Saggista e poeta candidato allo Strega, tra i fondatori del Centro di poesia contemporanea di UniBo, ha insegnato Letteratura contemporanea italiana all’Università di Bologna. Ultima fatica letteraria un intimo viaggio tra ricordi di vita
di Bruno Damini, giornalista e scrittore
A pochi mesi dall’uscita di “Semplici abbandoni” per Einaudi, candidato al Premio Strega Poesia 2026, Alberto Bertoni ha pubblicato per Marietti 1820 il memoir “L’Alzheimer, i cavalli, la poesia”, quasi un diario intimo che fa emergere ricordi di vita in una prosa delicata per non spezzare i fili della memoria. Lui, che da sempre utilizza il “prosimetro” nelle sue opere, alternando prosa e versi per narrare l’interiorità, il ricordo e l’esperienza personale, in questo libro, privilegiando la forma narrativa, conserva la prosodia e l’apparente semplicità che contraddistingue il suo poetare, una semplicità all’alto della quale s’arriva solo attraverso un lungo percorso di rinunce e di cesello.
C’è tutto il respiro della sua poesia in questa prosa che evoca lontananze, dolorosa e ironica quando ripensa la malattia del padre Gilberto (cui aveva già dedicato il libro di poesie “Ricordi di Alzheimer”), la cui patologia “del lungo addio” ne aveva cancella l’identità azzerando anche la sua di figlio che si vedeva attribuire di volta in volta altri ruoli, un vicino di casa, un amico, un ex collega di lavoro alla Ferrari di Maranello, relegando al dimenticatoio il suo nome di battesimo, costringendolo a nuove forme di dialogo fra soggetti in transizione nell’universo parallelo dell’oblio dove riconoscersi come altro che non solo figlio e padre.
Lungo tutta questa narrazione alla dimenticanza s’oppone la ricordanza e i fatti familiari si mischiano al percorso di crescita di Bertoni, fra Modena e Bologna e ritorno, lui che manifesta una passione precoce per la poesia, la lettura e la lettura ad alta voce, esercizio non facile che lo rende uno dei pochi poeti che fa piacere ascoltare mentre leggono i propri versi (non cantilenando “interpretandoli” o drammatizzandoli). Poi arrivano l’Inter e le corse dei cavalli nelle quali rinnova ogni volta la sfida al coup de dés quando capita che il quadrupede, insanguato o imbolsito che sia, inorgoglito dall’eccitazione del momento, sovverta inaspettato i pronostici, ribaltando i dadi quando la retta finale e il palo d’arrivo sono giudici senza appello, metafore di vita.
Cardinale è un passaggio nel flusso narrativo di questo bel libro, che coinvolge a una partecipazione commossa, dove evoca il giorno dopo il funerale di suo padre, il 7 gennaio 2006, quando la madre gli chiese lapidaria «Ma il papà è morto davvero?», per poi estraniarsi definitivamente dal mondo. Scomparso, se n’è andato, ci ha lasciato? La poesia e la scrittura sovvertono questi luoghi comuni e diventano strumenti per mantenere in vita la memoria, in una prosa dolorosa e ironica dove dominano i ricordi che sono il lascito immateriale che degli altri rimane in noi e di noi in loro.
La malattia del padre e poi la demenza senile della madre rinforzano il suo rapporto con loro riavvicinandoli proprio quando sembrano allontanarsi, sempre più distanti, facendogli riscoprire anche il dialetto modenese, lingua quotidiana del padre. Poi, lungo questo memoir si mescolano ed emergono gli anni della formazione, i maestri in letteratura, a partire Ezio Raimondi di cui fu allievo e poi assistente prima di diventare professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea e di Prosa e generi narrativi del ‘900 all’Università di Bologna. Ma altri amici e maestri d’arte e di vita prendono spazio nel suo racconto, da Pier Vittorio Tondelli a Stefano Tassinari, il servizio militare, deserto tartarico, e anche esperienze ultra-oceaniche, e sono ricordi teneri e attuali, rivitalizzati senza finte nostalgie.
Ora osservate la copertina di questo libro. Il colore dell’immagine non è casuale: il viola del “non ti scordar di me”, fiore simbolo dell’Alzheimer. Si tratta della riproduzione di un dettaglio di un’opera del 1897, “La solitude du Christ”, del pittore simbolista Alphonse Osbert, che riporta al centro una figura all’apparenza umana e proietta fra terra e cielo un suo vago sdoppiamento, forse presago di una trasfigurazione ultraterrena. In un’atmosfera crepuscolare carica di meditazione e spiritualità il cielo è costellato di minuscole stelle sfocate mentre, non a caso, la riproduzione parziale di questo dipinto, nell’attrarre l’attenzione su questa figura, lascia fuori campo un ultimo spicchio di sole al tramonto, quando l’imbrunire prelude l’avanzare della notte.
Photo credits: Elena Grazioli (CC BY-SA 4.0)
