Un mini percorso dentro i due teatri principali della città, che fino alla prossima primavera si passano un testimone tra Shakespeare, Pirandello e De Filippo per mantenere viva l’abitudine rispetto al palcoscenico
di Cristian Tracà, dottorando di ricerca
Per chi frequenta le sale teatrali con affetto e costanza, c’è una regola non scritta. Non passa stagione tra le poltroncine rosse senza che ci si confronti con almeno uno dei tre grandi mostri sacri della prosa: De Filippo, Pirandello, Shakespeare. La magia del teatro però comporta che ogni spettatore si porti a casa il suo pezzo di spettacolo e l’alchimia si ripete a ogni occasione, come se fosse sempre la prima volta… In un mondo in cui un contenuto, una volta che è stato prodotto e rilasciato, vive all’infinito nell’etere, qui si gioca ancora sulla sponda dell’irripetibile.
Poi le variazioni sul tema possono essere infinite, e lo sono. La regia può toccare una scenografia e farla vivere in mille modi. Ed è quella la dimensione su cui mi piacerebbe portare il tema. Questo non è un articolo sulla liturgia del teatro, ma un ragionamento sulla creatività e sul potere dell’arte e dei testi di attraversare i tempi parlando sempre in modo diverso, dialogando con i presenti che incontrano.
Quando è nata l’idea di buttare giù qualche nota sul teatro in città su Cantiere Bologna, avevo dichiarato gli enormi limiti del mio sguardo. L’istinto prende il sopravvento sulla razionalità semiotica, estetica, teatrologica. In questo viaggio percorriamo un mini percorso dentro i due teatri principali della città, che si passano un testimone per mantenere viva l’abitudine rispetto al palcoscenico.
Non solo celebri drammaturghi ma anche attori che nel tempo si sono ricavati il loro posto, in alcuni casi facendo anche il salto verso la regia o prestandosi a riletture. Proviamo a capire quale forma prenderanno questa volta i classici, sapendo che tra i lettori e le lettrici ci sono sguardi navigatissimi che hanno visto decine di Amleti, case Cupiello e personaggi in cerca d’autore.
Iniziamo col botto. Dal 30 gennaio al 1 febbraio va in scena infatti una creazione di Antonio Latella, che negli anni ha alternato la sua presenza tra Duse e Arena del Sole. In via Cartolerie arriva un Riccardo III con la presenza speciale di Vinicio Marchioni. Le note di regia rivelano un lavoro originale sulla parola, sul suo ruolo seduttivo, rompendo con i canoni della rappresentazione tradizionale. «Il nostro intento è quello di provare ad andare oltre l’esteriorità del male cercando di percepirne l’incanto», scrive Latella.
Sul palco di via Indipendenza all’Arena del Sole invece, nel weekend successivo dal 5 all’8 febbraio, si potrà assistere a uno spettacolo di Eduardo De Filippo, La grande magia. Produzione tutta meridionale, tra Napoli e Palermo, che vede in scena Natalino Balasso. Uno spettacolo sul confine labile tra realtà, sogno, apparenze, che ricorda in qualche modo il dubbio amletico ma che è calato nella contemporaneità. «…Smarriti i personaggi, smarriti gli spettatori, smarriti gli uomini e le donne di oggi, smarriti nelle relazioni, smarriti nel continuo fondersi del vero e del falso. Cosa è vero? Cosa è falso?».
Ancora Shakespeare e ancora Duse. Il classico per eccellenza, l’Otello. Dal 27 febbraio al 1 marzo per la regia e l’interpretazione di Giorgio Pasotti, che sarà Iago, sul testo scritto da Dacia Maraini. Il tema centrale è la trasformazione dell’amore in controllo e possesso, con riferimento ai tratti patriarcali che la drammaturgia fa emergere. Sorprende che il regista non si prenda il ruolo del protagonista, ma a ben guardare questa scelta crea un filo rosso nella narrazione: orchestratore diegetico ed extradiegetico.
Chiudiamo rimanendo tra le file del Duse. Il Pirandello scelto per puntellare il programma è Uno, nessuno e centomila. Per quanto la scoperta di Vitangelo Moscarda abbia insieme qualcosa di filosofico e teatrale, siamo abituati a visualizzarlo solo nella fantasia. Lunedì 23 marzo invece vedremo un adattamento per il palcoscenico che avrà come protagonisti, tra gli altri, Primo Reggiani e Jane Alexander, volti noti del piccolo schermo. Come ebbe a dire lo scrittore agrigentino «il più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita».
In copertina: una scena dal “Riccardo III” di Antonio Latella
