I giovani e le responsabilità del mondo adulto

Da La Spezia a Budrio, disagio e violenza giovanile occupano la cronaca nazionale e locale, fomentando paura e insicurezza diffusi. A invertire la rotta però non saranno le inefficaci politiche securitarie della destra ma i presìdi educativi territoriali, le professionalità e gli spazi su cui a Bologna si investe ancora tanto e che ogni giorno tengono insieme scuola e territorio. È una fatica quotidiana, sicuramente poco spettacolare, ma è quella che evita che il disagio diventi isolamento e che l’isolamento sfoci in altro ancora di più drammatico

di Mery De Martino, consigliera comunale Pd


In questi giorni, purtroppo, siamo tornati a confrontarci con episodi di violenza che coinvolgono ragazzi molto giovani. Penso a La Spezia, dove uno studente è stato accoltellato a morte in classe, e al recente caso di Budrio, dove un docente ha trovato un machete nello zaino di uno studente. A quei ragazzi e alle loro famiglie va tutta la nostra vicinanza. Non sono eventi quotidiani, ma nemmeno episodi che possiamo liquidare perché non nascono all’improvviso.

Di fronte a fatti così, la reazione immediata diventa spesso la richiesta di anticipare o inasprire gli strumenti punitivi, o di rafforzare i controlli. È umano, perché intercetta paure reali e legittime, ma se è comprensibile come appello di chi attraversa una dolorosissima perdita, questa non può essere l’unica risposta della politica.

Anche perché, nel frattempo, la politica nazionale continua a spostare l’asticella solo verso punizione e controllo, dal ddl Caivano arrivando alle ultime disposizioni in discussione che anticipano azioni sanzionatorie anche ai dodicenni, ma con risultati del tutto assenti.

Questa stessa logica la vediamo anche su altri fronti, per esempio quando il dibattito sulla Maturità di quest’anno è diventato un terreno di punizione verso ragazzi che escono dal copione che abbiamo già scritto per loro, invece di un’occasione per capire cosa sta succedendo nella scuola e nelle teste di studenti e studentesse.

Guardare la violenza solo dal suo esito finale è, nei fatti, inefficace: quando un ragazzo arriva a usare un coltello, o, cambiando scenario, quando una relazione diventa violenta, significa che il fallimento è iniziato molto prima, dentro dinamiche che chiamano in causa il mondo adulto. Anche la crescita della violenza di genere tra i più giovani, rilevata dal rapporto Istat 2025, ci dice che le radici stanno in strutture patriarcali ancora presenti, ma ci dice anche che oggi subentrano in maniera dirompente altre fragilità: nella gestione delle emozioni e della frustrazione, nello scarto tra modelli culturali e vita reale, nel rapporto con una nuova mascolinità, nell’assenza di adulti capaci di ascolto reale e presenza costante.

Dire questo non significa assolvere, ma capire per intervenire prima e meglio.

E qui non ci aiutano le scorciatoie culturali, quelle che cercano sempre un colpevole comodo, i “maranza”, la trap, il solo smartphone, i “genitori di oggi”. Si tratta di etichette che ci regalano l’illusione di una spiegazione, quindi di una soluzione, e ci evitano la parte più scomoda che è quella di guardarci allo specchio come mondo adulto di riferimento.

Nell’ascoltare lo psicoterapeuta Matteo Lancini nel podcast Wilson, mi ha colpito proprio questo: spesso, quando succede qualcosa che ci spaventa o ci mette in crisi, noi adulti tendiamo a reagire più con giudizi che con domande. Invece di chiederci “cosa mi sta dicendo questo episodio” oppure “cosa manca intorno a questi ragazzi”, partiamo subito con lezioni o soluzioni già pronte su scuola, telefoni, educazione, e soprattutto su più regole e più controlli. È un modo per chiudere il discorso in fretta e per sentirci più al sicuro, ma così finiamo per scaricare sugli adolescenti ansie e fragilità che in realtà attraversano anche noi. Non sempre ce ne accorgiamo perché siamo immersi anche noi nella società della prestazione e della visibilità, e proprio per questo, spesso, senza rendercene conto, chiediamo ai ragazzi di reggere contraddizioni che prima di tutto non sappiamo reggere noi.

Per questo motivo, anche il recente dibattito sui metal detector va preso sul serio, ma senza autoinganni. È comprensibile la spinta a fare subito qualcosa e avere la garanzia che almeno la scuola sia un luogo sicuro, ma la violenza, come il disagio o la fragilità che ne sono la causa, non nasce davanti a un cancello e non si spegne all’uscita. Se la risposta diventa mettere un filtro a scuola, rischiamo solo di spostare il problema di qualche metro senza affrontarlo. E soprattutto rischiamo di rinunciare alla parte più difficile, quella che chiede tempo e lavoro: rimettere al centro la relazione educativa, di fiducia, di presenza adulta coerente.

Allora, se vogliamo stare nel concreto dobbiamo guardare dove si fa prevenzione ogni giorno, e ripartire da lì: presìdi educativi territoriali, educativa di strada, centri di aggregazione, équipe che tengono insieme scuola e territorio. È una fatica quotidiana, sicuramente poco spettacolare, ma è quella che evita che il disagio diventi isolamento e che l’isolamento sfoci in altro ancora di più drammatico.

Sono concetti che ho ritrovato espressi con grande chiarezza anche nella lettera del pedagogista Alessandro Tolomelli comparsa recentemente su “Repubblica Bologna”: se da un lato medicalizziamo l’adolescenza, e dall’altro la stigmatizziamo, ci restano solo due risposte entrambe insufficienti: terapia o ordine pubblico, mentre l’educazione scivola sempre più sullo sfondo proprio quando dovrebbe essere la chiave da cui ripartire.

A Bologna su questi aspetti sociali ed educativi si sta investendo molto e sarebbe ingiusto non riconoscerlo. Ma tempi così complessi richiedono miglioramenti continui e richiedono soprattutto di tenere sempre occhi e orecchie sul territorio, sulle sue dinamiche, su chi per lavoro le conosce a fondo. E richiedono anche di non farci portare via tutto da una narrazione pubblica che si concentra solo su disagio e violenza, perché è l’unica che riesce a bucare il caos informativo in cui viviamo, ma finisce per cancellare tutto il resto che è fatto di tante esperienze positive e pezzi di comunità che, nonostante tutto, tengono.

Come società non possiamo permetterci il lusso di perdere questi principi. Se ci interessa davvero intervenire su paure e violenza, su disagio e fragilità, la strada è investire sempre più in comunità, servizi, scuola e relazioni di cura. E rimettere al centro, senza ipocrisie e scorciatoie, le responsabilità del mondo adulto.


Un pensiero riguardo “I giovani e le responsabilità del mondo adulto

  1. Cara Mery, hai scritto un bell’articolo, ben argomentato, che fa capire molto bene come semplificare fenomeni complessi sia sempre sbagliato. Semplificare per ragioni ideologiche e in mala fede è lo strumento principe della Lega e del Governo che risponde a ogni fenomeno disturbante con provvedimenti repressivi.
    Purtroppo è più facile comunicare con slogan che con ragionamenti, come invece fa Mery: è anche più faticoso, ma solo così si fa politica vera e responsabile.

RispondiAnnulla risposta