Una lezione di urbanistica in un dialogo a mezzo stampa tra il sindaco e l’ex assessore all’edilizia e urbanistica di un Comune romagnolo colpito dall’alluvione del 2023
di Gabriele Bollini, urbanista e valutatore d’impatto
C’è indubbiamente anche un problema di volontà (vedi situazioni differenti fra Comuni) ovvero di gap culturale e politico a proposito del governo del territorio e della cosa pubblica (coscienti e consapevoli o meno).
A tal proposito è molto interessante lo scambio di opinioni avvenuto nel mese di ottobre 2023 sulle pagine di due giornali online di una città romagnola capoluogo di Provincia, tra un sindaco e un’ex assessore all’edilizia e urbanistica dello stesso Comune ma della tornata precedente, sull’onda degli effetti urbanistici e territoriali delle alluvioni di maggio 2023, che si sono rimpallati online accuse reciproche sulle scelte urbanistiche possibili o inevitabili a causa della legge urbanistica regionale (Lr 24/2017).
Il sindaco sosteneva: «Negli ultimi anni la nostra città ha visto una grande corsa a edificare, ma non c’erano strumenti per dire no». Anche un altro primo cittadino, “erroneamente”, richiamava in quei giorni «la mancanza di strumenti per dire no» invocando addirittura l’intervento del Commissario straordinario per togliere l’edificabilità sulle aree alluvionate o a rischio idraulico, ignorando di fatto l’assoluta potestà comunale in materia urbanistica. «L’ultimo piano della nostra città – continuava il sindaco romagnolo – è stato fatto nel 2003, quando il Psc ha identificato tutte le aree di espansione urbanizzabili. Nel 2015 è poi arrivata la nuova legge regionale che ha limitato le future urbanizzazioni e ha posto un limite al 2020 per la presentazione dei piani di urbanizzazioni. E questo – sosteneva – ha creato una corsa alle autorizzazioni».
Gli rispondeva quindi l’ex assessore all’edilizia e urbanistica: «Gli amministratori del Comune, da ultimo il Sindaco in una recente iniziativa pubblica, a fronte delle richieste di spiegazione sull’autorizzazione delle nuove espansioni, si giustificano rispondendo che è la conseguenza della pianificazione approvata dalle precedenti amministrazioni. Di fronte a una scelta che non si condivide mi è stato insegnato che un amministratore è tenuto a dimostrare di aver fatto di tutto per evitarla, diversamente rischia di screditare il proprio ruolo relegandosi a burocrate e rinunciando a perseguire l’interesse della propria comunità. Questa Amministrazione non solo non si è opposta a quelle scelte, ma le ha promosse».
E rilanciava: «La legge regionale (20/2000) non riconosceva capacità conformativa al Piano Strutturale Comunale (Psc), vale a dire non produceva effetti immediati, se non per l’apposizione di vincoli non di natura espropriativa, e le previsioni contenute nello stesso Psc potevano essere attuate solo a seguito del loro recepimento nel Piano Operativo Comunale (Poc). Quindi avere portato ad attuazione delle previsioni del Psc è una scelta, non un automatismo, sia perché non è stato modificato il Psc (cosa che in alcuni casi è stata fatta quando, su richiesta dei proprietari, si sono cancellate aree di trasformazione, come se il Piano fosse semplicemente uno strumento di valorizzazione immobiliare!) e sia perché quelle scelte sono state portate a maturazione con il Poc (il cosiddetto “piano di mandato del Sindaco”), il secondo dei quali è stato approvato dall’amministrazione guidata dallo stesso Sindaco. Il Poc ha scelto di confermare i comparti in attuazione del precedente Poc, come si legge nella stessa Relazione che accompagna lo strumento». E concludeva: «Mi spiace assistere ad amministratori che rinunciano ad assumere un ruolo attivo nel governare il Comune addossando responsabilità ad altri».
Questo caso merita un commento per provare a capire di che cosa parliamo quando parliamo di urbanistica.
Un Comune di solito risponde alle mutate condizioni ed esigenze del territorio e della propria comunità garantendo un adeguamento della propria strumentazione urbanistica: provvedendo spesso con una cadenza decennale (e questo vale di massima in questa Regione per la maggioranza dei Comuni).
Restituisco allora la parola all’ex assessore: «E qui non si tratta solo del rispetto di una usanza quanto della volontà di alimentare la fiducia negli strumenti di pianificazione che la nostra comunità ha dimostrato per oltre trent’anni: una idea del Piano quale riferimento fondamentale per il governo del territorio, uno scenario sempre adeguato grazie alla regolarità con cui lo strumento urbanistico generale si aggiornava rispetto alle mutate condizioni territoriali, ambientali, sociali ed economiche e che ha consentito di rispondere alla domanda di flessibilità del Piano con la continuità del processo di pianificazione, senza addossare colpe alle amministrazioni precedenti».
Photo credits: Ansa.it

Amministratori attuali e passati si incolpano a vicenda…. ma questo al cittadino non interessa. Per il cittadino, che con le sue tasse è il vero datore di lavoro degli amministratori pubblici, il punto è uno è uno soltanto: cosa pensate di fare ed entro quando, per risolvere la situazione? In qualsiasi azienda, in assenza di una precisa risposta i vertici verrebbero licenziati seduta stante per preservare la vita stessa dell’azienda.