Violenza di genere e fibromialgia, uno studio evidenzia possibili legami

Una ricerca commissionata dalla Cfu Italia di Castenaso e Nido di Ana, associazione reatina per la protezione delle donne, indaga i possibili nessi tra la violenza di genere e l’insorgere della sindrome fibromialgica

di Barbara Beghelli, giornalista


Oggi, martedì 25 novembre, ricorre la Giornata mondiale dedicata all’eliminazione della violenza contro le donne, una data che ci ricorda la lotta costante contro il femminicidio, fenomeno ricorrente che, secondo le stime delle Nazioni Unite, solo nel 2023 ha mietuto 51.100 vittime uccise da fidanzati e mariti rifiutati. Dato peraltro in aumento rispetto all’anno precedente, e che il Belpaese contribuisce grandemente a formare.

Nel 2024 in Italia sono stati registrati 113 femminicidi, con 61 donne uccise da partner o ex. Dato che rappresenta il 65% delle vittime degli omicidi domestici.

Ma da questo scenario emerge anche un nuovo aspetto che, inaspettatamente, si intreccia con la patologia della fibromialgia: ammette infatti di subire o avere vissuto episodi di violenza domestica il 17% delle donne con questa diagnosi. È questo il dato recentemente emerso in conferenza stampa alla Camera dei Deputati, dove appunto è stata presentata l’indagine congiunta promossa dal Comitato Fibromialgici Uniti Italia (Cfu-Italia, con sede a Castenaso) e Nido di Ana (associazione di Rieti per la protezione delle donne).

“Il peso del silenzio”, questo il titolo dell’iniziativa, si prefigge l’obiettivo di verificare l’esistenza di un nesso tra violenza subita e insorgere della patologia che interessa vari organi del corpo umano. È un’indagine nazionale, anonima e ancora in corso, come ha illustrato la presidente di Cfu-Italia Barbara Suzzi, che indaga un primo campione di 5mila test analizzati e vuole arrivare a «comprendere prassi diagnostiche e qualità della vita delle persone con fibromialgia che rientrano in questo 17%». L’evento è stato organizzato su iniziativa di Sergio Costa, vicepresidente della Camera dei Deputati, che ha parlato di «due sofferenze che si intrecciano e che lo Stato non può ignorare». Lo studio, nazionale, durerà un anno e prevede due differenti test indirizzati alle donne con fibromialgia e/o ospiti dei Centri antiviolenza e delle Case-rifugio.

Ma cosa è intanto stato rilevato?

Alla base della correlazione, ha rilevato la presidente Cfu-Italia Barbara Suzzi, prende forma la consapevolezza documentata da diversi studi, ovvero «una elevata incidenza di sovrapposizione di sintomi psicologici e fisici tra le due situazioni patologiche, con plausibile condivisione dei meccanismi disfunzionali».

Tradotto: la violenza fisica reiterata è responsabile nel tempo di dolore cronico diffuso osseo e muscolo tendineo, come rilevato anche dai recenti dati dello studio prospettico EpiWE (Epigenetics for Women), realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con alcune Università Italiane su donne vittime di violenza di genere reclutate nei Pronto Soccorso e nei Centri Antiviolenza. Studio che ha confermato come il trauma della violenza possa portare a modificazioni genetiche.

Occorre peraltro precisare, puntualizza Suzzi, che «non si sta affermando che chi subisce violenza diventa fibromialgica o chi ha la fibromialgia ha subito violenza, sarebbe una semplificazione dannosa. Noi, insieme al Nido di Ana, vogliamo indagare il legame laddove esiste».

Nel frattempo che si compia anche questa indagine clinica, cosa possiamo fare, tutti noi, di utile? Combattere la piaga del femminicidio sensibilizzando l’opinione pubblica e promuovendo un cambiamento culturale che valorizzi l’uguaglianza e il rispetto delle donne. Sostenere le vittime di violenza e fornire loro le risorse necessarie per uscire dalla situazione di abuso. Prevenire la violenza di genere attraverso l’educazione e la formazione, a partire dalle scuole materne. Riflettere sulle nostre azioni quotidiane e su come possiamo contribuire a creare un mondo più giusto e sicuro per tutte le donne.

Ogni gesto per favorire il rispetto conta, anche e soprattutto perché il femminicidio è quasi sempre il risultato di una cultura patriarcale che perpetua la violenza e il dominio maschile sulle donne, dai 12 anni in su. Per questo è d’obbligo coinvolgere istituzioni, famiglie, scuole, comunità e da, ora, anche lo studio che porterà a compimento Cfu Italia Odv.


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