Nel centenario della nascita del sindaco, il Centro Studi e Ricerche che porta il suo nome – insieme a Fondazione Duemila e all’Associazione Culturale Enrico Berlinguer – propone da oggi al 14 marzo una mostra sulla vita e l’operato del personaggio, nelle sue vesti di storico, intellettuale, amministratore pubblico, dirigente politico del Pci. Un’esposizione documentale e multimediale nel cuore di Sala Borsa che invita a ripensare, con coraggio e immaginazione, il futuro della Democrazia urbana
di Aldo Bacchiocchi, già dirigente politico
Quest’oggi, alle 17.30, in Sala Borsa sarà inaugurata una impegnativa mostra su Renato Zangheri che fu Sindaco di Bologna dal 29 luglio 1970 al 29 aprile 1983. L’esposizione si propone di ripensare al ruolo e all’attività culturale e amministrativa di una personalità che ha ancora tanto da dire, non solo nella nostra città.
Ho avuto la fortuna di conoscere Renato a metà degli anni Sessanta. Ricordi per me indelebili sono le passeggiate pomeridiane ai Giardini Margherita. Mi rammento la calma e la cortesia di una personalità che era capace di dar vita a dialoghi a tutto campo con un ragazzo che cercava di orientarsi tra i dilemmi dell’adolescenza. Poi, agli albori degli anni Settanta, lo “riconobbi”: io funzionario del Pci, lui in predicato di diventare sindaco. Sono stato in quegli anni, almeno in parte, un tramite nel rapporto tra Palazzo d’Accursio e via Barberia. Un rapporto intenso ma in qualche modo “paritario” tra il segretario del Pci di Bologna, Vincenzo Galetti, di ritorno dall’esilio di Praga, e il Professore che ritornava dall’insegnamento in una università inglese dove frequentò l’economista Piero Sraffa. Le politiche sociali, il centro storico di Bologna, le innovazioni nel campo delle istituzioni culturali, la scuola e l’università erano il “pane quotidiano” di un dialogo mai dagli esiti scontati. Zangheri si contornò di assessori di primo piano che Camilla Cederna definì come «i diamanti rossi di San Petronio».
Renato mi chiese di diventare suo assessore. Rifiutai perché pensavo che la mia maturazione politica avesse ancora bisogno della lezione di via Barberia. Nel 1975 fui eletto in consiglio comunale e divenni capogruppo, dopo Antonio La Forgia che divenne assessore. Renato partecipava sempre alle sedute del Consiglio Comunale e ciò determinava un clima, come dire, di solennità. Particolare attenzione fu dedicata al decentramento, alle biblioteche di quartiere, alla riscoperta del centro storico anche per l’apporto di Pier Luigi Cervellati.
Intenso era, e ordinato, l’impegno amministrativo quotidiano che era preceduto, per Renato, nelle ore albari, dallo studio come professore. Il ‘77 fu un trauma per Bologna. Non si fecero i conti, forse, con i flussi desideranti di una generazione che bussava, esigente e prepotente, alle porte di una città troppo sicura di sé. Ma si evitò il “muro contro muro”. In modo discreto ma autorevole si avvertì la preoccupazione di Enrico Berlinguer. E fu dialogo con gli “insorti”. Zangheri coltivò rapporti di rilievo con esponenti “radicali” come era Mario Cagli. Visitava anche con continuità le gallerie d’arte. La classe operaia era comunque la sua stella polare, senza demagogia alcuna.
La mostra che si apre oggi sarà utile. Se mi è consentito: quale può essere una sorta di rinnovata attualità di Renato Zangheri? Ci ha insegnato e mi ha insegnato che il sindaco non è un “a priori” ma è invece un “a posteriori”, per tentare, di continuo, di “fare sintesi”. Ricordo in modo indelebile quanto lo stimassero Giorgio Napolitano ed Enrico Berlinguer, il quale nell’83 lo volle a Roma. Forse pensando a un approdo che la fine straziante di Enrico non permise però di concretizzare.
