L’Odg dell’Emilia-Romagna ha organizzato alle Acli un dibattito sul periodico “l’Apricittà” delle associazioni cristiane dei lavoratori. Si è parlato dell’informazione del Terzo settore ma inevitabilmente della crisi dell’editoria. Un italiano su 60 compra un quotidiano al giorno, troppi si informano solo sui social dove girano bufale a orologeria. Acquistare giornali è un modo per dare futuro a un sano giornalismo e per difendere la democrazia, in serio pericolo da noi e in molti Paesi dell’Occidente
di Giampiero Moscato, direttore cB
La libertà di stampa è sotto attacco. Non solo in Italia. Lo stanno capendo, sembra, persino quei politici che non hanno esitato a mettere alla gogna i cronisti “sgraditi”, a querelarli, citarli per danni, intimidirli. Lo scopo è sempre quello: farli tacere.
Il tema è caldo dopo l’attentato, il 17 ottobre a Pomezia, al conduttore di “Report”, Sigrido Ranucci: una bomba ha distrutto la sua auto e quella della figlia.
Ranucci è giornalista scomodo: con le sue inchieste ha raggiunto milioni di telespettatori, tantissimi lo idolatrano, tantissimi pensano male di lui e del suo format. È famosissimo, insomma: con i pro e i contro del successo. Colpito così vigliaccamente un peso massimo, finalmente si parla di cosa rischia chi si occupa di cronaca. Eppure il tema è caldo da sempre. Pochi giorni prima alla giornalista di “Fanpage” Giorgia Venturini era stata fatta trovare a casa la testa di un capretto, senza troppa reazione civica.
L’Italia, dati di “Ossigeno per l’Informazione” (qui) , dove ossigeno è l’acronimo di OSservatorio Su Informazioni Giornalistiche E Notizie Oscurate, è il Paese che in Europa ha avuto più giornalisti uccisi da mafie, terrorismo e guerre: 30 dal dopoguerra. Se si escludono le divise, è la categoria sociale che ha avuto più vittime. Quando il direttore di “Ossigeno”, Alberto Spampinato, fratello di Giovanni ucciso dalla mafia, venne al Master in giornalismo, dove insegno, a inaugurare nel giardino universitario di piazzetta Morandi la panchina per la libertà di stampa, donò alla redazione il tabellone con i cronisti assassinati: era il maggio 2021, erano 28. Se ne sono aggiunti due in questi anni, vittime di guerra. I loro volti e i loro nomi sono esposti nel punto più visibile della redazione.
“Ossigeno” ricorda che i giornalisti minacciati dal 2006 al 2024 sono 7.555. Questo dice molto, lo scrivo soprattutto a quelli che danno la colpa ai giornalisti, e non ai loro carnefici, del perché l’Italia sia così indietro (nel 2023 al 41mo posto al mondo) nella classifica della libertà di stampa. Qui ai giornalisti in troppi provano a far del male. O glielo fanno. Poi anche nella categoria, è chiaro, ci sono lestofanti e non tutte le querele che ci fanno sono temerarie o infondate, ci mancherebbe. Però sembra che soffra soprattutto chi prova a scavare.
Ora le reazioni all’intimidazione che ha subito Ranucci possono aiutare tutti a capire che in ballo non c’è non solo la libertà di informare, ma quella più preziosa di essere informati.
L’idea di scrivere di un tema nazionale mi è venuta il 23 ottobre nel seminario di formazione dell’Ordine dei Giornalisti in collaborazione con le Acli. L’occasione è nata dai 60 anni del periodico bolognese “l’Apricittà” delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani. La direttrice, Chiara Pazzaglia, ha ospitato sul tema “Comunicare la città con la penna del Terzo Settore” i giornalisti Mauro Alberto Mori, ex “Repubblica”, Giorgio Tonelli, ex Rai, Mauro Sarti, già direttore dell’informazione dell’Assemblea legislativa regionale, il presidente Odg, Silvestro Ramunno, l’ex direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio, ora parlamentare europeo del Pd. Io sono stato invitato a parlare di “Scuole di giornalismo e testate locali nella formazione dei giovani”.
Il quadro che è emerso è che c’è una speranza sempre più sofferta ma convinta che ci sia futuro per il giornalismo, perché ce ne sarà sempre più bisogno. Ma per ora i dati sono sconcertanti. In Italia da un venduto medio di sei milioni di copie quotidiane, fino al 2015, le copie acquistate in edicola sono scese a meno di un milione. Un italiano su sessanta acquista un giornale, insomma. Certo, c’è il web. Ma l’informazione gratuita, in cui anche i delinquenti possono mettere in rete quello che vogliono, sta diventando un serio pericolo per la democrazia. Internet è pieno di bufale. Smentirle è compito impossibile. Agli aggregatori sociali e ai motori di ricerca non importano verità e qualità. Contano i clic.
Ho fatto alcuni esempi, a partire dal finto post di Ilaria Salis, la parlamentare europea Avs che passò un anno di carcere in Ungheria per un pestaggio a neonazisti, in cui l’intelligenza artificiale fa dire, a proposito del massacro di Castel d’Azzano durante uno sfratto: «Bisogna comprendere la strage dei carabinieri, frutto della disperazione». Alcuni esponenti della politica, purtroppo anche alcuni giornalisti, hanno diffuso «cose che non ho mai detto – ha provato a smentire Ilaria Salis, senza raggiungere minimamente l’eco della fake news – Un contenuto assolutamente falso, creato per screditarmi, alimentare odio e raccattare miseramente un po’ di visibilità».
Ho citato poi l’esempio della Brexit del Galles, un Paese che dall’Europa ha avuto ben più di quello che ha dato. La cronista dell’“Observer” Carole Cadwalladr, al convegno Ted di Vancouver dell’aprile 2019 (qui), tolse il coperchio allo scandalo di “Cambridge Analytica”, raccontando che il 62% dei gallesi aveva detto no alla Ue perché male informata da Facebook. Per questo è stata espulsa a vita dal social network. Sul quale circolano notizie spazzatura che, come dimostra la vicenda di Ilaria Salis, poi è difficile smontare.
L’antidoto? Leggere almeno un quotidiano al giorno, meglio più di uno, magari non dello stesso orientamento. Il peggiore giornale è meglio della finta democrazia del web: ha una selezione certificata e varia delle notizie e se casca in errore nel tempo lo corregge. E magari ci fa sapere cose che ci aiutano a cambiare opinione, se l’avevamo maturata in maniera superficiale. Su Internet siamo noi a dover fare la mediazione di massa, a capire quali sono le notizie e quali le bufale. Un fatto che sta facendo male alle democrazie liberali.
Informarsi bene aiuta a capire cosa accade, a difendersi dalle insidie della propaganda e dalle notizie inventate. Migliora il dibattito. Comprare un giornale o abbonarsi è un atto che aiuta la democrazia. Soprattutto è il modo migliore per difendere la libertà di stampa. Senza la quale, lo stiamo vedendo, il mondo peggiora.

Grazie Giampiero per questo utile e bell’articolo. Impressionante che solo 1 persona ogni 60 in Italia compri un giornale. Si spera che quel giornale venga letto in casa da almeno un’altra persona. Si vedono poi molte persone che leggono il giornale al bar: alcune solo per l tempo del caffè ma altre vanno apposta per leggerselo tutto. A Bologna in Sala Borsa si trovano tutti i giornali e in molti vanno per leggerli; purtroppo in piccoli paesi non ci sono più edicole di giornali. Insomma, la tendenza è negativa: a comprar i giornali sono le vecchie generazioni, sotto i trent’anni piuttosto raro.
“La libertà è difficile” e ha un prezzo!
Solo i fessi credono sia gratis…