Dichiariamo lo stato di disastro culturale. E che vogliamo tutt’altro

Lunedì 21 luglio alle 17 da Ateliersi a Bologna si riunirà l’assemblea territoriale dellз lavoratorз dello spettacolo per un raccordo con quella nazionale che si terrà invece alle 19 su Zoom: qui un gruppo di oltre 2.000 persone dichiarerà che, pur nell’attuale stato di sfacelo culturale nazionale, non cederà ai ricatti economici di un Governo che, purtroppo per lui, detiene solo quel potere

di Stefania Dubla, curatrice d’arte pubblica


Penso alle enciclopedie di Isgrò. Pagine di dettagliata definizione per ogni singola parola del nostro linguaggio, devota al pensiero come unә supplicante in preghiera affinché esso disponga di tutti gli strumenti acquisiti nei secoli per scandagliare la realtà; penso a quelle pagine, a quelle parole, e a Isgrò che ci passa sopra un tratto nero.

Leggo i parametri di giudizio per l’assegnazione dei contributi del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo 2025/2027 (qui) e penso a quel gesto artistico mosso, contrariamente a ogni intento distruttivo, dalla volontà di setacciare la sottile relazione tra potere e conoscenza.

Con sentimento obliterativo, invece, spariscono dalla griglia ministeriale di valutazione delle arti performative italiane le parole contemporaneo, rischio culturale, transdisciplinarietà. Questi termini non fanno parte del dizionario di un Governo che della sperimentazione ha paura – e, con obiettività di giudizio, a ragion veduta. Più rassicuranti, invece, concetti quali tradizione, repertorio, intrattenimento, aumento del costo dei biglietti, maschile sovraesteso.

Sì, perché ad alcune compagnie che hanno usato il linguaggio inclusivo sono arrivate delle telefonate intimidatorie e senza sorpresa dal momento che, si legge nel verbale della Commissione per la Danza (qui), la Presidente Piccione ha affermato che quella «forma lessicale non può ritenersi conforme al formato di documenti ufficiali», costando a un ente la stessa ammissione al finanziamento.

Non è infatti necessaria la censura per indurre lз artistз a un silenzio bastevole per rientrare in un sistema – l’unico per lo spettacolo in Italia – che garantisca la prosecuzione del lavoro. Quando il ricatto diventa quello del “ti offro la possibilità purché tu non parli di ciò che a me non piace, purché tu non sia contemporaneo, internazionale, transdisciplinare” (o semplicemente trans) la vittoria è alle porte. E il ricatto può esercitarlo solo chi ha potere, economico in questo caso, essendo quello culturale un mondo che senza lo Stato stenta a sopravvivere.

La cancellazione dal Fnsv di alcuni termini non è che un consiglio – coercitivo – di demarcazione degli ambiti della conoscenza e della sua divulgazione. In quest’ottica intimidatoria, gli esiti della valutazione hanno portato da una parte a un declassamento artistico di esperienze di chiara fama, come il Santarcangelo Festival (qui) e la Fondazione Teatro Toscana (qui), dall’altro alla loro cancellazione. Sei progetti su nove in Sardegna sono stati esclusi dal finanziamento triennale (qui), così come il Conformazioni di Palermo e il Tendance a Latina (qui), entrambi unici festival di danza contemporanea nelle rispettive città. E così via per tutto il territorio nazionale.

Emerge allora un altro folle dato a cui alludo usando le parole di un nuovo documento ministeriale: «Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza […]. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino» (Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, marzo 2025, p. 46, qui). I punti così si uniscono e il disegno si affina con operazioni che sono già agite. Privare la Sardegna del 60% delle sue attività performative significa letteralmente accompagnarla con una spinta violenta verso l’auspicato, per loro, «cronicizzato declino». Significa una volontà sfacciatamente manifesta di mandare a morte territori, già marginali, perché considerati infruttiferi per il Paese.

La battaglia allora che lз lavoratorз dello spettacolo stanno mettendo in campo non solo ci riguarda tuttз, ma abbraccia ogni ambito. Dall’istruzione al cinema, dalla sanità all’economia, dalle città ai paesi. Ancora di più, ogni cosa di questa vicenda ci ricorda quanto le lotte siano intersezionali e quanto fondamentale sia non lasciare indietro nessunә. Se Alatri inizia a camminare, Milano segue il suo passo. Se la Campania alza la voce, l’Emilia-Romagna canta con lei. Se una qualsiasi Reggio inciampa nella corsa, Roma torna indietro e spiana la strada. Non scindiamo la lotta perché, lo abbiamo già visto in Ungheria, Polonia, Slovacchia, Brasile e in passato in Germania, le estreme destre agiscono minando il sistema culturale, amplificando i divari, rendendo nemiche le differenze, disunendo ciò che insieme sarebbe invece potentissimo.

Lunedì 21 luglio alle 17 da Ateliersi a Bologna (qui) si riunirà l’assemblea territoriale dellз lavoratorз dello spettacolo per un raccordo con quella nazionale “Vogliamo tutt’altro” (qui il comunicato) che aprirà invece alle 19 su Zoom (qui): un gruppo di oltre 2.000 persone dichiarerà che, pur nell’attuale stato di disastro culturale nazionale, non cederà ai ricatti economici di un Governo che, purtroppo per lui, detiene solo quel potere. Da quest’altro lato della barricata c’è la conoscenza e la messa a disposizione di un’enciclopedia amplissima di possibilità con cui immaginare e costruire un mondo in cui il nero non è che la fusione di ogni sfumatura, un vuoto, un essere in potenza di tutto ciò che dall’oggi è altro.

Photo credits: Tg La7


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