Abbiate rispetto dell’intelligenza degli studenti (almeno!)

Mettere sotto la lente di ingrandimento una scelta didattica all’interno di una lezione – come accaduto nelle settimane scorse al Mattei – significa riempire di ombre la professione docente, come se nelle Scuole ci fossero militanti e non educatori che cercano il modo migliore per prendersi cura delle persone per le quali sentono una responsabilità civica

di Cristian Tracà, dottorando di ricerca


Passata qualche settimana dai fatti del Mattei, le lettere dei genitori a Mattarella riaprono il dibattito sul pluralismo in classe. Lo dico senza girarci attorno: assumere il rischio propaganda nelle scuole comporta almeno tre conseguenze. Due che riguardano i docenti e il rapporto con le famiglie e un terzo, che invece riguarda gli studenti e le studentesse, su cui come al solito si tende a parlare senza che ci si prenda il tempo e lo spazio per abbracciarne la prospettiva. 

Mi piacerebbe che si ragionasse nel merito, senza creare un ennesimo referendum su Francesca Albanese. Mettere sotto la lente di ingrandimento una scelta didattica all’interno di una lezione significa riempire di ombre la professione docente, come se nelle Scuole ci fossero militanti e non educatori che cercano il modo migliore per prendersi cura delle persone per le quali sentono una responsabilità civica. Davvero il Ministro pensa che ci sia un rischio di furore ideologico che prevale sopra una sincera volontà di dare strumenti per leggere la complessità del reale?

Queste ispezioni creano, di fatto, un precedente pericoloso. Oggi un collegamento, domani una novella di Boccaccio o una scheda sul libro di Storia. L’idea di tornare al programma con l’elenco degli argomenti da affrontare, già concretizzata con le Indicazioni nazionali per il primo ciclo, sembra sempre più evocare un dispositivo di controllo su ciò che si sceglie di spiegare. Arriveremo anche all’elenco delle interpretazioni dei fatti scelti e al sussidiario bollinati dal Ministero?

Il senso delle istituzioni richiede di non buttare benzina sul fuoco sul rapporto tra famiglie e Scuola. Voler bene a chi cresce significa far prevalere il loro diritto a conoscere il mondo. Talvolta con identità di visione, altre volte da punti di vista diversi o complementari. L’alunno poi integra a suo modo gli stimoli, mettendoli a sistema con decine di spunti che i media, i rapporti sociali, le letture personali, lo spirito del tempo forniscono. Bronfenbrenner quasi mezzo secolo fa la chiamava teoria ecologica dello sviluppo e dimostrava l’importanza delle prospettive multiple, ponendo le basi per un approccio destinato ad avere grande successo.

In questa vicenda, però, l’assunto più grave è questo: paventare un indottrinamento significa sottovalutare (eufemismo!) la capacità degli studenti e delle studentesse di avere uno spirito critico, equivale a dire che i ragazzi e le ragazze di oggi non hanno sufficiente autonomia per capire chi si trovano davanti e vagliare la significatività di ciò che sentono o vedono.

Traspare un’idea di scuola anacronistica, come se il corpo docente avesse capacità divinatorie e profetiche e non fosse nel mondo, come se non ci fosse un mondo in cui gli studenti sono bombardati da scetticismo e controcanti. Chi conosce la quotidianità della classe sa benissimo che i docenti devono conquistarsi centimetro dopo centimetro un rapporto di fiducia con gli alunni e le alunne, fiducia che passa anche dall’equilibrio che si dimostra in classe.

Gli esami degli adolescenti agli adulti sono plurimi e solo dopo aver superato tanti test si può avere il privilegio di insinuare un dubbio, confermare un’intuizione. Più che un salire in cattedra è un sapersi mettere concretamente e coerentemente in gioco. Forse leggere qualche pagina di bell hooks aiuta ad avere una fotografia concreta. Trovo molto centrate queste parole di “Insegnare a trasgredire’’ sulle classi di oggi:

«Vogliono una conoscenza significativa. Si aspettano […] che affrontiamo la connessione tra ciò che stanno imparando e le esperienze di vita che attraversano nella loro interezza. Questa richiesta da parte degli studenti non significa che accettino sempre la nostra guida. Questa è una delle gioie dell’educazione come pratica della libertà».

Insegnare oggi è un mestiere difficile: se da una parte si chiede pluralismo quando si organizzano dibattiti e incontri, dall’altro, nelle indicazioni ministeriali appena approvate per la didattica della Storia, leggiamo:

«Anziché mirare all’obiettivo, del tutto irrealistico, di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente magari alla luce delle diverse interpretazioni storiografiche, è consigliabile percorrere una via diversa. E cioè un insegnamento/apprendimento della storia che metta al centro la sua dimensione narrativa in quanto racconto delle vicende umane nel tempo».

Sembra solo a me che si porti avanti una visione degli alunni e delle alunne scollegata dal loro reale valore? Come stanno insieme le diverse indicazioni sul pluralismo delle fonti diramate dal Ministero?


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