Corsi e ricorsi, ma non arrivai

Come ormai è tradizione, turismo e crisi climatica tornano come il cicaleccio a monopolizzare l’estate del dibattito cittadino. Per fortuna a breve saranno ferie e ognuno, indossati polo e bermuda, potrà fare l’americano da qualche altra parte senza sentirsi in colpa

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


Mi perdoneranno i lettori e l’autore se, per cominciare, prendo a prestito il titolo del sesto libro di Giobbe Covatta, conosciutissimo comico ed ex portavoce della Federazione dei Verdi. Una pubblicazione che sfortunatamente ha già compiuto vent’anni ma che ancora oggi, quando la sfilo dalla mia polverosa libreria, riesce a farmi ridere come raramente mi capita. Il genio, del resto, non conosce mai la vecchiaia.

L’opera dell’attore campano, una parodia di fatti storici ed epici interpretati come se fossero raccontati dai principali giornali italiani, mi è tornata in mente in questi giorni, mentre scorrazzando per le più belle spiagge di Corsica mi costringevo, non senza fatica, a leggere le rassegne stampa provenienti da Bologna.

Così mi sono chiesto cosa avrebbe scritto o pensato, il Covatta, se avesse dovuto parodiare anche le polemiche estive che, cicliche come le stagioni di una volta, ogni anno ritornano a piovere sulla nostra città con l’intensità di un monsone in un cicchetto vuoto. La conclusione che mi sono dato, lungi dall’essere definitiva, è che magari avremmo riso con più arguzia, ma non di certo più intensamente.

Devo confessare infatti che tra litorali pietrosi e pinete, leggendo dell’Hare Krishna Revival imbastito per “proteggere” gli allori di San Leonardo (qui), ho spaventato con più di qualche risata la variegata fauna della macchia mediterranea, e lasciati interdetti parecchi organizzatissimi campeggiatori olandesi. Pazienza. In fondo si sa che il riso abbonda sulla bocca degli stolti, e io non ho certo la presunzione di sembrare intelligente.

Ciò detto, si potrebbe chiedere a José Poggioli, sindaco destrorso del Comune di Patrimoniu, in Alta Corsica, di inviarci quattro o cinque camion di piante d’alloro in vaso – a loro escono dalle orecchie – da piazzare in zona universitaria e nelle altre aree della città in cui lə attivistə verdə provvederanno a collocarle personalmente, una volta che gli amministratori cittadini democraticamente eletti gli avranno attribuito la cittadinanza onoraria e, con essa, i pieni e indiscussi poteri sul nostro comune destino.

C’è poi un altro fatterello, ormai classico dell’estate, che nonostante la pericolosa oscillazione tra noia e abitudine che porta con sé mi fa sempre sorridere, ed è il cosiddetto overtourism. Un fenomeno serio altrove e ancora inesistente a Bologna che, tuttavia, tra uno spritz e una ciotolina di arachidi in qualche bar del centro trova sempre una sua dignitosa collocazione.

Anche in questo caso, non posso fare a meno di chiedermi cosa ne penserebbe quel vecchio agricoltore corso, nome di fantasia “Ignazio”, che seguendo i consigli del figlio ha trasformato un magazzino nel suo uliveto in un ristorante il cui menù prevede, tra gli altri, taglieri misti (sic!) e altri piatti a base di prodotti locali acquistabili in cassa, prezzo medio intorno ai 70 euro al chilo. Ora, io certo non pretendo di leggere nella mente di Ignazio… Ma devo ammettere che, mentre osservava i turisti assiepati nel magazzino dove si era spaccato la schiena una vita, era sereno. O almeno così sembrava quando, individuato un tavolo di italiani, si avvicinava per condividere il suo apprezzamento per Giorgia Meloni e, vistosi respinto, se ne andava sghignazzando in direzione del bancone: «Oh, tutte parteggiani qui!». Il cliente, in fin dei conti, ha quasi sempre ragione.

Per evitare equivoci, ci tengo a sottolineare che non mi è ancora mai capitato – e temo mai mi capiterà – di lavorare sei mesi e passare gli altri sei a contare i soldi. Eppure mi piacerebbe provare, così tanto per sapere, com’è vivere grazie al denaro di chi a casa sua si lamenta dei turisti e, con l’arrivo di agosto, infila polo e bermuda e va a fare il turista di qualcun altro, altrove. Forse anch’io, come quel vecchio fascistone d’Ignazio, vivrei la vita con più Montana.

E invece eccomi qui, a rincorrere inutilmente la cronaca su argomenti importati dall’estero o scaduti come i prodotti nelle dispense di alcuni agriturismi – inspiegabilmente innominabili – dell’Appennino felsineo, immaginando un futuro improbabile in cui, deciso a mettere la testa a posto e tassisti permettendo, mi cercherò un lavoro vero come autista Uber e comprerò una macchina a rate.

Per allora, dando ormai per assodata l’ineluttabilità dell’eterno ritorno dell’identico, non ho dubbi che ci ritroveremo con il collega Hassan, marocchino con tre figli a carico da cui mi separa soltanto la valutazione sul destino ultimo del Sahara Occidentale, al sit-in sindacale indetto sul crescentone di lunedì pomeriggio per protestare contro la delibera comunale che, ispirandosi al titolo di tesi di un dottorando in Sociologia del Lavoro, ci impedirà di fare il doppio turno aeroporto-stazione perché “inumano” e “degradante”.

Come sempre in questi casi monterà la rabbia, e roncole in mano saliremo la Scala del Bramante al grido di «Lasciateci lavorare». Forse riusciremo ad arrivare in consiglio comunale – in fondo oggi anche Bin Laden, redivivo, non troverebbe opposizione – o forse, essendo per lo più migranti incazzati come pantere, ci faranno giustamente sfollare dalla Celere. Eppure ho speranza che anche gli agenti, pur nel rispetto del loro dovere, ci picchieranno con più amore di quanto non farebbero normalmente. Per una volta, penseranno, stiamo menando esseri umani e non dei semplici luoghi comuni.


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