Attraverso la mediazione del suo obiettivo e con una predilezione per le atmosfere oniriche del bianco e nero, che è fotografia spirituale per eccellenza, lo sguardo della fotografa documentarista e film-maker ha saputo assorbire le conflittualità di questi anni in un discorso al contempo estremamente intimo e radicalmente collettivo, lasciando emergere da ogni scatto l’anima politica di persone, cose e avvenimenti. Un lavoro che si colloca a pieno titolo in quel sottile ventaglio di sfumature, a cavallo tra il mestiere e l’Arte, che è propria di ogni sensibilità nient’affatto comune
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
In un mondo in cui la mediocrità è remunerata con applausi scroscianti e l’eccellenza punita con un silenzio imbarazzato, incontrare uno sguardo originale è un privilegio che non capita tutti i giorni. Se poi quello sguardo decide di posarsi primariamente sullo spazio pubblico, tentando di insinuarsi tra le crepe delle sue contraddizioni attraverso il proprio personale racconto, il privilegio si fa meraviglia e impone, a chi sa riconoscerlo, di celebrarlo come si fa con le piccole e grandi gioie dell’esistenza.
Non c’è dubbio che per chi fa il nostro mestiere, nel tentativo di raccontare questa città e la sua natura in questi anni difficili ed estremamente conflittuali, spesso e volentieri le immagini con cui più abbiamo dovuto fare i conti, e che hanno influenzato decisamente la nostra visione delle cose, sono quelle raccolte attraverso gli occhi di Margherita Caprilli, fotografa documentarista e film-maker aretina fortunatamente trapiantata a Bologna che, in questi giorni, esporrà un piccolo saggio del suo lavoro in una mostra personale, “Con gli occhi nel Futuro”.
L’esposizione, ospitata dal Circolo Arci Eretica di via Tiarini 6A in occasione della sua tre giorni inaugurale nel fine settimana appena trascorso, è un breve pellegrinaggio per immagini lungo alcuni dei più rilevanti accadimenti pubblici di questi anni. Perché dalle manifestazioni fluviali e rabbiose di “Non Una di Meno” a quelle indignate e ribelli contro il genocidio palestinese, dall’Arte pubblica e resistente a quella raffinata e fragile delle grandi istituzioni culturali cittadine e nazionali, gli occhi di Margherita hanno accompagnato per mano e ancora accompagnano l’immaginario collettivo di una generazione, la nostra, che ha imparato ad attraversare il proprio quotidiano in uno stato di precarietà immanente, perennemente intrappolata in quel chiasmo ossimorico e ansiogeno tra rifiuto sdegnato ed entusiastica accettazione che questa città sempre le offre.
Con la mediazione del suo obiettivo e con una predilezione per le atmosfere oniriche del bianco e nero, che è fotografia spirituale per eccellenza, lo sguardo di Caprilli ha saputo assorbire tutto questo in un discorso al contempo estremamente intimo e radicalmente collettivo, lasciando emergere da ogni scatto l’anima profondamente politica di persone, cose e avvenimenti. Un lavoro che si colloca a pieno titolo in quel sottile ventaglio di sfumature, a cavallo tra il mestiere e l’Arte, che è propria di ogni sensibilità nient’affatto comune.
Credere che questa unicità possa essere apprezzata su larga scala, in un sistema che sforna e pubblicizza creativi apolitici e manieristi come prodotti di consumo usa e getta, è indubbiamente un atto di fede che richiede non poco sforzo. Ma già sapere che in questo volgare marasma di marketing artistico e culturale c’è ancora qualcuno come Caprilli che si ostina ad essere inevitabilmente sé stessa, in tutta la sua potente e coraggiosa autenticità, è il segnale che una rivoluzione dell’apparentemente inossidabile status quo, nonostante tutto, non è solo auspicabile ma decisamente possibile.
E tanto basta per esserne decisamente grati.
Photo credits: Margherita Caprilli
