“Lontananze”, le storie di altre spiagge con la guida narrativa di tre donne

Il libro di Alessandro Castellari, edito da “Minerva”, ha la delicata fragilità dei ricordi racchiusi in bottiglie portate su sponde inattese dal respiro del mare, ricongiungendo lontananze con la nostalgia per un presente che si tira dietro le memorie di qualche passato, reale o immaginato che sia. Ester, Elvira e Martina sono le anime tessitrici di questi racconti che richiamano “the farness” (la lontananza) in una poesia di Emily Dickinson

di Bruno Damini, giornalista e scrittore


“Lontananze”, tre racconti di Alessandro Castellari (Minerva). Tre donne e molte città a sud nel Mediterraneo, con la nostalgia di ricordi reali e immaginati e una narrazione emozionante.

A South Wind — has a pathos
Of individual Voice —
As One detect on Landings
An Emigrant’s address.
A Hint of Ports and Peoples —
And much not understood —
The fairer — for the farness —
And for the foreignhood.

La prima a presentarsi sul proscenio è l’ebrea sefardita Ester Maimonis, con la sua allegrezza malinconica come le variazioni Goldberg di Bach, tra ricordi di liceo e vuoti della memoria quotidiana da riempire con l’immaginazione, perché un narratore deve poter «nuotare a suo piacere, con la propria fantasia nel mare dei silenzi fra una costa e l’altra, fra un episodio e l’altro, fra un personaggio e l’altro», così scrive l’autore a rivelare quanto questo suo scritto sia un intreccio vissuto e immaginario, ambientato in alcuni luoghi cari alle sue peregrinazioni. Questo primo racconto affianca alla protagonista Ester, trovata e perduta e ritrovata, alcune città che assumono il carattere di coprotagoniste, cominciando da Bologna dove la storia più recente irrompe col suo ghigno perverso il 2 agosto 1980, con la bomba fascista alla stazione. L’anno dopo Carmelo Bene recitava Dante dalla torre degli asinelli nel primo anniversario della strage. E poi da Sarajevo, scoperta prima dello sfaldarsi della federazione Jugoslava con l’insorgere dei sanguinari nazionalismi.

La scena si sposta temporaneamente a nord, a scoprire la surrealtà della “Praga d’oro” di Hrabal, senza ritrovarci più tracce di Kafka. Mondi lontani, ravvicinati dal doppio viaggio reale e della memoria fino allo sbarco a Tessalonica, un’altra fra le città che per l’autore sono un approdo sicuro. Elvira, con la vita sdoppiata, apre il secondo racconto trovando nella propria penna le parole per un lascito di ricordi e nostalgie alla nipote Viola, ripensando al suo matrimonio combinato e a un fatale viaggio a Istambul, altra città elettiva dei cui indirizzi poco frequentati Castellari ci porta alla scoperta grazie alla straordinaria ospitalità dei turchi. Da lì comincia un’altalena tra affetto e amore, routine e passione che sposta lo scenario da Istambul a Barcellona. Ma, a creare una crepa fra il sogno e l’irrealtà, esplode la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969. Poi riappare una lettera, a confermare che le cose d’amore, quando vengono scritte, «possono essere oggetti preziosi, da rileggere, da tenere con noi negli spazi più privati». E fughe e rincorse per ritrovare l’amore, quello che rompe ogni limite, in ogni città d’Europa, quando il tempo dell’attesa è più esaltante di quello dell’incontro perché «la distanza era la condizione necessaria dell’esistenza dell’amore».

Martina apre l’ultimo racconto fra l’immensità inarrivabile delle costellazioni, osservate da una terrazza della vulcanica Santorini, e la fragilità del tempo della sua vita. Il mare è un ponte che unisce le terre da una sponda all’altra, le ricongiunge da tempo infinito, così è anche per le isole che, apparentemente solitarie, si ritrovano circondate da altre terre. Santorini credo sia rifugio ripetuto di Castellari e sua moglie Titti, dove evocare l’ineffabile rifiuto di Bartleby, lo scrivano di Melville, di attendere alle cose routiniere, “I would prefer not to”, sottraendosi alle banalità quotidiane per mirare liberamente le stelle e le loro arcane configurazioni, ma soprattutto sottraendo Martina da un rapporto divenuto tossico e violento per indurla a «osservare e custodire» sé stessa, aspirando «profondamente l’odore del mare che il vento le porta».


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