La casa come diritto fondamentale: l’urgenza di agire a Bologna

In città non è più garantito a tutti. L’emergenza abitativa colpisce nuove famiglie e lavoratori. Serve una risposta sociale, civica e istituzionale che rimetta l’abitare tra i beni essenziali di base

di Maurizio Morini, Innovation Manager


In pieno centro storico di Bologna si manifesta una realtà che non ammette più ritardi o eufemismi: la casa non è più un bene scontato per molte persone. Se si percorrono vie come via Alessandrini, per esempio, si incontrano decine di persone dotate solo di sacchi a pelo sotto i portici. Al di là dell’immagine, ciò che si manifesta è il cedimento progressivo di quel diritto essenziale che è l’abitare dignitosamente.

Negli ultimi mesi a Bologna si sono registrati casi che mettono in evidenza due fenomeni correlati e pericolosi: l’aumento esponenziale del disagio abitativo e la speculazione immobiliare a danno dei nuclei familiari meno protetti. Per fare alcuni esempi: famiglie che ricevono sfratti esecutivi nonostante abbiano sempre pagato l’affitto; immobili che vengono liberati per essere destinati a uso turistico o “affitti brevi”. In una delle cronache più recenti si parla di due famiglie con bambini sfrattate da immobili mentre – denunciano gli attivisti presenti al momento dello sfratto – viene fatto spazio a un bed&breakfast sullo stesso stabile (qui).

Parallelamente, aumentano nuclei familiari e persone sole che perdono la stabilità dell’abitare: secondo i dati comunali, oltre mille persone cercano rifugio tra portici, androni e giardini nel centro della città. E questo mentre i prezzi degli affitti salgono, mettendo fuori mercato chi ha redditi ordinari. Si pensi al caso – riportato sul “Corriere Bologna” il 26 ottobre – di una maestra di 42 anni con un figlio a carico che, da affitto di circa 600 euro, riceve la richiesta di un aumento del canone a 1.000 euro al mese, pur percependo uno stipendio comprese le mensilità accessorie di circa 1.500-1.600 euro mensili. Questo caso rappresenta simbolicamente la pressione crescente che grava sui redditi medi: come ho già scritto, oggi a Bologna con 1.500 euro al mese si è poveri, come sostiene pubblicamente tra gli altri anche la Cgil.

Questo scenario richiama una riflessione strategica più ampia: nel dibattito sulla rigenerazione urbana, sulla economia digitale, sui datacenter, sulla città “smart” e sugli investimenti esterni, rischia di perdersi di vista il primato dei cosiddetti beni essenziali di base – tra i quali l’abitare. Se si accetta che la casa non è un mero oggetto di investimento immobiliare, ma un diritto sociale fondamentale, allora la risposta della società civile e delle istituzioni deve essere proporzionata all’emergenza.

Le istituzioni locali – Comune, Regione, soggetti pubblici – hanno già segnalato l’urgenza di potenziare e accelerare l’accesso al patrimonio di edilizia residenziale pubblica, e di attivare soluzioni di transizione abitativa per nuclei vulnerabili. Tuttavia, è cruciale che questo impegno assuma una forma condivisa con imprese, operatori economici e associazioni civiche: le imprese che investono sul capitale umano, per esempio tramite l’acquisizione o la locazione di unità abitative da porre a disposizione dei propri nuovi collaboratori, possono assumere un ruolo proattivo nel mitigare la pressione sul mercato libero degli affitti.

In altri termini, è necessario che Bologna si muova verso una visione integrata dell’abitare:

  • un mercato immobiliare regolato che freni la speculazione e gli aumenti indiscriminati dei canoni;
  • un sistema pubblico-privato che favorisca l’accessibilità all’abitare vero per chi non può competere con redditi elevati;
  • un approccio preventivo che riconosca l’abitare come diritto prima che come merce.

In questo contesto la garanzia che la casa sia un bene essenziale di base – così come elaborato nel mio saggio sui “Paniere dei Beni Essenziali di Base (Beb)” (disponibile qui) – deve essere riportata al centro della nuova prospettiva per le comunità civili evolute. 

Prima dei datacenter, prima degli investimenti finanziari, prima della città “ibrida” deve venire la garanzia del tetto sopra la testa.

Infine, l’appello alla società civile bolognese è chiaro: non si tratta solo di interventi emergenziali, ma di un cambio di paradigma culturale e politico. Non basta soccorrere chi è già senza casa, è necessario impedire che nuove famiglie entrino nell’emergenza. Questo richiede la volontà collettiva di proteggere l’abitare, e un impegno coordinato delle istituzioni che sia rapido, deciso e orientato al lungo termine. Solo così Bologna potrà davvero dire di (tornare a) essere comunità civica evoluta.


Un pensiero riguardo “La casa come diritto fondamentale: l’urgenza di agire a Bologna

  1. Il problema è che bisogna fare e bisogna avere delle idee; la casa è bene essenziale. Ho 64 anni oggi, quando ne avevo 25 e cercavo una casa in affitto il problema era il medesimo. Si dava la colpa alla popolazione universitaria allora. Ma sono passati 40 anni, e il tutto mi sembra aggravato. E non c’è una strategia strutturata. Il problema è complesso. In altri paesi (mi pare Austria), su ogni nuovo intervento edilizio il comune “prende” il 10% degli alloggi e li destina ad affitto. Ma da noi i nuovi interventi in città non ci sono. Certo questa cosa degli affitti brevi non può andare avanti in questo modo, quando ci sono soggetti che muovono svariate decine di alloggi; e se non altro, da queste situazioni, gli enti locali dovrebbero trarre più risorse (IMU, tasse, imposta di soggiorno…) per accrescere il proprio patrimonio immobiliare. Nell’immediato forse l’unica è delocalizzare con maggiore convinzione verso l’Appennino che si sta spopolando andando ad investire sui collegamenti e i servizi necessari.
    Altra cosa: ci sono i piccoli proprietari che si trovano un appartamento non utilizzato direttamente, ma che un domani potrebbe essere utile per un figlio od altro. A questi bisogna dare certezza contrattuale e lo può fare solo il comune, che garantisce in caso di affitti non pagati e di rientro in possesso alle scadenze di contratto. Quanto detto farà storcere il naso a qualcuno, ma purtroppo ci sono tanti casi, di piccoli proprietari che non affittano più per disastrose esperienze personali o lette sui giornali. Ignorare la cosa vuol dire mettere la testa sotto la sabbia.

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