La sfida di coesistere nel caos del Pilastro

Il confronto acceso attorno al Muba segue due letture differenti dello stesso progetto, entrambe figlie di un tempo in cui l’ambiente non è più una voce tra le altre, ma il prisma attraverso cui una buona fetta di tutto ciò che è urbano viene giudicato. La forza di un’amministrazione di centrosinistra non sta nell’assenza di conflitti, ma nella capacità di attraversarli senza trasformarli in trincee

di Andrea Femia, digital strategist cB


Negli ultimi giorni Bologna ci ha ricordato che il rapporto tra innovazione urbana e coscienza ambientale è sovrapponibile a quello dei tifosi di Virtus e Fortitudo durante i derby, che si spera tornino presto. Il confronto attorno al Muba – Museo delle Bambine e dei Bambini di Bologna non è soltanto una disputa su un cantiere ma sembra molto di più il sintomo di una città ancora capace di sentirsi viva, attraversata da domande radicali che finalmente – mi sento di dire – non seguono agende altrui. Ecco, se non fosse una cosa seria direi che finalmente ci scanniamo per un tema non imposto dalla destra, che già mi sembra un successo.

La questione oramai è arcinota. Un gruppo di attivisti contesta la scelta dell’area, temendo l’impatto di una nuova cementificazione su verde da preservare. L’amministrazione rivendica invece un intervento che promette di restituire più suolo permeabile di quanto oggi non ce ne sia, grazie a un’operazione di ampia desigillazione. Due letture differenti dello stesso progetto, entrambe figlie di un tempo in cui l’ambiente non è più una voce tra le altre, ma il prisma attraverso cui una buona fetta di tutto ciò che è urbano viene giudicato.

Questa tensione si inserisce in un contesto di fragilità del quartiere San Donato, segnato negli ultimi anni da passaggi complessi e estremamente lunghi e logoranti, culminati poco tempo fa con le dimissioni dell’ex presidente Adriana Locascio, ragion per cui è abbastanza evidente che lo scontro attorno al museo si innesta su un terreno già sensibile. Sarebbe ingenuo non vederlo. Sarebbe folle non vedere che una fetta degli agitatori, per usare un termine arcaico, alcuni neppure residenti in zona, vede l’obiettivo di inserirsi con prepotenza negli equilibri del quartiere certamente più a rischio per il centrosinistra nelle prossime elezioni. Aggiungo, per non mancare di esprimere un’opinione, che lo trovo del tutto legittimo.

Sarebbe altrettanto miope leggere tutto esclusivamente in chiave di opposizione politica organizzata. C’è un dato che non può essere liquidato: nel 2026 una larga parte di cittadine e cittadini sente come prioritario il tema della tutela del verde. Non per moda, non per eterodirezione, ma perché la crisi climatica ha smesso di essere un concetto astratto, ed è opportuno per chi ha il polso del governo cittadino non cadere nella tentazione di credere che tutti i contrari al progetto votino o abbiano votato altrove, sempre ammesso che in questa fase sia rilevante (spoiler: è sempre rilevante).

La forza di un’amministrazione di centrosinistra non sta nell’assenza di conflitti, ma nella capacità di attraversarli senza trasformarli in trincee. Non fa bene all’immagine di una città progressista che un cantiere parta tra tensioni e cariche. Non perché lo Stato non debba garantire legalità, ma perché la politica – quando può – deve prevenire lo scontro, non limitarsi a gestirlo.

Il percorso partecipativo sul Muba c’è stato. È giusto ricordarlo. È altrettanto giusto riconoscere che una parte significativa delle persone residenti ha maturato solo ora un’opinione compiuta sul progetto. Che questo racconti dei deficit nella raccolta dei dati, non è per forza scontato. La partecipazione non è un atto notarile che si esaurisce in una fase; è un processo che vive anche di tempi non domabili. Tanto più una vicenda diventa decisiva nel discorso pubblico, tanto più è facile che l’effetto moltiplicatore aiuti i cittadini a farsi una propria idea.

Ed è per questo che non regge il tema dell’urgenza. I finanziamenti “ora o mai più” sono un argomento sicuramente concreto ma la politica non può affidarsi soltanto al cronometro. Forse, su un’opera destinata all’infanzia, possiamo permetterci qualche settimana in più di confronto, se questo rafforza il consenso e riduce la frattura. Un museo dovrebbe portare gioia e non nascere sotto l’auspicio di lacrimogeni e mazzate.

Esiste una posizione difficilissima da tenere. Riconoscere il valore del progetto – un museo per bambini e bambine come investimento culturale e sociale è una figata, pensate a quando i sindaci venivano accusati di cementificare per delle palazzine squallide – e insieme chiedere che la sua realizzazione sia all’altezza dei principi che il centrosinistra rivendica: ascolto e giustizia ambientale.

Esistono probabilmente degli strumenti per arrivarci: assemblee pubbliche guidate dal Comune, momenti di verifica tecnica aperti, fino ad arrivare a uno scenario intrigante: un referendum consultivo di quartiere nei giorni del referendum costituzionale. Tanto i seggi sono già pronti. Non come gesto di debolezza, ma come atto di forza democratica. Governare non è soltanto decidere; è rendere le decisioni condivisibili. E se anche i cittadini dovessero far prevalere il No, amen, vorrà dire che quello è il volere. Ma magari far votare implicherebbe impegnarsi di più a far capire.

Si dice che le persone si allontanano dalla politica. Eppure, quando si mobilitano per difendere ciò che percepiscono come bene comune, stanno facendo l’opposto: si stanno avvicinando. È paradossale respingerle proprio in quel momento.
Bologna ha sempre saputo tenere insieme innovazione e coesione. Può farlo ancora. La sfida non è scegliere tra museo e parco. La sfida è dimostrare che una città progressista è capace di trasformare il conflitto in occasione di maturazione collettiva.

C’è ancora spazio per coesistere. Per farlo, serve una politica che non abbia paura di ascoltare, nemmeno quando è convinta di avere ragione.


4 pensieri riguardo “La sfida di coesistere nel caos del Pilastro

  1. Proposta suggestiva e intrigante quanto di ardua realizzazione. A meno che non si voglia sottoporre a referendum qualsiasi progetto in qualsiasi quartiere. Ma per il confronto e la maturazione collettiva più che mai indispensabili si potrebbe cominciare con un faccia a faccia tra il sindaco e gli abitanti del Pilastro, magari in un’assemblea en plein air da tenere nel parco. Il MuBa era nel programma del sindaco? Vada Lepore a spiegarlo. E’ inutile mandare avanti assessori, tecnici, imbonitori, nani e ballerini.

  2. Bologna si sta scannando su un museo per bambini. Il cantiere, il parco, gli alberi tagliati, la polizia alle sette di mattina. Ma nel dibattito di queste settimane manca la domanda più scomoda: ne abbiamo davvero bisogno?
    L’Orto Botanico esiste dal 1568. È tra i più antichi d’Europa. Cade a pezzi per mancanza di fondi e personale. Il Museo di Zoologia, quello di Anatomia, quello di Geologia: tesori immensi, orari da ufficio postale anni Settanta, programmazione didattica quasi assente. Un bambino che passa un pomeriggio lì fa esattamente quello che il MUBA promette, con in più secoli di storia sotto i piedi.

    Il problema non è l’idea del museo. È la logica dei fondi PNRR: finanziano il costruire, non il mantenere. Non si possono usare per restaurare quello che già esiste. Si possono usare per tagliare un nastro. E allora si costruisce qualcosa di nuovo, su un parco, con costi di gestione futuri che nessuno ha ancora messo nero su bianco.

    C’è anche un’ironia pedagogica in tutto questo. Il MUBA si ispira al modello Reggio Children, splendido nella sua stagione, celebrato in tutto il mondo negli anni ‘80 e ‘90, oggi però ampiamente superato dalla ricerca.
    La pedagogia contemporanea si è spostata con decisione verso l’educazione in natura: i bambini imparano meglio all’aperto, con le mani nella terra, nel contatto diretto col mondo naturale.
    Che è esattamente quello che stiamo per cementificare.

  3. la spiegazione di tutto secondo me sta come al solito nel denaro del PNRR che arriva a fiumi e come lo si usa (spesse volte MALE) : manutenere un parco che la natura ci ha consegnato bello che pronto in questi anni costa 10, rimodernare le sedi vetuste Di tanti altri museI a bologna si guadagna 50; costruire EX NOVO UN MUSEO BASATO SU un nuovo progetto tutto lustrini, chiacchiere e distintivi ci si guadagna 100 o anche 1000 se ci sai fare: come diceva quel tale?? E’ LA SPECULAZIONE BELLEZZA (O ERA L’ECONOMIA ??) NON ricordo bene…

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