Intervista all’artista bolognese che, fino all’8 marzo, sarà in mostra a Palazzo Pepoli insieme a Victor Fotso Nyie, Geraldina Khatchikian, Fiorenza Pancino, Lorenzo Puglisi e Giorgia Severi per un’indagine multidisciplinare e collettiva sul tema dell’identità
di Sara Papini, curatrice d’Arte
L’edizione 2026 di Do Ut Do, iniziativa fondata da Alessandra D’Innocenzo nel 2012 a sostegno della Fondazione Hospice MT Chiantore Seràgnoli di Bologna, è dedicata al tema dell’Identità, intesa non come affermazione individuale ma come dimensione plurale, relazionale e in continuo divenire: un io che esiste solo nel rapporto e nell’attraversamento dell’altro. Un’identità da abitare, più che da dichiarare. La mostra, a palazzo Pepoli, rimarrà in atto fino all’8 marzo, dando possibilità di visitarla anche dopo il weekend di Art City da poco trascorso. In mostra troverete le opere di Victor Fotso Nyie, Geraldina Khatchikian, Fiorenza Pancino, Stefano W. Pasquini, Lorenzo Puglisi e Giorgia Severi, ciascuno con una propria indagine sul tema dell’identità, affrontata attraverso scultura, pittura, installazione, pratiche multimediali e attivismo, tra memoria, trasformazione, immaginario collettivo ed ecologia.
Per saperne di più abbiamo voluto incontrare Stefano W. Pasquini, artista bolognese che è stato coinvolto nel progetto espositivo.
Come avete selezionato i tuoi lavori da inserire in questa collettiva?
«Alessandra D’Innocenzo Fini Zarri ha allocato gli spazi agli artisti, e poi ci ha dato carta bianca sul progetto che volevamo portare. Considerando la particolarità dello spazio espositivo da subito ho pensato di creare un’installazione studiata appositamente per quell’ambiente. Ho inserito due opere di vecchia data: “Severine, unfinished”, un ritratto scultoreo di poliuretano espanso smaltato che avevo realizzato a New York nel 2000, “UI0801 (Water)”, un autoritratto fotografico che mi vede annegare in un bicchier d’acqua, realizzato nel 2008, e poi “UI2601”, un’opera “scultorea” che in realtà è un dipinto che diviene scultura in quanto è tenuto insieme da quattro stivali che, come i piedi di leone in alcuni lampioni ottocenteschi, generano una tensione sufficiente a tendere la tela. Oltre a queste tre opere c’è una piccola scultura di terracotta, una sorta di pensatore, e uno dei miei libri d’artista – ne produco a centinaia – aperto su una pagina che declama “it’s a disaster”».
Sei artisti per una grande collettiva che ragiona sull’Io plurale. Com’è stato lavorare con gli altri nell’allestimento? Come è nata l’idea di mettervi in dialogo?
«L’idea è stata di Do Ut Do. Devo dire che conoscevo solo di fama alcuni dei miei compagni di viaggio per questa mostra, ed è stato molto bello conoscerli e confrontarmi con loro. Con Giorgia Severi in particolare, essendo le nostre due installazioni nello stesso piano, ci siamo preventivamente accordati per evitare che potessero esserci problemi – anche estetici – e sincerarci che tutto potesse funzionare a dovere».
Com’è stato esporre a Palazzo Pepoli?
«È il Museo della Storia di Bologna, ed io, essendo bolognese di nascita, ho trovato essere presente in quello spazio un certo senso di responsabilità. È anche per questo motivo che ho voluto esporre, nello spazio comune, un ritratto di Giorgio Morandi del 2020 che avevo dipinto in occasione di una mia mostra personale a Casa Morandi. Portare della pittura in casa del pittore bolognese più famoso al mondo è stato un gesto un po’ incosciente, dunque ho voluto omaggiare Morandi (che mi guarda un po’ schifato nell’aula dove c’è il suo famoso torchio, e dove faccio lezione di editoria d’arte) e farmi un po’ scusare da lui, anche se probabilmente mi odierebbe».
I tuoi lavori vengono qui definiti come un «insieme di suggestioni pittoriche, fotografiche, scritti e disegni che compongono riflessioni, attivismo politico, grafica pubblicitaria e azioni» ti ritrovi in questa descrizione?
«È difficile sintetizzare il mio lavoro in una frase, anche se quella che citi indubbiamente mi racconta. Il mondo che ci circonda influenza profondamente il mio lavoro – penso ad esempio alla vicenda di Julian Assange, su cui si è incentrata la mia ricerca per un paio d’anni – e il mio modo di vivere l’arte e sperimentare è strettamente legato al concetto di libertà. “Negotiate your freedom” è quanto scritto in una scultura luminosa che probabilmente rappresenta la mia ricerca meglio di qualunque altro mio lavoro. Lavorare per la libertà – stilistica, ma anche politica – mia e degli altri è una cosa che mi preme molto».

Complimenti per la bella intervista ad un artista che da anni alimenta incessantemente le attività artistiche e creative della nostra città.