Il libraio Valerio, adesso dipendente di una catena di librerie nella nostra città, si fa mediatore culturale tra editori e lettori, stimolando questi ultimi a essere consapevoli della loro responsabilità, configurata come atto etico e intellettuale, che bilancia la libertà d’interpretazione con il rispetto per il testo e l’autore
di Vincenzo De Girolamo, giornalista
«Non si ricordano i giorni si ricordano gli attimi».
("Il Mestiere di Vivere", Cesare Pavese)
Un po’ di tempo fa, durante una giornata invernale, fredda, mi è capitato di entrare in un supermercato e aggirarmi tra gli scaffali dedicati ai libri. Nel chiedere informazioni a un addetto, lì presente, mi si è parata d’innanzi una giovane persona gentile e competente nel lavoro. Il suo fare mi ha ricordato il piacere che si prova a svolgere un mestiere, quando è amato. Una peculiarità, questa che mi ha sfruculiato tanto da restarmi in testa per qualche tempo. Durante un nuovo incontro, il libraio mi ha mostrato la foto interna della Libreria Agorà, appartenuta al padre. Un luogo con tavolo, poltrona e scaffali adatto a poter animare discussioni e appassionati confronti, abitato da un venditore di libri e sogni.
L’immagine, l’atmosfera che ho ritratto da quell’incontro mi ha restituito agli attimi della mia infanzia. È stato un istante trovarmi davanti al libraio del mio paese, la stanza adibita a libreria e l’abitazione adiacente. Man mano, hanno preso corpo odori, album accatastati in un angolo, colonne di libri di lettura e sussidiari sparsi ovunque sul pavimento, sormontati dai piedi dei tavoli usciti da salotti dismessi e sui quali, ordinatamente, erano impilati quaderni accostati a gomme per cancellare in fila per tre.
Al centro, poi, troneggiava lo scrittoio, circondato da calamai, bocchette d’inchiostro, carta assorbente, pennini, penne stilografiche Parker “51” con inchiostro a rapida asciugatura e le inconfondibili scatole di penne a sfera Bic. Una baldoria che continuava ancora sul lato destro con una distesa di righe e squadre, mentre in bella vista si mostravano temperini pronti per appuntire matite allineate nelle loro scatole.
Su tutto però dominava la presenza del grosso lapis, matitona divisa metà rossa e metà blu. Percepita dagli alunni come uno scudiscio, quando trattenuto nelle mani dell’insegnante, ridisegnava il foglio scritto, punzonando la storia delle sgrammaticature dei pensieri, avvertiti come peccati: veniali se bollati in rosso, mortali se marchiati in blu, una colorazione essenziale all’emissione del giudizio finale espresso, rigorosamente, in cifra numerica.
Una digressione, che mi unisce al custode delle storie: il libraio Valerio, adesso dipendente di una catena di librerie nella nostra città, che si fa mediatore culturale tra editori e lettori, stimolando questi ultimi a essere consapevoli della loro responsabilità, configurata come atto etico e intellettuale, che bilancia la libertà d’interpretazione con il rispetto per il testo e l’autore.
Mano a mano, andando avanti negli incontri, il racconto delinea le tappe che hanno portato Valerio a diventare libraio. Si apre con gli anni ’70 e la Libreria Agorà, spazio ideato e promosso dal giovane padre, rientrato in Puglia, dopo il conseguimento della laurea a Torino. Un luogo aperto, non solo a giovani dove rinfocolare idee di mondi diversi: «Letture e confronti permettono di coltivare piacere e condivisione nella sete del conoscere» è quello che ricorda.
Cresciuto in quest’ambiente, durante i lunghi giorni in cui sembra scomparire l’ombra paterna dalla sua storia di libraio, la presenza invece si manifesta tra le pieghe del suo percorso, disegnandosi in un tragitto che si mostra ai suoi occhi con gesti pieni di ricordi infantili e all’udito con l’eco di una voce che porta a imbattersi in quella dei discorsi del suo genitore, tutto conservato e magicamente rivissuto con sorpresa. Oggi, nello svolgere il suo lavoro racconta spesso quanto conti lo stupore di fronte alle storie di una pagina scritta, resa viva da narrazioni di miti, gesta di persone che attraversano avventure politiche, dolori, amori, riflessioni filosofiche, sociali, personali, e di quanto in queste situazioni la sospensione del tempo, lo straniamento della lettura giochi, una grande speranza, un soccorso al vivere sempre più spesso sprofondato nella crescente solitudine.

«E così che mi sono fatto ingoiare nel ventre del mestiere» che lui definisce «il più bello del mondo: il libraio». Sempre sollecito a essere sintonizzato su quanto avviene nello spazio della libreria, è svelto a leggere fonti, metterle in relazione e interpretarle portando a sé il dubbio per accarezzare il vero o il giusto. Potrei definirlo un passeggiatore particolare dei nostri giorni, che con il suo fare prova a porre rimedio alla funzione disgregante legata allo scorrere del tempo. Un esperto che al lettore offre schede fissate sulle copertine dei libri costruite da linee rapidi ed essenziali di scrittura. E per alimentare le storie, è sempre affascinato e pronto a incontrare e conoscere nuovi autori, stringere con loro rapporti confidenziali, portarsi nella discussione racconti di vissuti da mettere a confronto da affermare e far riconoscere, un continuo far girare la ruota della lettura, un cammino proteso a scoprire com’è fatta la natura umana.
Un bagaglio che concorre a dar valore alla “scelta”, anche quando ha ben presente l’importanza di spostare gli scaffali della libreria per creare uno spazio salotto, capace di ospitare la voce degli autori e i suoi lettori, dare a questi ultimi un’occasione necessaria a soddisfare curiosità intellettuale e stabilire con chi ha creato l’opera, lo scrittore appunto, una connessione umana ed emotiva.
In copertina: la Libreria Agorà di Manduria (Taranto)
