L’incertezza della pena e la rabbia verso le istituzioni

«Se le leggi funzionassero mio figlio sarebbe vivo», dice il papà di Alessandro Ambrosio, il capotreno ucciso da uno sbandato in stazione il 5 gennaio. Non ha parole d’odio. Prova a ragionare su cosa non funziona. Per esempio la norma che prevede l’allontanamento spontaneo ma non coercitivo di uno straniero se è cittadino della Ue.  Fuori è polemica tra chi accusa il sindaco per il degrado e chi sostiene che l’ordine pubblico sia in capo al governo. Non sarebbe meglio studiare insieme come fermare chi ha tendenze violente? La sfiducia si placa con misure giuste, efficaci e obbligatoriamente garantiste

di Giampiero Moscato, direttore cB


«Se le leggi funzionassero mio figlio sarebbe vivo». Mi hanno colpito molto, all’interno una vicenda terribilmente dolorosa, queste parole di Luigi Ambrosio, così come vengono sintetizzate (qui) dal “Corriere di Bologna”. Gli hanno da poco assassinato il figlio Alessandro, il capotreno ucciso da uno sbandato in stazione il 5 gennaio. E quest’uomo, che fu ferroviere come il suo Ambro (è in pensione dal 31 dicembre, pochi giorni prima del delitto), non usa frasi di odio. Dice parole che hanno il valore di una massima giuridica.

Qualcosa non funziona in un sistema che consente di girare libero e armato a un uomo come Marin Jelenic, 36 anni, croato in Italia senza fissa dimora che ha alle spalle una serie di precedenti penali ma soprattutto un decreto di allontanamento dal territorio nazionale, emesso il 23 dicembre dal prefetto di Milano. Non doveva essere qui. O meglio dire: non avrebbe dovuto ma poteva. Stava a lui decidere. Per un limite discutibilissimo delle procedure attuali, essendo cittadino della Unione europea, non poteva essere espulso. Stava a lui allontanarsi. Volontariamente. Non esistono poteri coercitivi, come ha spiegato a “èTv Rete7” l’ex procuratore aggiunto di Bologna, Valter Giovannini. È così. È assurdo. Vallo a spiegare a chi ha perso un figlio che nessuno poteva espellere l’assassino.

Sentiamo cosa dice Ambrosio: «Non sono arrabbiato con quest’uomo, ma con le istituzioni – sono le parole riportate dalla giornalista Andreina Baccaro nella versione cartacea del quotidiano bolognese – Ci doveva pensare lo Stato. È gravissimo che fosse in giro armato, lo avevano già fermato tantissime volte sempre con dei coltelli. È capitato a mio figlio, ma poteva capitare a chiunque. Se le leggi italiane e la giustizia avessero fatto il loro corso, quella persona lì non ci sarebbe stata». Luigi Ambrosio, a scanso di equivoci, chiarisce di non essere contrario all’immigrazione. E però chiede una cosa semplice semplice. Misure preventive efficaci per impedire di fare del male a chi ha precedenti pericolosi.

Jelenic, per dire, è noto per molestie ai passeggeri delle ferrovie (anche a causa dell’abuso di droghe e alcol) e per il reiterato porto abusivo di coltelli. Ha pure una condanna per lesioni, resistenza, oltraggio a pubblico ufficiale, nel 2025, a Vercelli. La pena, inferiore a due anni, era in base alle norme stata sospesa. Per questo era libero. Ma si sarebbe dovuto allontanare dall’Italia. Purtroppo solo per sua volontà. Cosa che non ha fatto, continuando a vivacchiare per stazioni, vagoni, convogli. Fino all’incontro con il povero Ambro, nella stradina che collega il piazzale Ovest al parcheggio dei dipendenti delle Ferrovie.

Mentre scrivo, la posizione di Jelenic è al vaglio del giudice di Brescia, dopo il suo fermo a Desenzano sul Garda. Sarà la giustizia a dire che colpe ha quest’uomo e quali leggerezze di Stato gli hanno lasciato la mano libera di uccidere. Come Luigi Ambrosio non scrivo questo articolo per parlare di Marin Jelenic. Piuttosto per condividere il mio sconcerto, insieme al padre della sua vittima, di fronte ad alcune cose che non vanno nel nostro ordinamento.

Ho scritto più volte una frase chiave per i garantisti: «Meglio cento colpevoli liberi che un innocente in galera». Credo fermamente a questo principio. E sono convinto che sia da evitare, ogni volta che non ci sia pericolo, la carcerazione preventiva. Ma il nostro ordinamento prevede misure alternative al carcere per impedire a chi ha già dimostrato la propria pericolosità sociale sia libero di agire. Le cronache raccontano quotidianamente – uno stillicidio insopportabile di delitti orrendi, stupri, femmicidi, assassinii gratuiti – storie di ordinaria follia politico-giudiziaria. Storie di persone, quasi sempre maschi, che hanno già dimostrato la loro attitudine criminale e che, nonostante la giustizia sia a conoscenza della pericolosità conclamata, vengono nei fatti lasciare liberi di agire.

L’incertezza della pena e l’inefficienza delle misure di sicurezza sono un sintomo di grave malattia del sistema Italia (non è che nelle altre nazioni occidentali la situazione sia molto migliore) che genera un senso diffuso di insicurezza e di precarietà. Quasi mai, di fronte a casi di violenza annunciata ma non evitata, si risale a un responsabile tra i preposti alla prevenzione e all’esecuzione delle misure. Nel dibattito invece si assiste allo scaricabarile: è colpa di leggi poco chiare e permissive, di una giustizia lenta, macchinosa e inefficiente, di pochi mezzi e personale a disposizione delle forze dell’ordine, di servizi sociali inadeguati, del governo anzi no, degli amministratori locali.

Anche con l’omicidio di Ambro si è scatenata la polemica tra chi accusa il sindaco per lo stato di degrado e di impunità in cui versano alcune aree cittadine e chi invece sostiene che l’ordine pubblico sia in capo al ministero dell’Interno. A mio modesto avviso non conviene fare propaganda elettorale su vicende come la sicurezza dei cittadini ma provare insieme (parlamento, governo, magistratura, enti locali, partiti e movimenti, stampa, categorie intermedie) a rimediare ai guasti che ci sono nel nostro ordinamento e mettere chi ha l’attitudine a far male in condizioni di non nuocere.

L’incertezza della pena spiega la rabbia verso le istituzioni che così garbatamente il signor Ambrosio ha spiegato quando ancora suo figlio non è stato seppellito. La rabbia si placa con misure giuste, efficaci, logiche, trasparenti e obbligatoriamente garantiste, a tutela degli innocenti, che poi sono soprattutto le persone che subiscono i delitti. Non servono sceriffi. Serve uno Stato che funzioni. Aiuta noi. E aiuta le istituzioni.


Un pensiero riguardo “L’incertezza della pena e la rabbia verso le istituzioni

  1. Il padre del ferroviere assassinato: “Se le leggi funzionassero mio figlio sarebbe vivo.”
    “Dice parole che hanno il valore di una massima giuridica” commenta Moscato. Siamo sicuri? Ma cosa si intende per leggi “funzionanti”? Le leggi vengo scritte dal legislatore, da sole non sono in grado di “funzionare”, è il potere esecutivo a darne esecuzione e i cittadini a doverle rispettare.
    Il potere giudiziario, infine, per i reati penali applica il principio di obbligatorietà dell’azione penale (Art. 112 Cost.), che impone al Pubblico Ministero di esercitare l’azione penale quando viene a conoscenza di una notizia di reato, senza discrezionalità, a meno che non sussistano i presupposti per l’archiviazione (es. mancanza di elementi sufficienti per sostenere l’accusa).
    Nel caso di cui parla è intervenuto un decreto prefettizio, inefficace a fermare il personaggio, “noto alle forze di polizia come elemento pericoloso”. In sostanza: ci troviamo di fronte a leggi da modificare, carenza di presidi per la sicurezza ovunque e soprattutto nel trasposto pubblico (treni, stazioni ferroviarie, a volte nei bus), incertezza se non trascuratezza) nei comportamenti delle autorità (Prefetto e carabinieri).
    In questo contesto non posso che esprimere il mio dolore e la solidarietà al padre di un figlio a cui è stata tolta la vita da un balordo assassino. Tardivamente si farà giustizia, non perché le leggi “non abbiano funzionato” ma per le carenze delle “forze dell’ordine” e anche per aver nel tempo trasformato le finalità delle stazioni ferroviarie, più che alle esigenze dei viaggiatori, al massimo profitto, togliendo le sale di attesa (ove erano presenti presidi di sicurezza) per sostituirle con negozi che pagano affitti salati (emblematico lo sfratto a un’edicola di giornali nella stazione di Bologna perché chi lo gestiva non ha potuto pagare un affitto sempre più esoso).

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