Inshallah

C’è da essere felici quando, di tanto in tanto, alcuni esponenti di maggioranza a Palazzo d’Accursio si prendono la libertà di mettere in piazza i cosiddetti “elefanti nella stanza”, se non di dissociarsi più o meno apertamente dalla linea ufficiale di palazzo o di coalizione. Certo non possiamo sapere se questi interventi otterranno l’effetto desiderato. Ma già adesso possiamo sperare che, da qui a fine mandato, aumentino decisamente di numero

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


C’è una parte pur piccola di me – la chiameremo presuntuosamente pars destruens – che segretamente spera in un centrodestra vincente alle prossime elezioni amministrative per soddisfare, così, quel desiderio di corpo a corpo quotidiano che soltanto i difensori centrali, a maggior ragione se scarsi come il sottoscritto, possono apprezzare fino in fondo.

È la stessa parte che immagina, un prossimo 11 marzo, una rissa in via Mascarella scatenata dalla craniata della vicesindaca a uno dei soliti contestatori d’occasione, autodefinito «compagno di Lorusso». In fin dei conti, nel ‘77, la signora non era manco nei pensieri di mamma e papà. Dunque, al di là dell’istituzione che rappresenta, perché mai imbruttirla gratuitamente ogni anno.

Per non parlare della meraviglia che sarebbe, sempre in questa dimensione alternativa e ipotetica della realtà, vedere la delegata del sindaco ai Quartieri, con tanto di fascia tricolore, prendersi gli insulti dei giovani manifestanti contrari a qualche opera pubblica e poi rivolgersi alla celere in antisommossa, per avvisare molto serenamente gli agenti che quelli son comunque figli nostri, anche se in senso lato, e che prima di caricarli devono passare sul suo cadavere.

Se l’opposizione davvero vincesse, poi, quale occasione migliore di assaltare il Cpr in fase di costruzione insieme a Detjon Begaj e allə suə compagnə di Coalizione Civica, magari dietro uno dei famosi cartelli di Freak Antoni orgogliosamente issato da Marina D’Altri.

Liberatorio sarebbe anche lanciare a caso vagonate di saint honoré davanti alla sede del Rettorato, in compagnia di Mattia Santori, così come gareggiare sulle cargo bike con Simona Larghetti lungo i famigerati binari del tram, sotto la pioggia di insulti degli automobilisti incarogniti. A voler raggiungere davvero la catarsi, infine, ci starebbe pure squattare qualche B&B o ricordare alla destra che, per contrastare lo spaccio, più delle inutili zone rosse servirebbero un po’ più di welfare – o, come si diceva una volta, di redistribuzione – e di sicurezza integrata, possibilmente in accordo con le associazioni del territorio e senza demonizzare la comunità migrante residente.

Capite bene anche voi che in un simile scenario, gli alberi nei parchi ci servirebbero per appendere una carovana di amache e farci ombra mentre fumiamo, scoliamo Peroni da 66 e commentiamo ridendo le imprese del giorno, senza porre alcuna attenzione alle dichiarazioni di ecologisti oppositivi, nel frattempo nominati a capo di qualche partecipata pubblica. E pazienza se le scuole cadranno a pezzi, se il patrimonio Acer in Bolognina verrà dismesso per fare spazio a palazzi di pregio per media borghesia con servizio di vigilanza privato o se gli Ultras dell’Hellas Verona, gemellatisi con la goliardia universitaria, sfileranno dalla stazione allo stadio intonando felicemente “Faccetta nera”, come mia nonna all’ultimo stadio di demenza senile. Sarebbe comunque una bella vita, perché priva di qualsivoglia onere collettivo.

C’è poi l’altra parte preponderante in me – che in maniera altrettanto presuntuosa chiameremo construens – che capisce benissimo come questa gente, nella stragran parte dei casi, per lealtà verso una maggioranza di governo e un’idea futuribile di città si prenda spesso e volentieri responsabilità che non sono sue, anche a rischio di danneggiarsi parecchio. E che persone come il qui scrivente non sarebbero in grado di fare altrettanto, se non finendo inevitabilmente per mandare a quel paese chiunque ogni cinque minuti, a cominciare da sé stessi. Quindi meno male che se l’accollano loro.

Ciò detto, sono assai felice quando di tanto in tanto anche costoro, pur misurando le parole e con la faccia visibilmente stravolta da quella che possiamo serenamente definire non vita, si prendono la libertà di mettere in piazza i cosiddetti “elefanti nella stanza”, se non di dissociarsi più o meno apertamente dalla linea perbenino di palazzo o di coalizione. Dunque ben vengano le accuse di negligenza sulla crisi abitativa recentemente indirizzate da Santori verso l’Alma Mater (qui), così come i distinguo di Emily Clancy (qui) ed Erika Capasso (qui) circa le modalità di contestazione e di gestione del dissenso utilizzate in città. E pazienza se a qualche grigio militante la cosa dà fastidio: sarà eventualmente la Storia a dar loro ragione, Inshallah, e la sincerità non deve e non può temere ritorsioni, soprattutto quando stimola il dibattito.

Non resta che augurarsi, allora, che da qui a fine mandato interventi come questi non solo continuino, ma aumentino considerevolmente di numero. Perché se la politica già straripa di personaggi che non hanno nulla da dire o che tacciono per convenienza, stimare chi va controcorrente e non ha paura di esporsi, anche quando non la si pensa uguale, assume sempre più decisamente i contorni dell’imprescindibile obbligo morale.


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