Una finestra sul mare di Tibe

Il prossimo 2 aprile, ospite del Baumhaus di via Barozzi insieme a Kaze ed Ensi, il giovane musicista bolognese Tiberio Cervellera lancerà, con un concerto evento, il suo album d’esordio “Caratteri Cubitali”. Un progetto artistico che rifiuta i cliché imposti dal mercato, e non ha paura di mostrare al pubblico le verità più intime del suo autore

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


In ogni dove e in ogni tempo, esistono luoghi che non esistono più ma che sono stati, per chi li ha vissuti, microscopici atolli di felicità, floridi di bei ricordi e di amicizie sopravvissute all’inevitabile scorrere degli eventi. Per me, come per tanti della mia generazione, specie se studenti del Liceo Minghetti, il Cicileo di Claudio D’Amuri in via Parigi è stato uno di questi.

In quel minuscolo bar di laertini trapiantati a Bologna, tra fragole ricoperte di cioccolato ed esperimenti alcolici a base pastisse, oltre alla comunità di allora liceali si ritrovava anche un discreto numero di melomani e musicisti, attirati dalle playlist funky e fortemente zappiane che Claudio, che a Zappa assomigliava anche nell’aspetto, lasciava correre lungo quella piccola via del centro storico dalla mattina fino a notte inoltrata.

Sulla stessa strada abitava, in quegli anni, un adolescente con nome impegnativo che avrei imparato a considerare, col tempo, il fratello minore che non ho mai avuto. Perché oggi come allora quando penso a Tiberio Cervellera, in arte Tibe (qui), non riesco a non vedere quel ragazzino, tanto timido nella vita quanto cazzuto sul palco, che a sedici anni mi si sedeva accanto, nei pomeriggi di sole, per regalarmi immeritatamente un po’ del suo talento, facendomi leggere i testi delle sue canzoni.

Purtroppo fare rap e hip hop in Italia oggi, a maggior ragione dopo la violenza commerciale che le Major discografiche hanno esercitato su quei generi musicali, può apparire ai puristi come un tentativo non molto interessante. Ma se si ha la possibilità di ascoltare opere come “Caratteri Cubitali”, album d’esordio di Tibe che verrà lanciato, il prossimo 2 aprile, con un concerto evento al Baumhaus di via Barozzi insieme a due artisti già affermati sulla scena come Kaze ed Ensi, che hanno collaborato alla stesura di alcuni brani, non si può fare a meno di pensare che c’è ancora qualcuno che ha voglia di fare musica soltanto per la propria passione. E che, per farla alla sua maniera, non ha problemi a rinunciare ai soliti cliché.

Non serve infatti conoscere Tibe anche solo un pochino per sentire che, nei suoi versi, non c’è nient’altro e niente meno che lui e la sua storia, in tutta la sua inimitabile unicità. E allora diventa quasi facile immaginare Tibe che soffre per quelli che non lo capiscono, che si cruccia per amici che cadono e fanno fatica a rialzarsi, che si strugge per tutto l’amore che sa dare e per il poco che, il più delle volte, ha ricevuto in cambio.

C’è poi, per quanto mi riguarda, un Tibe un po’ più di nicchia e che quasi non si nota, ma che è altrettanto decisamente inciso tra le pieghe di quelle parole. È il Tibe che ondeggia triste sotto i portici, col suo inseparabile bomber di camoscio e il cappuccio della felpa inesorabilmente calato sopra la testa. Tibe che stravede per Camilleri e divora le meravigliose copertine di ruvido blu notte Sellerio, perché il bianco dei classici Einaudi dopo un po’ stufa e sa d’ospedale. Tibe che si sfonda di caffè perché l’alcol ai minorenni ovviamente no, ma quando arrivano i diciotto in via Parigi è praticamente una festa di strada. Tibe sorpreso, davanti all’ingresso della collezione Tagliavini, che fa scorrere avanti e indietro lo sguardo da me all’ufficiale dei carabinieri che ci cazzia, a giusta ragione, e che in fondo è stato molto gentile e molto paterno: cicileu? ieu, ieu…

C’è il Tibe intimo, quindi, e il Tibe musicista che suona il sax e monta uno studio di registrazione in cantina, usando come isolante i cartoni delle uova, e poi va a Milano a studiare tecnica del suono. Il Tibe che canta da Skeggia, sui tetti o nei peggiori bar di Caracas. Tibe che di tanto in tanto vola su Parigi – quella vera – per godersi qualche concerto e disintossicarsi dai miasmi soffocanti di questa Italia tremendamente provinciale. Tibe che scrive canzoni, fluttuando leggero dentro sé stesso, e che si osserva con delicatezza da una finestra spalancata sul meraviglioso e disgraziato Golfo di Taranto.

Tibe che, in fin dei conti, ha avuto semplicemente la forza di aggrapparsi ostinatamente al suo sogno, per farlo irrimediabilmente assomigliare alla sua vita. Un coraggio feroce e scritto a caratteri cubitali, che non è da tutti. Ma che appartiene, di certo, ai migliori.


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