Lo scorso aprile, la Fondazione Barberini ha promosso una giornata di confronto su questo tema. Dalla discussione con università, imprese, ricercatori, cooperatori e pubblici amministratori è emerso con chiarezza un punto: i dati possono essere gestiti in forma mutualistica, costruendo cooperative di dati in grado di sottrarre valore alle logiche estrattive delle Big Tech per restituirlo ai territori, ai cittadini, alle comunità
di Bibì Bellini, open innovation manager Fondazione Barberini, e Piero Ingrosso, presidente Fondazione Pico
Nel suo recente articolo “L’intelligenza collettiva sia antidoto alle storture del capitalismo digitale”(qui), Mery De Martino ha posto una questione cruciale: come possiamo sottrarre i dati all’estrattivismo delle piattaforme digitali e metterli al servizio della collettività?
Non si tratta solo di un problema tecnico o normativo, ma di un’urgenza politica e culturale. Il punto è semplice, anche se tutt’altro che banale: se lasciati nelle mani delle piattaforme, i dati rafforzano monopoli e disuguaglianze; se governati come bene comune, possono diventare il motore di una nuova democrazia economica.
L’alternativa perciò non è tra subire passivamente o invocare improbabili moratorie digitali, che comunque sono necessarie quando il rischio diventa inaccettabile: nel caso della profilazione di persone a partire da rilievi biometrici o nell’uso dell’Ai per generare fake news capaci di modificare o coartare le scelte dei cittadini.
L’alternativa vera è costruire infrastrutture partecipative, capaci di governare i dati come beni comuni. In questo scenario, il movimento cooperativo non solo può giocare un ruolo decisivo, ma ha il dovere di farlo. Lo dice la sua storia, lo conferma il settimo principio cooperativo – “interesse verso la comunità” – e lo esige il tempo presente.
Lo scorso aprile, la Fondazione Barberini ha promosso una giornata di confronto su questo tema: “Perché e come i dati possono diventare beni comuni”. Dalla discussione con università, imprese, ricercatori, cooperatori e pubblici amministratori è emerso con chiarezza un punto: i dati possono essere gestiti in forma mutualistica, costruendo cooperative di dati in grado di sottrarre valore alle logiche estrattive delle Big Tech per restituirlo ai territori, ai cittadini, alle comunità.
È un’idea che può sembrare visionaria, ma che ha già basi solide, tanto sul piano giuridico quanto su quello tecnologico.
In quell’occasione si è parlato di governance democratica dei dati, di etica nell’elaborazione degli algoritmi, di infrastrutture civiche come il gemello digitale e di cooperative capaci di garantire trasparenza e fiducia. Si è discusso di come le cooperative possano mettere in comune dati oggi frammentati, rispettando la privacy e nel contempo generando valore collettivo. Ma soprattutto, si è capito che il tema vero non è la tecnologia in sé, bensì la sua direzione: se continuerà a rafforzare monopoli o se diventerà uno strumento di giustizia sociale e ambientale.
Il movimento cooperativo ha già affrontato sfide simili nella sua storia. È nato per dare risposte mutualistiche ai bisogni essenziali – lavoro, credito, consumo, abitare – laddove il mercato produceva esclusione. Oggi, in un’economia digitale che rischia di moltiplicare disuguaglianze, la sfida si rinnova: fare dei dati non una merce, ma un bene comune. Non un privilegio di pochi, ma un’infrastruttura al servizio di tutti.
Il percorso non è semplice: diffidenze e asimmetrie culturali, ostacoli normativi, divario tecnologico con le grandi piattaforme sono sotto gli occhi di tutti. Ma la cooperazione è nata proprio per sfidare squilibri di potere: ieri nella distribuzione del pane, oggi nella gestione dei flussi informativi.
La sfida, allora, consiste nel costruire alternative credibili, e dimostrare che un altro modello d’impresa (di impianto non capitalistico), è possibile. E lanciare un passo ulteriore: costruire una cooperativa di dati con finalità pubbliche, un soggetto capace di raccogliere, custodire e mettere in comune i dati in maniera etica e trasparente, restituendo valore a cittadini, istituzioni e imprese senza cedere alle logiche speculative.
In questo scenario, Bologna e l’Emilia-Romagna hanno una responsabilità speciale. La presenza di infrastrutture pubbliche come il Tecnopolo, con la sua potenza di calcolo, apre la possibilità di un’autonomia digitale di questo territorio che può fare da battistrada a quell’”altruismo dei dati” introdotto dal Regolamento Ue 2022/868, noto come Data Governance Act (Dga). Le cooperative possono essere il luogo di sperimentazione tra questi grandi investimenti e i bisogni concreti delle comunità, garantendo che i dati diventino davvero una risorsa per tutti, e non l’ennesimo strumento di estrazione di valore per pochi.
Il futuro che immaginiamo è fatto di “intelligenza cooperativa”: cooperative di dati e cooperative di intelligenza artificiale, in cui non solo i dati ma anche algoritmi e capacità computazionali possano venire gestiti grazie anche all’intelligenza collettiva. È un orizzonte ambizioso, certo, ma è la sola risposta coerente a un’economia digitale che rischia di moltiplicare disuguaglianze e asimmetrie.
Come Fondazione Barberini e Fondazione Pico, rilanciamo dunque un impegno chiaro: lavorare, insieme a università, istituzioni e imprese, per dare vita a un esperimento cooperativo sui dati. Perché i dati non appartengano a chi li estrae, ma a chi li produce vivendo, e il futuro digitale non sia un deserto di algoritmi predatori, ma il frutto di un’intelligenza collettiva, finalmente cooperativa.

Ho partecipato all’incontro di aprile – citato nell’articolo di Bibi Bellini e Piero Ingrosso – nel quale sono state discusse le tematiche evidenziate.
Come dissi in quell’occasione, se i beni digitali sono equiparati a un bene comune come parte di quelli indicati nel post della Fondazione Ivano Barberini (la Salute lo è, sulla Sanità dobbiamo definirne il livello, la Prevenzione dovrebbe diventarlo; mentre dovrebbero esserlo sicuramente l’acqua e l’ambiente), allora la strategia di gestione deve davvero essere conseguente ad una scelta Etica molto chiara.
La dimensione cooperativa anche per me rappresenta la soluzione più indicata, se la strategia di gestione poggia sui semplici ma chiari presupposti indicati.
E di questo passo, mi chiedo se la mobilitazione per i #dati come #benicomunidigitali possa essere da esempio per altre dimensioni di diritto di cittadinanza, come ad esempio un tema di cui non si parla mai ma per i dati è prodromico, ovvero il “livello minimo energetico”.
Non dimentichiamo che senza energia di dati non si parlerebbe neppure!
Insomma, tanto di cui discutere, ma soprattutto molto su cui agire! La Fondazione Barberini ha aperto un fronte, vediamo chi si aggrega (e alcune novità potrebbero esserci a breve!).