Enriques, imprenditore umanista e politico degli ultimi

Onore a un uomo così fraterno, direttore d’azienda visionario, intellettuale raffinato e severo, saggio generoso e amico prezioso e speciale. Che sia di conforto, piangendo la sua scomparsa, la convinzione che le relazioni virtuose non si fermano al fattuale ma si prolungano nell’immaginario non meno realistico

di Giovanni De Plato, psichiatra e scrittore


Ci sono molti uomini che amano sedersi in prima fila, sono i primatisti. Non certo lo era l’imprenditore Federico Enriques. Ci sono pochi uomini che si sentono a loro agio se stanno insieme agli altri. Così era lo stile di vita di Federico.

Ci sono imprenditori piccoli e grandi che inseguono l’incremento del profitto cinicamente, incuranti di chi lavora o cerca un lavoro. Ci sono imprenditori che prima del profitto guardano all’interesse della ricaduta sociale della loro produzione. Non hanno il volto feroce del massimo guadagno, ma la mano gentile dello sviluppo comune. È il caso di Federico.

Ci sono politici che si attaccano alla poltrona e non la mollano anche se poco apprezzati o stimati. Federico lasciò il seggio, dopo la prima elezione nel 2006 al Senato nella coalizione di centrosinistra dell’Emilia-Romagna, anche se fu a lungo sollecitato a presentarsi per il secondo mandato. Ci sono eletti nel governo nazionale e locale che scalpitano per un ministero, per un assessorato o una presidenza di commissione. Federico fece parte delle commissioni Bilancio e Politiche europee nel Parlamento italiano, ma rimase fortemente deluso della inconsistenza di quei lavori.

Ci sono uomini che per il potere sono disponibili a ogni trasformismo. Federico rimase un uomo verticale, fedele ai suoi valori di antifascista e ai suoi ideali di democrazia sociale. Lo fu da giovane e non smise mai di esserlo.

Si potrebbe dire che in una vita esemplare, fu una testimonianza di coerenza, un difensore della Costituzione, un costruttore instancabile del bene generale. Ma non fu solo questo. Va detto che da imprenditore Enriques costruì un modello di casa editrice, la Zanichelli, vera fucina d’intellettuali, grande laboratorio di opere e di pubblicazioni che hanno educato e istruito gli italiani. Ne fu ispiratore e direttore generale fino al 2006 per poi divenirne amministratore delegato; lasciò alla figlia Irene Enriques la direzione che con grande managerialità ne segue la tradizione editoriale innovandola secondo le moderne scienze e tecnologie.

Va ricordato che la prima edizione del “Vocabolario della lingua italiana” fu pubblicata nel 1922. Fu ed è un vocabolario adottato da allora in buona parte delle scuole, di ogni ordine e livello, contribuendo alla formazione della identità culturale di uomini e donne. Permettendo agli italiani dopo la fine della Prima guerra mondiale d’imparare a leggere e a scrivere, sconfiggendo l’analfabetismo e la sottocultura del pregiudizio.

Come intellettuale era fiero, senza mai esibirlo, delle origini ebraiche della sua famiglia e del prestigio del matematico Federigo Enriques, che già nel 1896 era professore ordinario dell’Università di Bologna. Di quella cultura accademica Federico si giovò coltivando il sapere storico, filosofico e politico, rifuggendo da ogni accademismo. Divenne ben presto un vero saggio e come tale veniva apprezzato e frequentato dai suoi amici e conoscenti. Aveva una parola vera, gentile e buona per tutti, sapeva stimolare il superamento di problemi, conflitti e dissensi. Sapeva che l’armonia è suono che aiuta le persone a dialogare e a ritrovarsi.

Come animatore a tutto campo di relazioni interpersonali e sociali fu instancabile promotore d’iniziative a forte impatto di cambiamento, in particolare nel campo politico, inventandosi aggregazioni della società civile, come la Sveglia, che animarono una sinistra a corto di idee e d’iniziative. E che permisero di superare la decadenza di una sinistra che consegnò il Comune di Bologna al civismo di Guazzaloca.

Ma non fu solo questo. Negli ultimi anni la sua generosità riuscì a mettere in strada una bella squadra di amici che pedalando per le strade più belle del paese sapeva discutere animatamente, apprezzare la natura, ammirare l’ambiente, visitare i musei, ammirare le mostre e apprezzare la gastronomia a chilometro zero. Questo gruppo di una cinquantina di amici e amiche che ha perso il suo buono e generoso animatore certamente lo ricorderà con tutta la stima e l’affetto dovuti.

Termino con una nota del tutto personale. Per me Federico era più che un amico fraterno e prezioso. Era uno dei pochi miei lettori che sapeva eventualmente apprezzare il mio scrivere e condividere con franchezza e criticità le mie idee. Aspettavo dopo ogni editoriale sul quotidiano locale con interesse il suo giudizio del giorno dopo. Quando non si esprimeva dovevo capire che l’oggetto trattato non era una priorità o un argomento che scioglieva il nodo dell’attualità. Questa franca amicizia mi mancherà molto, moltissimo.

Infine, voglio esprimere a nome degli altri amici un ringraziamento e un caro abbraccio ai familiari per averci donato l’amicizia di un uomo così fraterno, di un direttore d’azienda così visionario, di un intellettuale così raffinato e severo, di un saggio così generoso, di un amico così prezioso e speciale. Che sia di conforto la convinzione che le relazioni virtuose non si fermano al fattuale ma si prolungano nell’immaginario non meno realistico.


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