Guardarsi indietro è un’azione necessaria, ma può avere anche pericolose ricadute negative, soprattutto quando viene politicizzato. È quello che sta succedendo anche a destra e a sinistra, con esiti sfortunatamente molto diversi
di Daniela Freddi, economista e componente Direzione Pd Bologna
Da qualche tempo si sta tornando sempre più spesso a cercare punti di riferimento nel passato, tanto a destra quanto a sinistra, dal livello internazionale a quello locale, anche qui in Emilia-Romagna. Se le ragioni di questo fenomeno hanno una radice comune, le modalità in cui questo avviene, le finalità e le conseguenze sono molto differenti.
Il periodo successivo al secondo dopoguerra ha rappresentato nel nostro Paese e in Europa una fase per la quale è comprensibile provare nostalgia. La pace post-bellica, la ricostruzione, le battaglie per i diritti sociali e civili. A questo si aggiunge l’esistenza di modelli economici e sociali radicalmente alternativi che contribuivano ad alimentare tanto la speranza di un miglioramento delle condizioni di vita, quanto la capacità di lettura delle vicende politiche.
Anche chi analizza i sistemi economici e sociali sta riaprendo “vecchi” studi, soprattutto quelli su Marx, dopo averli a lungo archiviati in un cassetto con l’etichetta “Novecento”, nella convinzione che nel nuovo secolo non sarebbero mai più serviti. In questo caso non è la nostalgia a muovere le iniziative ma la necessità di recuperare un punto di vista, quello di una società capitalistica permeata da conflitti strutturali, che le enormi disuguaglianze dei nostri tempi e la grave crisi ambientale ci stanno segnalando.
Per quanto comprensibile e, nell’esempio appena riportato, ben motivato, il guardarsi indietro può avere però anche pericolose ricadute negative, se si trasforma in “pessimismo nostalgico” e, peggio ancora, viene politicizzato.
Questo è quello che, strategicamente, stanno facendo le destre estreme. Il noto sociologo britannico Colin Crouch identifica nel pessimismo nostalgico, inteso non come sentimento individuale ma come fenomeno collettivo, l’idea che, alla luce dei profondi cambiamenti sociali, ci sia stata un’età dell’oro della quale si avverte la mancanza, un passato che scompare. La pericolosità del pessimismo nostalgico sta nella sua politicizzazione, messa in atto dalle destre attraverso, ad esempio, l’utilizzo di simboli religiosi della tradizione autoctona in un’ottica identitaria, divisiva e xenofoba o una visione della famiglia e dei ruoli di genere precedenti all’emancipazione femminile. Il pessimismo nostalgico ha fatto la fortuna delle destre, che lo hanno saputo cavalcare.
E la sinistra? È affetta da pessimismo nostalgico?
Essa stessa ha iniziato a porsi questo interrogativo, anche nelle nostre terre emiliane. In una recente presentazione del libro di Ugo Mazza, segretario del Pci di Bologna nel corso degli anni ’80, l’autore ha specificato che la nostalgia eventualmente suscitata dal testo è, nelle sue intenzioni, rivolta in avanti, ovvero riferita alla mancanza di una visione e azione politica che guardi al futuro. Parallelamente Goffredo Bettini, in un articolo apparso sull’Unità, presentando il libro Fausto Anderlini e Marcella Mauthe sul Pci emiliano dice che la nostalgia può essere un sentimento fecondo se è rivolto a quello che potevi fare e non hai (ancora) fatto.
È opinione di chi scrive che la sinistra abbia avuto un rapporto ambivalente e tuttora irrisolto con il passato. Da una parte le forze progressiste, proiettate nel futuro, non hanno sempre saputo fare i conti con quelle fratture sociali che man mano si sono sempre più ampliate trascurando, per mancanza di visione, di forza o di risorse, l’accompagnamento ai processi trasformativi che si volevano giustamente realizzare nella direzione dell’inclusività ed emancipazione. Ed è in queste fratture, certamente non con la finalità di ricomporle, che si è furbescamente infilata la destra.
L’ansia di un futuro migliore non è bastata però a prevenire un certo grado di pessimismo nostalgico nella sinistra che, a differenza della destra che lo ha riconosciuto e utilizzato politicamente, ha condotto invece ad una sorta di immobilismo difensivo.
Questo è accaduto perché la sinistra si è trovata disarmata sul fronte dell’elaborazione politica su una delle questioni per essa centrali, ovvero quale sistema economico si rende necessario per garantire al contempo efficienza economica, giustizia sociale e libertà individuale. L’orientamento su questa questione dirimente, che non è un esercizio di teoria fine a se stesso ma riguarda la madre di tutte le questioni sociali di cui ogni giorno discutiamo, è ricaduto sulla cosiddetta “terza via” di blairiana memoria, vale a dire non il riconoscimento di interessi contrapposti che devono, anche scontrandosi, cercare un compromesso ma una ricetta unica, buona per tutti.
A oggi possiamo senza dubbio dire che quella ricetta era buona solo per alcuni, e che la concentrazione di potere economico che ne è derivata sta compromettendo tanto l’uguaglianza sociale quanto la salute delle democrazie. In questo quadro dunque il pessimismo nostalgico, se è umanamente comprensibile, è però politicamente dannoso. Questo non significa non guardare al passato, esercizio quantomai essenziale, ma tornare anche oggi, come ieri, a voler trasformare il presente.

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