprio dalle periferie, dalle zone di “basso valore”, a cui destinare le poche risorse comunali per migliorare la qualità dell’arredo urbano e per attenuare l’impatto del sole là dove, inoltre, mancano i portici del centro.
Con questo non nego che ci sono interventi significativi in atto nelle periferie, ma certamente il concetto di “rigenerazione urbana” andrebbe sottoposto a verifica semantica: più che “rigenerare” si cambia l’esistente per costruire molto di più e accrescere il valore privato, senza una attenta cura pubblica dell’intorno per migliorare l’ambiente e la qualità della vita delle persone che già vivono in quelle zone.
Inoltre, non vedo la stessa attenzione al “calore solare” delle piazze di periferia, anch’esse molto calde. Potrei anche aggiungere le tante fermate dei bus dove l’attesa delle persone avviene per molti minuti, oggi ancor più incerti, sotto il sole, a volte nascoste nelle ombre di qualche palo, senza le pensiline Tper. Per tornare agli alberi in vaso, penso per esempio che gli stessi alberi potevano essere più utili per ombreggiare il percorso dall’ingresso dell’Ospedale Maggiore alla fermata del bus e ai parcheggi assolati e viceversa, percorso insostenibile per persone malate o anziane; aree e parcheggi dove sarebbe necessario, non solo possibile, piantare decine di alberi per “rigenerare” quelle lande asfaltate e assolate.
Ci sarebbe davvero bisogno di una vera “rivoluzione culturale” a Bologna. Il Comune dovrebbe indire una consultazione di massa, tramite i Consigli di Quartiere, per una mappatura delle aree e delle zone della città esposte al sole cocente e crescente al fine di decidere, con una reale partecipazione dei cittadini e una discussione consapevole sui dati di quella ricerca di massa, quale sia il migliore utilizzo delle poche risorse pubbliche per alberare la città.
Questa consultazione, inoltre, concentrerebbe l’attenzione sul “cambiamento climatico e sui suoi effetti sulla città”, coinvolgendo i cittadini nel dibattito sulla “neutralità climatica al 2030”, obiettivo decisivo del Comune di Bologna per cambiare la realtà urbana ma di cui si sente poco, troppo poco, parlare.
In copertina: un condominio in zona Fossolo (Photo credits: Biblioteca Salaborsa)

E’ stato spiegato che gli alberi in vaso non fanno praticamente ombra a meno che uno si pianti nello stesso vaso ???
Grazie a Ugo Mazza per il contenuto dell’articolo che rivela parecchio di quel cambiamento antropologico avvenuto in città e che ha interessato troppo l’establishment politico. Infatti questo è un articolo da cui emerge un pensiero consapevole e competente di un politico che non si trova più oggi. Un politico che non è amministratore delegato di una città e/o di se stesso. Un politico che è nato a Bologna, quindi non di passaggio, arrivato nella “ex mitica Bologna” come molti nostri rappresentanti oggi e per questo sa fare solo una politica applicata utilizzando movimenti giovanili estemporanei, frasi ad effetto e purtroppo interventi poco pianificati e discussi realmente con chi abita, lavora, e dovrebbe vivere una città vera. Una città che ha sempre dovuto fare i conti con un clima continentale da temperature e umidità estreme. Una città che però si salvava perché al di là dei poli industriali del dopoguerra manteneva, soprattutto in periferia, le sue caratteristiche agricole o di verde. Poi si sono barattate le percentuali dei metri quadrati di verde degli spazi pubblici e privati con quelli delle rotonde e con le varie e troppe compensazioni che poi vengono piano piano negli anni dimenticate per dare voce ai costruttori di turno. Il problema è che il modello Milano è dietro l’angolo, oppure è già bene in vista anche qui nel non luogo che è diventato Bologna, ormai solo attraversata e consumata per un breve periodo di vita.
Sono molto d’accordo con Ugo Mazza. Anch’io avevo pensato all’utilizzo dei portici con collegamenti idonei. Credo che la proposta per l’ingresso all’ospedale maggiore sia un’ottima idea
Missione verde: possibile o impossibile?
Il caldo torrido di queste settimane e i quasi 40 gradi registrati a Bologna non sono una sorpresa: è da anni che gli esperti di clima urbano avvertono sui rischi del surriscaldamento delle città. Eppure, anche quest’anno, o meglio per la prima volta quest’anno, la risposta dell’amministrazione è stata quella di piazzare qualche sparuto alberello in vaso nelle piazze del centro. Un gesto talmente insufficiente da sembrare quasi una provocazione.
Mi chiedo: è solo improvvisazione? O forse una manovra di distrazione, una “missione verde” destinata a fallire in partenza? In una città già sotto stress per i cantieri del tram, dove il malcontento cresce e la qualità della vita urbana peggiora, è legittimo chiedersi: che visione c’è dietro queste scelte?
Altrove, in Europa, c’è chi da tempo affronta con serietà il problema. A Parigi, il piano “Végétalisons la Ville” ha trasformato tetti e pareti in giardini, ha avviato progetti di forestazione urbana e convertito piazze in spazi verdi reali, non simbolici. A Lione, con la “Charte de l’arbre”, si è iniziato già dal 2000 a piantare decine di migliaia di alberi nei quartieri. A Madrid e Amsterdam, si sperimenta da anni come usare la vegetazione per raffreddare le strade. Tutte esperienze concrete, operative, misurabili. Perché qui no?
Non si tratta di copiare per moda, ma di mutuare ciò che funziona. Il verde urbano non è un vezzo: è una misura sanitaria, sociale, climatica. E deve riguardare anche le periferie, dove spesso il disagio ambientale è più forte.
Bologna non può permettersi di rispondere a una crisi strutturale con piccoli gesti cosmetici. Serve un piano credibile, integrato, partecipato. E servono interlocutori capaci di uscire dal recinto dell’autoreferenzialità politica.
Altrimenti il rischio è che gli alberelli in vaso rimangano solo un’allegoria del vuoto.
Per ridurre le superfici cementate bisognerà prima o poi affrontare il tabù dei posti auto, spesso occupati da veicoli fermi per settimane quando non mesi. E’ un tema complementare a #Bologna30 e che potrebbe essere agevolato dalla normativa in materia:https://www.ilsole24ore.com/art/approvata-proposta-legge-rottamare-veicoli-fermo-amministrativo-AGZFJJnD?refresh_ce=1
Personalmente sono dubbioso sulle consultazioni di massa che, visti i tempi diverrebbero il palcoscenico mediatico di moderne insolenze verso i governanti medio-tempore. Apprezzo invece quello che ogni anno Bologna propone in primavera ed estate ai suoi cittadini e a chiunque si trovi a passare da queste parti attraverso gli eventi promossi dal Comune e dalla Città Metropolitana: Bologna Estate 2025 e ben riassunta dell’ottimo BolognaToday https://www.bolognatoday.it/eventi/bologna-estate-2025-programma.html e da Bologna Unesco https://cittadellamusica.comune.bologna.it/news/bologna-estate-2025-energia-creativa