Il dirigente dell’Olimpia Milano, ex Virtus («era gestita come un college»), racconta la sua carriera dagli esordi e fa il punto su Nba Europe
di Federico Mosca, giornalista
«Quando arriva a Basket City Bologna mi sembrava New York. Alla Virtus ho pensato: “È l’unica squadra d’Italia ad avere una palestra propria, è organizzata meglio di un college americano”». Ettore Messina, oggi dirigente dell’Olimpia Milano, icona della pallacanestro non solo italiana e storico capo allenatore delle Vu Nere, che ha portato al primo successo internazionale della sua storia, è stato ospite della redazione di InCronaca per un’intervista esclusiva in cui ha ripercorso le tappe più significative della sua carriera, tra formazione, successi e protagonisti che lo hanno segnato, con un occhio anche sul tema Nba Europe.
Dagli inizi a Mestre fino alla consacrazione con la Virtus Bologna, il percorso di Messina si intreccia con figure decisive come l’Avvocato Porelli, tra i primi a credere nelle sue qualità, e Alfredo Cazzola, protagonista della trasformazione della Virtus in una realtà strutturata e vincente. Non mancano episodi simbolici della storia del basket italiano, come il celebre esonero durato 24 ore deciso da Marco Madrigali, che racconta il rapporto intenso e spesso turbolento tra club, città e tifosi.
La crescita professionale passa anche attraverso maestri e colleghi, a partire da Vittorio Tracuzzi a Bob Hill, fino a Gregg Popovich, punto di riferimento assoluto nell’esperienza Nba agli Spurs. Sul parquet, invece, si alternano i grandi protagonisti: la competitività di Sasha Danilović («Quel famoso scudetto e il ‘tiro da quattro’ sono stati il simbolo di una partita quasi persa e poi ribaltata in modo incredibile»), la crescita di Ginóbili («Manu era un giocatore speciale: a ogni inizio di avventura sembrava in difficoltà, ma aveva una capacità unica di imparare e adattarsi a ogni livello»), la determinazione di Marco Belinelli, fino alle differenze tra icone come Bryant e Duncan («Kobe era duro e ossessivo, Tim più silenzioso ma altrettanto determinante»).
L’intervista attraversa poi le rivalità storiche, con Carlton Myers simbolo della Fortitudo («Lo avrei voluto allenare in una squadra di club, per fortuna ho avuto modo di allenarlo in Nazionale», e le grandi scelte che hanno segnato il basket italiano ed europeo, dal Real Madrid di Florentino Pérez e Jorge Valdano fino alla Nazionale («Allenare l’Italia significa soprattutto creare senso di appartenenza, perché non hai il tempo quotidiano del club»), dal gruppo azzurro del 1997 ai talenti più recenti come Bargnani, Gallinari e Datome. Ampio spazio anche alla dimensione personale, tra famiglia, ricordi e il ruolo dell’allenatore inteso come disciplina e formazione.
Infine, il tema dell’attualità: il progetto Nba Europe. Messina spiega che le 13 squadre fondatrici dell’Eurolega, tra cui l’Olimpia Milano, hanno rafforzato la propria unità, cambiando il Ceo e scegliendo una figura con esperienza Nba per coordinare i rapporti con la lega americana. Un passaggio che ha permesso ai club di presentarsi in modo più compatto, dopo una fase in cui l’Nba dialogava soprattutto con i singoli club.
Il prossimo snodo sarà l’incontro del 28 aprile, richiesto dall’Nba e che coinvolgerà Nba, Eurolega e Fiba come mediatrice. Per la prima volta, i club europei si presenteranno con una posizione condivisa.
Messina sottolinea però come il modello economico proposto dall’Nba per una nuova lega in Europa presenti criticità, con obiettivi come i 20 milioni di euro di biglietteria per club considerati difficilmente raggiungibili nel contesto europeo. Inoltre, diversi investitori avrebbero espresso già perplessità sul business plan, anche a causa delle recenti guerre.
L’intervista completa a Ettore Messina sarà pubblicata il 7 maggio su Quindici, il bisettimanale della redazione di InCronaca.
«Sul tiro da 4 di Danilović non esultai, temevo i 9 secondi finali»
«Sul tiro da quattro punti di Danilović non esultai. Non ebbi il tempo. Guardai il cronometro e vidi che mancavano nove secondi alla fine del match. Il pensiero era uno solo: difendere, non concedere l’ultimo tiro, evitare la beffa. Se ripenso a quel derby con la Fortitudo mi dico: “Non è possibile che l’abbiamo vinta”». L’ex capo allenatore della Virtus tra gli anni Novanta e Duemila torna a parlare, a distanza di quasi trent’anni, dello storico tiro da 4 punti di Sasha Danilović che regalò lo scudetto del 1998 alla Virtus.

«Fu una serie di finale faticosissima. Noi vinciamo la Coppa dei Campioni e torniamo a Bologna in un clima quasi di onnipotenza, tra felicità e stanchezza, con Danilović non al meglio fisicamente». Poi continua: «La finale comincia con un’alternanza stranissima: nessuno riesce a vincere in casa e tutte le partite vengono conquistate in trasferta. Si arriva così a Gara 5, in casa nostra, e siamo sotto per tutta la partita». Messina aggiunge: «Per tutta la gara dal pubblico mi pressano perché togliessi Sasha, che aveva le caviglie distrutte e stava giocando male. Eppure, non so perché, sentivo di doverlo lasciare in campo. Pensai: “Se c’è uno che può ribaltarla, è lui”».
Per tutta la partita la Virtus fa enorme fatica, salvo poi recuperare nel finale proprio grazie a quell’iconica giocata. «Gli danno la palla, lui tira, segna e subisce un fallo ingenuo proprio sotto gli occhi dell’arbitro. Poi realizza anche il tiro libero». In quel momento, però, il coach non esulta. Mancano ancora una decina di secondi e il pensiero è uno solo, evitare che la Effe facesse canestro, condannando la Virtus alla sconfitta . «Loro hanno ancora il possesso. Poi Rivers si palleggia il pallone sul piede e lì, per la prima volta, cambia qualcosa. Andiamo così ai supplementari e in quell’istante penso che forse possiamo davvero vincerla».
Da lì la partita gira, proprio grazie a Danilović, che segna la tripla con fallo, completa col tiro libero il gioco da quattro punti e, nel supplementare, prende completamente in mano la squadra, realizza dieci punti e serve anche un assist decisivo per Binelli. «Alla fine vinciamo lo Scudetto grazie a un giocatore che, fino a pochi minuti prima, sembrava fuori dalla partita». Eppure, anche dopo il tiro leggendario, l’emozione resta trattenuta: «Non riesco davvero a esultare. Continuo a pensare a quell’ultimo possesso difensivo, a quanto siamo stati vicini a subire canestro».
Di quella notte, a distanza di anni, resta soprattutto un’immagine. «C’è una fotografia, quella di Nicola Casamassima, che sembra quasi un quadro di Velázquez: una scena piena di volti diversi, ognuno con la propria emozione. C’è chi è incredulo, chi disperato, chi si mette le mani nei capelli, chi non riesce nemmeno a guardare». Una immagine iconica che racconta tutto di quella Basket City.
«Quella volta che la Fossa ci mostrò il lato B con la scritta “ora baciatecelo”»
La rivalità tra Virtus e Fortitudo è parte integrante della storia sportiva di “Basket City”. Ci sono però episodi che vanno ben oltre il parquet e la pallacanestro: sfottò magari volgari ma capaci di abbattere il morale dell’avversario. Come quella volta che una coreografia composta da tanti lati B a forma di una gigantesca “V” rosa, con l’invito a baciarli, fu l’elemento che mandò in tilt i bianconeri, alla fine annichiliti e battuti. Messina rievoca uno dei momenti più emblematici: «Nella stagione 1999-2000 facciamo un’annata mediocre – racconta il coach – proprio quella in cui la Effe vinse il primo Scudetto». In un contesto già complicato, reso ancora più incandescente dall’atmosfera del PalaDozza, si gioca la stracittadina.

La tensione si percepisce già prima della palla a due. «Erano famosi per le coreografie», spiega Messina, riferendosi al tifo organizzato della Fossa dei Leoni. «Di solito, quando annunciavano la formazione ospite, facevano finta di leggere il giornale. Un modo per dirci che non contavamo nulla». Quella volta, però, il messaggio fu molto più diretto e scioccante: «Durante la nostra presentazione, metà palazzetto viene coperta da un enorme telone nero. Poi, lentamente, si srotola e appare una grande “V” rosa accompagnata da una scritta provocatoria. Un’immagine forte, costruita con i c..i dei loro tifosi incastrati quasi perfettamente. Con l’invito a baciarglieli».
«Fu il massimo del disprezzo – ricorda il coach – una scena talmente estrema che non sapevi nemmeno come reagire». L’impatto psicologico sulla squadra fu evidente. Anche un agonista feroce come Sasha Danilović ne risentì: «Rimase praticamente sotto shock, finì la partita con pochissimi punti». La Virtus perse quell’incontro, ma ciò che rimase impresso non fu soltanto il risultato. «Eravamo inebetiti – conclude Messina – non solo per la sconfitta, ma per la crudezza di quel gesto e per la volontà di umiliarci così apertamente. Alla fine, però, cosa volevi dir loro: avevano ottenuto con una presa in giro quello che volevano». Un episodio che sintetizza perfettamente l’essenza di una rivalità spesso sopra le righe, ma capace di lasciare un segno indelebile nella memoria di chi l’ha vissuta a Bologna.
L’intervista è stata realizzata per InCronaca, giornale del Master in Giornalismo dell’Università di Bologna (Photo credits di copertina: Alberto Biondi).

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