Oggi è tutto un “fare rigenerazione urbana”

Dalle grandi città ai piccoli centri, ogni intervento urbanistico o immobiliare oggi è definito come un intervento destinato al recupero e alla valorizzazione

di Gabriele Bollini, urbanista e valutatore d’impatto


Posto che “ri-generare” vuol dire generare di nuovo, dare nuova vita, rigenerazione urbana richiama quindi l’idea di ri-portare in vita un pezzo della città (assumendo che prima fosse morto o moribondo, il che peraltro è spesso tutt’altro che dimostrato). La rigenerazione è quindi un esito, un obiettivo. E, in quanto tale, incerto nel suo raggiungimento. Quello che caratterizza un intervento “di rigenerazione” è il processo che lo contraddistingue e lo rende diverso da un intervento “normale” di ristrutturazione. Nel senso che viene progettato, gestito e valutato per il raggiungimento di outcome e impact “intenzionali”, cioè condivisi e decisi ex-ante tramite un’analisi approfondita di interessi e bisogni collettivi della comunità e degli altri stakeholders che abitano, vivono, agiscono nei luoghi interessati.

Di sicuro, non è una caratteristica che si può dare a priori. Non è l’operatore immobiliare che decide se un intervento è rigenerante (l’amministrazione comunale invece, teoricamente, dovrebbe averne maggior consapevolezza!); può auspicarlo, non può garantirlo. Soprattutto, la rigenerazione ha a che fare con entità vive, cioè le persone, le comunità che abitano (o abiteranno) uno spazio; non solo, quindi, gli edifici. La rigenerazione lavora soprattutto sui contenuti e non solo sui contenitori. Il cambiamento del modo di fruire gli spazi urbani (pubblici o privati che siano) e del loro livello di accessibilità passa dalla presa in carico sia della dimensione hardware (quella architettonico-urbanistica) sia di quella software (quella sociale-culturale).

Se da un lato all’interno dell’hardware non possono solo essere inseriti gli “edifici” ma anche i luoghi del quotidiano (strade, verde urbano, piazze, corsi d’acqua, ecc…), dall’altro lato il software fa riferimento alle iniziative di coinvolgimento delle parti interessate (stakeholder engagement), di attivazione sociale e culturale, di comunicazione delle attività e dei loro risultati, di sensibilizzazione sui temi di interesse collettivo, di mediazione fra i differenti interessi particolari a favore dell’interesse collettivo o pubblico: di partecipazione in sostanza.

In questo contesto, la valutazione d’impatto intesa come una catena di senso che leghi attraverso dei nessi causali verificabili input, output, outcome (valutazione ambientale strategica dei piani, ovvero ValSat, Valutazione di Sostenibilità Ambientale e Territoriale, come si chiama in Emilia-Romagna) può rappresentare una chiave di interpretazione molto efficace, perché costringe chi la fa a dichiarare i propri obiettivi in termini di cambiamento e a verificarne l’effettivo raggiungimento. La rigenerazione, come dicevamo, è un processo dagli esiti non completamente prevedibili. I cambiamenti attesi vanno circostanziati: quale rigenerazione si punta a realizzare? Per chi? Come? Quando? Ecco quindi che l’esplicitazione di una teoria del cambiamento sollecita il riconoscimento dei trade off (scambi) e smaschera la retorica delle operazioni in cui tutti vincono.

Non c’è un’unica strada per governare le trasformazioni urbane. La capacità del capitale finanziario di plasmare i processi sociali e organizzativi, a partire da quelli istituzionali, è stato forse il principale fattore di cambiamento della politica della città. Il capitale finanziario-immobiliare implica rapidità, tempestività, permanente capacità di adattamento, e più questo si fa tendenzialmente transnazionale – come effettivamente capitato per esempio a Milano negli ultimi anni – e più, naturalmente, è definito dalla sua mobilità, o ancora più precisamente, dalla propaganda della sua mobilità e dalla conseguente minaccia di andare altrove. 

Di fronte a questa situazione (ma di fatto, da sempre), sebbene in un quadro assai costretto e con capacità d’azione assai limitata, chi “controlla” le amministrazioni locali (chi governa) può percorrere varie strade.

Questo processo, combinato con la crescente complessità e oscurità dei meccanismi e degli strumenti delle politiche pubbliche, contribuisce a una progressiva alienazione dell’opinione pubblica (e di certi ceti e gruppi sociali in particolare) dalle scelte urbane. Tutto questo può accadere mentre le stesse amministrazioni, anche a causa dell’indebolimento degli attori politici tradizionali, investono su politiche partecipative di cui tuttavia fanno un uso molto selettivo e strategico.


2 pensieri riguardo “Oggi è tutto un “fare rigenerazione urbana”

  1. Quando sento parlare di “rigenerazione urbana”, mi viene spontaneo chiedermi quanto sia ancora possibile rigenerare qualcosa in un tempo che sembra non voler più durare.
    Oggi i luoghi, come le mode e i desideri, cambiano velocemente. Le persone si spostano, i gusti si rinnovano, le abitudini si dissolvono in cicli sempre più brevi. È come se la città stessa dovesse inseguire una continua giovinezza, sempre in cerca di novità. Eppure, rigenerare significa restituire vita, non semplicemente cambiare faccia. Ma come si può “restituire vita” se il legame con i luoghi è diventato così fragile, se l’identità urbana si consuma come un’esperienza temporanea? I miei genitori costruivano la loro esistenza attorno alla casa e al quartiere: non solo uno spazio, ma un pezzo di sé. Oggi sembra che viviamo i luoghi più come tappe che come radici, più come scenari che come comunità. Forse la vera sfida dell’urbanistica contemporanea non è tanto ridisegnare gli spazi, ma ritrovare un senso di durata dentro una società che ha smarrito la voglia di appartenere. C’è poi un aspetto che rende questa fragilità ancora più evidente: viviamo più a lungo, ma in famiglie sempre più piccole. L’allungamento della vita media, combinato con la diminuzione delle nascite, sta cambiando radicalmente il rapporto tra individui e luoghi. Una popolazione più anziana tende ad avere bisogno di continuità, di spazi familiari, di relazioni di prossimità. Ma la città contemporanea — spinta da logiche di mercato, da rotazioni immobiliari e da una cultura del cambiamento rapido — spesso non offre questa stabilità. Il risultato è un paradosso: viviamo più anni, ma con legami territoriali sempre più precari.
    E questo indebolisce non solo la coesione sociale, ma anche la capacità collettiva di prendersi cura dei luoghi.
    Forse la vera rigenerazione dovrebbe partire da qui: dal riconoscere che la città non è fatta solo per chi passa, ma anche — e soprattutto — per chi resta.

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