Cpr: “istituzioni totali” da abolire, non da ripensare

L’ultimo rapporto pubblicato dal Tavolo Asilo e Immigrazione a gennaio 2026 parla chiaro: al contrario di quanto ha sostenuto negli ultimi giorni il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, i Centri di permanenza per il rimpatrio non solo non sono ripensabili, ma un’aberrazione strutturale. Un costoso dispositivo di privazione della libertà che viola sistematicamente i diritti fondamentali, fallisce rispetto agli obiettivi dichiarati di rimpatrio sperperando risorse pubbliche e produce sofferenza, degrado e morte

di Rossella Vigneri, presidente Arci Bologna


Nel discorso sulle migrazioni e sulle politiche sempre più restrittive messe in atto dal governo (non solo quello attuale) italiano ed europeo per respingere – mai regolare – i flussi di persone in fuga da guerre, fame e persecuzioni, manca sempre una voce. Quella delle donne e degli uomini che attraversano il deserto, il mare, che affrontano torture e violenze per rivendicare il loro diritto sacrosanto a un futuro dignitoso.

Le persone con background migratorio diventano di volta in volta merce, pacchi da rispedire al mittente, forza lavoro da sfruttare, un pericolo pubblico da rinchiudere. Invece sono tante le storie, le vite e le speranze di chi pensava di essere accolto e invece si trova di fronte alla Fortezza Europa che, in questi anni, ha costruito un sistema di regole tutto basato sull’idea di controlli, esternalizzazione delle frontiere, sulla limitazione, sulla privazione della libertà di movimento.

Se le persone non hanno un nome o una voce è più semplice cancellare pezzo per pezzo i loro diritti. Questo è quello che succede dentro i Cpr, dove l’attività di monitoraggio da parte di associazioni, parlamentari e garanti è sempre più osteggiata, così come denuncia il Tavolo Asilo e Immigrazione nel secondo rapporto pubblicato a gennaio 2026 (qui) dopo aver visitato dieci Cpr, da Caltanissetta a Milano, da Trapani a Roma e Torino. «Sono da tempo in atto tentativi di rendere sempre più difficile, se non impossibile, adeguati controlli su quanto accade all’interno dei Cpr, proprio perché l’azione di monitoraggio ha smascherato le gravi violazioni perpetrate evidenziando le gravi mancanze, non solo degli enti gestori, ma anche delle Prefetture e del Ministero dell’Interno».

Nessuna possibilità di riformabilità – sostiene il Tai – non c’è possibilità di ripensare questi luoghi, al contrario di quanto ha sostenuto negli ultimi giorni il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, aprendo a un dialogo con il Governo. I Centri di Permanenza e Rimpatrio vanno chiusi perché rappresentano «un’aberrazione strutturale: un costoso dispositivo di privazione della libertà che viola sistematicamente i diritti fondamentali, fallisce rispetto agli obiettivi dichiarati di rimpatrio sperperando risorse pubbliche e produce sofferenza, degrado e morte».

Uno dei temi su cui si concentra il rapporto è quello dello stato di salute dei trattenuti, grazie anche all’iniziativa del Forum Salute Mentale che ha attraversato i Cpr di tutta Italia per chiedere la chiusura di quelli che definisce i «manicomi del presente». Tantissimi stranieri portano anche fuori dai centri segni della loro permanenza in questi luoghi. Segni sul corpo e nella mente. Sono tantissimi i gesti di autolesionismo che si consumano tra le mura dei Cpr, atti non solamente simbolici, come dimostra il caso di Ousmane Sylla, morto suicida a Ponte Galeria all’età di 22 anni. Altissima è anche la percentuale di persone che sviluppano forme di dipendenza da psicofarmaci, come nel caso di Oussama Darkaoui, morto nel Cpr di Palazzo San Gervasio anch’egli all’età di 22 anni.

Ma torniamo ai numeri e ai fatti concreti: se l’esistenza dei Cpr viene presentata come uno strumento necessario per allontanare gli stranieri irregolari, sta assolvendo almeno questo obiettivo? I dati ci dicono di no: nel periodo tra 2014 e 2024, a fronte di un costante aumento della capacità del sistema detentivo (con l’apertura di nuovi Cpr e i centri in Albania) e dei termini massimi di detenzione, l’incidenza dei rimpatri effettuati è in costante diminuzione.
La verità è che i Cpr non hanno alcuna rilevanza reale nella gestione delle migrazioni, è una delle tante costruzioni politiche utilizzate – da governi di destra ma pure di sinistra – per alimentare il consenso, per “tranquillizzare gli animi” di una collettività che per anni ha subito discorsi di odio e intolleranza sugli stranieri, l’assillante richiamo a invasioni e strette securitarie. O viceversa – come sta accadendo in questi mesi a Bologna con attacchi costanti da parte del Governo – per “agitare gli animi” alla ricerca di un responsabile e di un nemico comune in vista di nuovi appuntamenti elettorali.

Dai Cpr alle zone rosse, dai nuovi decreti su Sicurezza e Immigrazione al Patto Europeo Migrazioni e Asilo, l’obiettivo è lo stesso: reprimere, limitare i diritti delle persone con background migratorio e chi si oppone alla narrazione egemonica per alimentare una guerra tra gli ultimi che, nel nostro paese, crescono nella totale assenza di politiche sul welfare, sul lavoro, sulla salute, sull’istruzione dignitose per tutte.

Al centro della nostra lotta, di Arci e della rete di movimenti e organizzazioni che chiedono la chiusura dei Cpr, c’è la parola cura, che è l’unica vera sicurezza per le persone che abitano le nostre città e le nostre comunità. Se le parole costruiscono il mondo, lasciamo volentieri alla destra la loro sicurezza di propaganda, mettiamoci al lavoro – nelle piazze, nei luoghi della cultura, della socialità e del lavoro – per costruire un’alternativa che metta al centro le libertà e i diritti fondamentali delle persone minacciate ogni giorno da un governo sempre più autoritario.


7 pensieri riguardo “Cpr: “istituzioni totali” da abolire, non da ripensare

  1. Ma che sta’ succedendo!!!!…. è una invasione!?!?!?
    Il rischio di porre rimedio ad un paciugo creato in precedenza si rischia di deragliare dal binario. Che la Cooperazione sia ridotta a lavorare sul territorio Europeo è un dato di fatto… probabilmente le soluzioni sono tante e diversificate

  2. a) le attività criminose non conoscono distinzione di sesso, religione, nazionalità. E’ ingiusto sostenere che gli immigrati delinquono più degli italiani? Certamente. Lasciamo questi slogan al governo di destra.
    b) gli immigrati irregolari autori di attività illegali o pericolose vanno sottoposti a penalità tali da impedire loro di reiterare i reati, così come deve essere per gli italiani o per altri cittadini stranieri? Direi lapalissiano.
    c) le penalità possono/devono comprendere il rimpatrio degli irregolari autori di reati? Attraverso quali modalità? Oppure tutto deve risolversi con il ridicolo e inutile foglio di via? Il presidente de Pascale ha semplicemente detto: il problema va affrontato seriamente e concretamente.
    d) la presidente dell’Arci replica con parole come “al centro della nostra lotta c’è la parola cura”, oppure “costruire un’alternativa che metta al centro le libertà e i diritti fondamentali delle persone minacciate”. Belle parole, adatte agli slogan di una sinistra che non è quella concreta e pragmatica di de Pascale.
    e) anziché slogan sarebbero gradite proposte concrete, a meno che non si intenda per tale “la parola cura”. Lo scontro è tra il riformismo di de Pascale e il lassismo della “sinistra status quo”. Anche questo è lapalissiano.

  3. p.s.: la cura assicurata agli immigrati dalla Rete Bologna Accoglie, di cui l’Arci fa parte, è indubbiamente meritoria (anche se purtroppo poco nota ai cittadini). Ma bastasse questa a gestire il fenomeno dell’immigrazione, non saremmo qui a chiederci “che fare?”. Cura e sicurezza devono andare di pari passo.

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