Il bel Medioevo della Bononia Infelix

Il bestiario di opinioni e accuse reciproche seguito alle manifestazioni di solidarietà per Gaza e al conferimento della cittadinanza onoraria a Francesca Albanese è sintomo di una difficoltà diffusa a comprendere la contemporaneità. Per riuscirci, paradossalmente, potrebbe essere più utile voltarsi indietro che guardare avanti

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


A voler guardare in carrellata dall’alto le notizie delle ultime settimane, l’immagine prodottasi in una mente indiscutibilmente malata è quella di uno dei tanti “elogi della follia” – o, se si preferisce, della fantasia – che Hieronymus Bosch, nei suoi intensi sessantatré anni di vita a cavallo tra XV e XVI secolo, offrì alle sue committenze e da quelle al mondo che ancor oggi può, fortunatamente, goderseli.

Come definire altrimenti, infatti, quel bestiario medievale di opinioni non richieste, accuse e controaccuse collezionate per giorni intorno alla vicenda, tutto sommato minuta, riguardante l’attribuzione della cittadinanza onoraria a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati? Un delirio collettivo che ha avuto, come unica risultante, un terribile attacco di orticaria ansiosa per chi, pur avendo sulla questione posizioni più vicine alla Fratellanza Musulmana che a Coalizione Civica, riteneva e ritiene tuttora che un’onorificenza cittadina alla giurista irpina non sposti di una virgola il destino degli sventurati che a Gaza, nonostante i pomposi annunci della Casa Bianca, continuano a lottare per sopravvivere all’orrore.

Nella un tempo Dotta Bologna, allora, può capitare di ritrovarsi contestualmente sostenitori di Hamas e sospettabili di pelose complicità con il genocidio palestinese in pieno corso di realizzazione. E pazienza se, da un punto di vista storico e culturale, l’unico argomento di qualche interesse sia la torsione teocratica di due popoli che, per oltre mezzo secolo, hanno invece fondato la costruzione della propria identità e della reciproca contrapposizione sul pilastro di un violento “socialismo nazionale” – o forse sarebbe più corretto dire “nazionalsocialismo”, ma non vorrei offendere la sensibilità di nessuna delle due fazioni in lotta.

Argomento forse troppo complesso e dagli imprevedibili risvolti, soprattutto laddove si corre il rischio di mettere in crisi il vecchio dogma materialista che impone la superiorità etica del pensiero laico su quello religioso. Dunque meglio concentrarsi sulla verbosità a tratti oggettivamente incosciente della dottoressa Albanese – la cui unica colpa reale, a parere di chi scrive, è quella di aver studiato giurisprudenza – o discettare sopra l’istituto della cittadinanza onoraria, quasi che questo fosse un elemento effettivamente dirimente per risolvere una crisi internazionale e non, com’è in realtà e nelle intenzioni di chi l’ha proposta, un gesto simbolico dell’Amministrazione per dimostrare la propria vicinanza a una causa (qui). O ancora, davanti alla sempre più dirompente diffusione dell’Islam politico nel nostro spazio pubblico e digitale, gridare all’invasione dei saraceni e rispolverare i vecchi arnesi da guerra di civiltà tanto cari ad ateismo e leghismo d’antan, a cominciare dall’uso dell’hijab e dalla convivenza di abitudini alimentari diverse nelle mense scolastiche.

Non volendo incorrere nuovamente in accuse di blasfemia o, peggio, nel rischio di annoiare il gentile pubblico, tacerò per questa volta la mia arcinota opinione sulla figura unica responsabile di questo nostro ultimo sconvolgimento emotivo diffuso. Oltretutto, una sempre attenta e gentile amica mi ha recentemente fatto notare che “egemonia” potrebbe annoverarsi tra le parole di destra, dunque anche da questo punto di vista confesso una momentanea perdita di saldi ancoraggi ideologici. Quello che invece posso dire, riguardo il sempreverde dibattito sul Centro dello scacchiere politico e posto che il Paese è evidentemente pronto per il gran ritorno di Matteo da Rignano, è che in sua attesa la Casa Riformista di Bologna si dà appuntamento sulle pagine di questa rivista. Il che, pur non essendo di quella parrocchia e nonostante certe carinerie social dei loro antagonisti, è comunque motivo d’orgoglio per la redazione.

Infine, restando in tema di centrismi, l’altro giorno il caro Angelo Rambaldi ironizzava sul fatto che il “Portico d’oro”, premio internazionale intitolato al medievista Jacques Le Goff e pensato da Alma Mater nel contesto della Festa Internazionale della Storia per valorizzare «figure e opere impegnate con correttezza ed efficacia nella diffusione e nella didattica della storia», sia andato quest’anno a Corrado Augias. Il motivo, chiaramente, non risiedeva nelle incontestabili competenze del giornalista romano, quanto nel suo avere ancora sopra le spalle qualche rimasuglio «dei calcinacci di Porta Pia», nel senso di un’opinione non proprio positiva nei confronti della Fede. Una posizione legittima ma incompatibile, a parere di Rambaldi, con una kermesse che prende le mosse da iniziative come quella del “Passamano per San Luca”, rievocazione storica della catena umana con cui i fedeli bolognesi, il 17 ottobre del 1677, portarono sul Colle della Guardia i materiali necessari alla costruzione della Basilica.

La battuta di Rambaldi, ovviamente, può piacere oppure no. Personalmente l’ho adorata. Ma soprattutto mi ha suggerito l’idea che, forse, per capire davvero questi tempi sia più utile, per noi che li viviamo, abbandonare la lente a gradazione novecentesca che siamo soliti utilizzare per recuperarne una molto più antica e, purtroppo, ancora tanto ingiustamente disprezzata.

Chissà che, una volta eseguito il cambio, non diventi tutto improvvisamente più facile e meno conflittuale, o perlomeno più interessante. Del resto, fu proprio nel bel Medioevo che questa città ebbe la sua indiscussa Età dell’Oro.


Un pensiero riguardo “Il bel Medioevo della Bononia Infelix

  1. La constatazione più desolante è che, nel nostro millennio, si siano perduti i tre luoghi che per secoli avevano consentito anche ad acerrimi nemici di guardarsi in faccia, e magari iniziare a parlarsi.
    Le soglie delle arene olimpiche, delle chiese e delle università erano, in un mondo per il resto assolutamente conflittuale e bellicista, il confine ove le armi dovevano essere posate.
    I tre luoghi fondamentali dove si esprimevano (la coniugazione all’indicativo imperfetto è d’obbligo) le tre anime dell’identità: quella più laica, quella sacra e quella culturale.
    Temi importanti come quelli trattati nell’articolo (con toni del tutto esemplari) richiedono la stessa disponibilità ad un dialogo sul filo delle idee e non sul filo delle spade.

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