Spesso il discorso pubblico sulla migrazione si risolve in generici luoghi comuni e statistiche asettiche. Eppure a fare la differenza nei processi di integrazione sono soprattutto i rapporti umani che si instaurano di volta in volta, anche solo per un breve periodo. Uno scambio alla pari di emozioni come quello che noi insegnanti volontari di italiano abbiamo ogni giorno con i nostri studenti migranti
di Antonella Cavallina, insegnante volontaria
Nel mio lavoro di insegnante volontaria di italiano ai migranti presso la scuola “By piedi”, mi trovo costantemente a fare i conti tra il servizio che dovrei offrire agli studenti che incontro e le mie aspettative sui risultati che vorrei ottenere. E i conti non tornano mai, dunque bisogna trovare una quadra che non esiste. Difficile per me accettare che dovrei limitarmi a offrire un servizio senza pretendere alcun risultato in cambio. Questo risultato, desiderato, auspicato implicherebbe una generosità che non mi appartiene: io voglio vedere un risultato. Ma questo non dipende né da me, né dai miei studenti, sono troppe le variabili in gioco: studenti sempre in movimento, sempre in attesa di qualcosa o qualcuno che deciderà della loro presenza nel nostro paese che, com’è noto, spesso non era nemmeno la destinazione auspicata.
A volte però i miracoli avvengono. Per esempio A., conosciuto nel 2023 quando lui aveva solo 16 anni. Al primo incontro, nella breve intervista di routine chiedo l’età. Lui me la dice ma, impertinente, chiede di rimando la mia di età che io aumento a dismisura per il disagio che mi procura il mio inarrestabile e per me inaccettabile invecchiamento. A. scoppia in una risata di divertimento e, credo, rilassamento. La stanza che ci accoglie si illumina di colori che prima non c’erano. E si parte.
Cominciamo a lavorare duramente, ed è più veloce lui ad apprendere che io a insegnare. Per l’estate riesco a procurargli un lavoretto (mi spaventa e lo spaventa il lungo periodo di chiusura delle scuole). A settembre finalmente riesce ad andare a scuola. Di mattina frequenta la scuola professionale (Cefal), il pomeriggio frequenta il Cpia per l’esame di terza media. Affronta questo impegno con gioia e coraggio – è arrivato in Europa solo per poter continuare ad andare a scuola – raggiungendo risultati brillantissimi in tutte le materie su cui mi tiene aggiornata. I suoi impegni scolastici e il mio lavoro di insegnante procedono e i nostri incontri sono straordinariamente arricchenti ed emozionanti.
A fine anno sento che forse è giusto proporre un “rallentamento”: in fondo lui è ben avviato nei suoi progetti mentre io ho tanti nuovi studenti di cui occuparmi. A. “mi convoca” nel box n.2 del secondo piano di Salaborsa per spiegarmi perché lui non può rinunciare a questa relazione. E in quel box trasparente, con il pubblico della Salaborsa che ci passa accanto, A. serissimo mi fa sapere che quando lui è arrivato in Italia non sapeva chi era e io sono la persona che lo ha aiutato a capirlo e a capire cosa sarebbe potuto diventare, che gli ha dato il coraggio e la speranza. Mi dice di essere partito da casa, senza dirlo alla madre, quando ha capito che non sarebbe più potuto andare a scuola. Mi racconta del padre morto, del tremendo viaggio attraverso il deserto, poi dell’Algeria dove ha lavorato come muratore per avere il denaro per potersi imbarcare, poi la Libia, poi Lampedusa, poi la Sicilia da cui è scappato perché qualcuno gli ha detto che a Bologna lo avrebbero mandato a scuola. Sì, a scuola andava molto bene, inglese perfetto, la sera, poiché si annoiava frequentava anche la scuola coranica. Io ascolto attonita. Rimarrò, credo, in silenzio per una settimana.
Oggi A., dopo aver brillantemente superato gli esami delle due scuole, gioca in una squadra di calcio, ha preso la patente, ha uno stipendio – che, dice, «mi viene versato sul conto corrente. Non devo nemmeno chiederlo!» – sta cercando un appartamento dove andare a vivere da solo o con amici. L’anno prossimo vorrebbe riprendere gli studi senza smettere di lavorare. Ci riuscirà.
Non contento, un mese fa chiede di vedermi per raccontarmi che ha superato l’esame per diventare volontario sull’ambulanza della Croce Rossa. E, quando gli racconto del progetto “One for you” (qui) con la Cineteca per poter portare studenti al cinema, tenta di aiutarmi economicamente nel sostegno del progetto.
Nel messaggio con cui ci salutiamo definitivamente, il giorno dopo, mi ricorda quanti anni dovrei aver compiuto secondo i suoi calcoli, ed è questo l’ultimo regalo: mi rimanda “pezzi di me”, delle nostre conversazioni, che io non ricordavo ma in cui mi riconosco immediatamente. Ma ciò che più importa è che A. ha raggiunto gli obiettivi che mi prefiggevo per lui: superare gli esami, lavorare, tenersi fuori dai guai.
Quel che mi resta di lui, e di tutti i ragazzi che ogni giorno incontro a scuola, è l’ammirazione per la forza, la dignità, il coraggio con cui i nostri studenti – giovani, meno giovani, uomini e donne, che meriterebbero un’attenzione ancora più speciale – affrontano questa nuova avventura nel nostro paese.
Photo credits: Matteo Badini via Unsplash

Quando si leggono storie come quella di A., viene spontaneo domandarsi “Io sarei in grado di fare tutto questo?”. Probabilmente, quando si ha la sua stessa dignità, amore e rispetto per sé, si muove qualcosa di profondo, si supera l’inerzia delle paure e si accede ad una rinnovata e meravigliosa gamma di colori (quella che ha illuminato la stanza nel tuo racconto) che non può fare altro che spingerci oltre ogni limite.
Questo è anche grazie a volontari come te, Antonella; avete il dono di capire le persone e aiutarle a mettere in moto un potenziale straordinario. Grazie!