Da residente del centro storico, sarei disposto più che volentieri a rinunciare a piani quinquennali di cura per far sì che l’Amministrazione possa utilizzare ancora più tempo e più risorse di quelle che già non usa per occuparsi delle vere ingiustizie di questa città
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
«Perché io ti amo Anna, hai capito?!». Erano le 3 di qualche notte fa, al termine di un normale turno infrasettimanale al Pratello, quando la mia attenzione, fino a quell’istante concentrata su pensieri casuali e sparsi per la cucina sotto forma di fumose spirali, fu rapita da questa frase dolorosamente urlata, con marcato accento veneto, nel vuoto urbano che sempre circonda le anime insonni.
Di per sé una discussione tra amanti non è ovviamente nulla di eclatante. Normale amministrazione che, certo, non merita pruriginosi voyeurismi. Ma dal momento che fumare fa male e che l’antica sentenza di James Baldwin – «l’amore non è mai stato un movimento assai popolare» – mi pare sempre più attuale, mi decisi a uscire da me stesso per vedere cosa avevano da offrire, a quell’ora, le fantasmagoriche vite degli altri.
Sotto la mia finestra, in mezzo alla strada e davanti al bagno pubblico ovviamente serrato, c’era una coppia di giovani innamorati. Lui, il dichiarante, inginocchiato come in preghiera. E lei, la ricevente, riversa su sé stessa, il volto a terra e i lunghi capelli ricci a bagnomaria in una chiazza di rigurgito color del Sangiovese da quattro soldi.
Verificata l’impossibilità di una contro dichiarazione, l’innamorato di decideva a rialzarsi bestemmiando e a ritentare un approccio, questa volta con una colonna, ben più deciso in quanto diretto a slacciare subito la cintura e cimentarsi, con condivisibile sollievo, in una minzione liberatoria.
Già nell’estate del 2021, Merola regnante, imperversavano le polemiche sulla vita notturna e le condizioni del centro storico (qui). È il 2026 a Leporlandia e siamo nuovamente a discuterne, complice il nuovissimo quinquennale piano di cura promosso dall’Amministrazione (qui). Ed è probabile che molti lettori, immaginandosi la scena di cui sopra – tanto meravigliosamente punk quanto obiettivamente consueta – siano portati a credere che, per scongiurare questo genere di visioni, l’iniziativa comunale possa essere di qualche aiuto. E forse hanno ragione.
Per parte mia, fermo restando il convincimento che i muri puliti vanno sempre a braccetto coi popoli muti e dunque è meglio scriverci sopra (qui), non ho nulla né contro i bagni pubblici e gli alberi in vaso né contro le dichiarazioni alcoliche andate a vuoto. Ma davanti a quel capolavoro di romanticismo non ho potuto fare a meno di pensare, sorridendone amaramente, che il “decoro” che ci manca non sta tanto nelle infrastrutture pubbliche o nei cantucci da cartolina a disposizione della cittadinanza – che certo servono – ma nel modo e nel tempo in cui tutti noi, più o meno, viviamo il nostro quotidiano.
Turismo o non turismo, infatti, non mi spaventano le cosiddette città dei calici e dei taglieri, quanto il fatto che dove c’è molta offerta, di norma, c’è almeno altrettanta domanda. E allora ecco che l’obiettivo si sposta innanzitutto su di noi e sulle nostre vite, così evidentemente noiose da essersi spesso appiattite sul collezionismo di esperienze enogastronomiche di pessimo livello. E su un problema ben più grave della qualità del Pignoletto e della Mortadella di cui ci ingozziamo come maiali, ossia le condizioni di lavoro – ma possiamo dire serenamente sfruttamento – che subiscono coloro che ce li servono ogni sera: giovani e meno giovani, spesso laureati o creativi senza alternative all’altezza delle loro competenze, impiegati nel settore alberghiero o della ristorazione.
Allo stesso modo mi chiedo se farsi un panemmerda, una dose o una bottiglia, rischiando di “sporcare” un angoletto del Paradiso di noi benestanti, non sia tutto ciò che rimane a tanti, troppi senza dimora, migranti, disoccupati, studenti, anziani soli e lavoratori precari divorati dall’ansia di permessi di soggiorno, tasse universitarie, stipendi o pensioni da fame, bollette e affitti senza senso né etica. Con l’aggravante di vedersi sfrattare, prima o poi, perché qualche residente seguito a ruota dall’amministrazione di Quartiere li reputa “molesti” (qui) o perché il padrone di casa, facendo due conti, ha trovato qualcosa di più profittevole in cui investire.
Dunque confesso che, da residente “talebano” del centro – oltre i viali è tutto contado -, per far sì che l’Amministrazione possa utilizzare ancor più tempo e più risorse di quelle che già non usa per occuparsi delle vere ingiustizie di questa città, sarei disposto più che volentieri a rinunciare a piani quinquennali per fare il putto rococò sotto fontane di reflussi gastrici giovanili, improvvisare slalom giganti tra deiezioni umancanine lungo i portici, e lasciare che il muro di casa diventi un diario pubblico dei pensieri altrui più sconclusionati.
Se poi nei vasi e nelle fioriere qualcuno dovesse trovare una soluzione ai suoi bisogni corporali, infine, non ne farei un dramma. È organico, si biodegraderà, magari aiutando gli alberelli a crescere in altezza. E potrebbe essere un buon punto di partenza per riallacciare i rapporti con Europa Verde.
Photo credits: Il Resto del Carlino

Grazie! Finalmente ho capito.
Gli “arredi verdi composti da alberature a foglia in vaso per aumentare una percezione di benessere connessa alla visuale vegetale”, insomma gli alberelli deportati nelle piazze, saranno i nuovi bagni pubblici in centro storico e daranno un contributo fondamentale al benessere della componente maschile dei city users.
Una pensata di straordinaria lungimiranza politica
Di giorno:
“circa 10 bagni identificati all’interno di spazi pubblici e comunali, quali musei e biblioteche”
E di notte: gli alberelli!!!!