La storia non è finita, lo ha reso chiaro Trump con l’uscita dal Patto di Parigi per la riduzione della CO2 e dicendo che «il Green Deal è una truffa», senza che la sinistra abbia battuto ciglio. Nessun pessimismo nostalgico, piuttosto manca una visione futura. In democrazia la realtà si cambia con le leggi e per farle serve la maggioranza in Parlamento: perché i lavoratori non vanno a votare?
di Ugo Mazza, già dirigente politico
“Pessimismo nostalgico” o “mancanza di una visione futura”? Partiamo dall’art.3 della Costituzione (qui) , con «un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto sul futuro», come cantava Bertoli. L’opposizione al capitalismo è del tutto attuale, la storia non è finita.
Daniela Freddi, nel suo recente articolo (qui), riflette sul commento di Goffredo Bettini al libro di Fausto Anderlini e Marcella Mauthe e sulla sua recente intelligente partecipazione alla presentazione del mio libro, “Segretario per caso”, alla Festa de l’Unità di Bologna, evidenziando il pericolo del pessimismo nostalgico. Ricordato l’uso politico che ne fa la destra meloniana, sollecita la sinistra proveniente dal Pci a evitare tale pericolo perché bisogna «tornare oggi, come ieri, a voler trasformare il presente», scrive concludendolo.
Per chi non l’avesse letto, sottolineo che non per caso il mio libro si conclude sottolineando che la ricerca intellettuale sul “superamento del capitalismo” continua: ne hanno scritto O’Connor, Gorz, Sweezy, mentre Lowy scrive di Ecosocialismo e Bergamo di “Marxismo ed ecologia” riflettendo sulla trasformazione ecologica delle attività umane per un paradigma alternativo a cui si aggiunge il recente libro del giapponese Saito Kohei “Il capitalismo nell’Antropocene”, in cui scrive che dai manoscritti inediti di Marx emerge la contraddizione tra economia e ambiente e che lo «sviluppo delle forze produttive», la logica produttivista assunta dalla sinistra europea e anche dal Pci, non esasperava le contraddizioni del capitalismo.
Questa ricerca non può essere ascritta al «pessimismo nostalgico» e tanto meno «l’ansia di futuro» che emana da questi scritti porta a una «sorta di immobilismo difensivo» di cui si preoccupa giustamente la Freddi, forse la crisi della sinistra sta nel suo opposto. Penso anch’io che non serva un riformismo basato sulla «terza via di blairiana memoria… vale a dire una ricetta buona per tutti senza il riconoscimento di interessi contrapposti», cioè del conflitto che per la sinistra dovrebbe essere la leva del cambiamento.
Per questo evidenzio come il capitalismo non sia «permeato di diseguaglianza e crisi ambientale», come lei scrive, bensì che esso ne sia il diretto responsabile, per natura. Lo ha reso chiaro Donald Trump sia con l’uscita dal Patto di Parigi per la riduzione delle emissioni di CO2 sia con l’affermazione che «il Green Deal è una truffa», senza che la sinistra europea abbia battuto ciglio.
Anche per questo non capisco il riduzionismo di chi dice «il lavoro sotto i 10 euro/ora è sfruttamento»: per realtà e definizione il lavoro è sempre sfruttato. Quel concetto favorisce una separazione tra i lavoratori che sono sempre meno pagati e frantumati scientemente per estrarre più profitto e rendita riducendo i loro diritti, mentre si assiste al paradosso della maggiore attenzione ai diritti civili rispetto a quelli sociali, una contrapposizione inaccettabile tra i diritti che evidenzia come il lavoro sia meno rappresentato.
La “terza via” di cui scrivo si riferisce a Enrico Berlinguer e alla sua sollecitazione strategica per tenere insieme le lotte quotidiane dei lavoratori, delle donne e dei giovani con la lotta per costruire una società alternativa, frutto di un processo democratico di cambiamento.
L’obiettivo del «superamento del capitalismo» così non è un feticcio ideologico, bensì la necessità sociale e civile di rifiutare la sua logica della «crescita infinita e senza limiti» che è la ragione dello sfruttamento delle persone e della natura (via la causa) che determina la crescita delle diseguaglianze e che sta portando al disastro climatico globale: l’opposizione non è frutto di “nostalgia” ma di “bisogno di futuro”.
Per la destra è naturale dare continuità allo status quo capitalistico, per la sinistra no. La sinistra (meglio le sinistre) non deve adattarsi a questo status quo, non deve cedere alla logica della “inclusione” nel futuro del capitalismo; deve mantenere la sua autonomia strategica indicando un’alternativa.
Come diceva il sociologo Luciano Gallino, «in un paese democratico la realtà si cambia con le leggi» e per fare le leggi serve la maggioranza in Parlamento: perché questo non è chiaro, perché i lavoratori non vanno a votare? Penso che la ragione stia nel loro sentirsi abbandonati e nella mancanza di una prospettiva credibile.
Servono due occhi: uno per affrontare la realtà di oggi per vincere anche battaglie limitate ma positive e progressive; l’altro per indicare il futuro, che io chiamo ecosocialismo, ma conta l’idea che si trasmette. Se manca uno di questi due occhi la sinistra è accecata, e diventa opportunista e arrendevole.
Alle domande della Freddi sul come aggredire questa realtà, mettendola in politica, penso che la sinistra o meglio le sinistre debbano far leva sul senso dell’art. 3 della Costituzione, avere la consapevolezza che da ogni proposta debba emergere il senso della rimozione delle cause delle ingiustizie: si vuole cambiare e non «metterci una pezza».
Oltre al riferimento alle origini antifasciste della Repubblica, aiuterebbe a dare un senso “di futuro” e a superare quel senso di “riformismo migliorativo” che non appassiona: deve essere chiaro che si punta a “riforme strutturali”, economiche, sociali e democratiche: non è la gradualità che determina sfiducia ma la sensazione che non si faccia sul serio. Inoltre si dovrebbe evidenziare la “continuità della storia”, evitando ogni cesura tra l’oggi e il futuro, ogni lotta deve essere finalizzata al superamento del paradigma esistente.
Oggi la “visione di futuro” passa per la “pace prima di tutto”, premessa di una sintonia con i popoli e con quanti nel mondo sentono l’esigenza di superare le cause delle ingiustizie e della crisi climatica, e anche delle guerre, finalizzate al controllo delle materie prime necessarie per la continuità del capitalismo globale.
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