Occupazione al 77%, ma la produzione industriale è inchiodata sotto quota 94 da quattordici mesi. Automotive e meccanica in crisi strutturale, i prezzi continuano a erodere il potere d’acquisto. Le istituzioni si muovono ora, con un anno di ritardo
di Maurizio Morini, imprenditore e innovation manager
C’è un paradosso che attraversa l’Emilia-Romagna in questa primavera del 2026, ed è un paradosso che non si lascia raccontare con il consueto repertorio di metafore industriali. Il mercato del lavoro regge: il tasso di occupazione 20-64 anni sale al 77,0% nel 2025, contro il 75,6% del 2024 — un balzo di 1,4 punti percentuali che il Monitor regionale del 21 aprile classifica come variazione materiale. La disoccupazione 15-74 scende al 4,1%, due decimi meglio dell’anno precedente. Numeri che, presi da soli, raccontano una regione in salute.
Eppure, sotto quella crosta occupazionale, la fabbrica non si muove. L’indice destagionalizzato della produzione industriale italiana (base 2021=100, fonte Eurostat) è inchiodato in una fascia stretta tra 92 e 95 da quattordici mesi consecutivi. Gennaio 2025: 94,0. Febbraio 2026: 93,6. In mezzo, una serie piatta che oscilla senza un segnale direzionale, senza il minimo accenno di ripresa. La crescita occupazionale, in altre parole, non si accompagna a crescita produttiva reale. Il Pil regionale segna +0,5% nel primo semestre 2025 secondo la stima Iter di Banca d’Italia; il valore aggiunto cresce dello 0,2% su base annua. Movimenti compatibili con la stagnazione.

Le filiere che cedono: automotive e meccanica
Il quadro nazionale aiuta a leggere quello regionale. La produzione industriale italiana ha chiuso il 2025 a -0,2% su anno: terzo anno consecutivo in calo, dopo il -2% del 2023 e il -4% del 2024. Ma è la composizione del calo a preoccupare: a febbraio 2025 la fabbricazione di mezzi di trasporto crollava del -14,1% su base annua, e macchinari e attrezzature segnavano -9,7%. Sono i due pilastri del manifatturiero emiliano-romagnolo.
Il report Fim-Cisl di febbraio 2026 mette in fila i numeri della crisi: 115.397 metalmeccanici coinvolti in situazioni di crisi nel solo 2025, con la produzione Stellantis scivolata sotto le 380.000 unità (-24,5% sull’anno precedente). «Centrale la sofferenza delle filiere legate alle transizioni, in particolare l’automotive», scrive il sindacato: una formula prudente che descrive una frattura strutturale, non un incidente di percorso. L’Emilia-Romagna è esposta in prima linea. L’export automotive regionale ha toccato i 9,4 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2025 — il 19,6% del totale nazionale, primato italiano del settore. È una posizione di forza che diventa fragilità quando la domanda europea si contrae e le filiere si riorganizzano. «Se soffre l’Emilia-Romagna crolla l’Italia», ha detto il vicepresidente regionale Vincenzo Colla al “Corriere di Bologna”: la regione genera trenta miliardi di valore aggiunto industriale. Non è retorica: è aritmetica.
I prezzi che mordono il salario
Mentre la fabbrica rallenta, il costo della vita non perdona. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Hicp, base 2015=100) per l’Italia segna 124,3 nel 2025, contro 122,3 nel 2024 e 120,9 nel 2023: +1,4 punti in un anno, +3,4 punti in un biennio. Il nominale occupazionale cresce, ma il reale si mangia parte di quella crescita. È in questa forbice — più occupati, stessa o minore capacità di spesa — che si annida la fragilità sociale che le serie macroeconomiche da sole non fotografano.
Il risveglio tardivo delle istituzioni
Il 24 aprile 2026, in una conferenza congiunta con Confindustria Emilia-Romagna, l’assessore Colla e il presidente Michele de Pascale hanno chiesto al Governo un pacchetto di misure: moratoria sui prestiti, ammortizzatori in deroga, sostegno al reshoring delle filiere, attivazione dell’Industrial Accelerator Act europeo. È il vocabolario dell’emergenza, e arriva — va detto — con almeno un anno di ritardo rispetto ai dati. Questa testata segnalava la stagnazione produttiva regionale già nei primi mesi del 2025, quando l’indice della produzione industriale aveva iniziato a sostare sotto quota 95 senza rimbalzare. La diagnosi non era controversa; mancava la risposta politica.
Il rischio, ora, è quello segnalato dagli stessi promotori del pacchetto: «Stiamo bloccando anche chi è pronto a investire, rischiamo di innescare un circolo vizioso». Quando il decisore pubblico interviene a valle, dopo che l’incertezza ha già paralizzato i piani aziendali, gli ammortizzatori tamponano ma non curano.
Cosa serve davvero (e cosa non basta)
Le misure pandemia-style — moratorie, cassa integrazione straordinaria, garanzie Sace — hanno salvato il salvabile in un’emergenza esogena e simmetrica. La crisi che stiamo attraversando è diversa: è strutturale, è asimmetrica (colpisce automotive e meccanica più del resto), ed è legata alla transizione tecnologica ed energetica. Servono strumenti diversi.
Il primo è una vera politica industriale di filiera, che leghi gli incentivi a impegni verificabili sulla riconversione produttiva — non a generici investimenti. Il secondo è un piano regionale di riqualificazione delle competenze per i 115mila metalmeccanici a rischio: senza quello, l’occupazione di oggi si scarica sui sussidi di domani. Il terzo è l’autoconsumo energetico industriale — comunità energetiche, accordi Ppa, fotovoltaico sui capannoni — perché il costo dell’energia è una zavorra competitiva che nessuna moratoria può cancellare. Il quarto è un selettivo reshoring delle filiere critiche, ancorato a investimenti pubblici nelle infrastrutture logistiche e digitali della via Emilia.
Il rischio della paralisi
L’Emilia-Romagna non è ancora in recessione. Il lavoro tiene, l’export automotive resta primo in Italia, le grandi imprese conservano capacità tecnica e reputazionale. Ma la stagnazione protratta ha un costo che non si vede subito: erode i bilanci aziendali, scoraggia gli investimenti, deprime le aspettative. Quando l’indice di produzione resta piatto per quattordici mesi, non si tratta più di congiuntura: si tratta di un nuovo regime.
Il rischio, oggi, è la paralisi: economica, perché senza crescita produttiva l’occupazione attuale diventa insostenibile; sociale, perché i prezzi continuano a erodere il potere d’acquisto di chi lavora. Le misure annunciate il 24 aprile sono necessarie, ma sono il pavimento, non il soffitto. L’Emilia-Romagna ha le competenze, le imprese e le istituzioni per uscirne — a condizione di smettere di trattare una crisi strutturale con strumenti pensati per emergenze temporanee. Il tempo per la diagnosi è scaduto da mesi.

Sarà una occupazione relegata principalmente al comparto servizi, paghe basse lavoro saltuario gli stipendi supereranno 1000€ al mese o poco più…. chi profetizzò????
Quando qualche anno fa, tra i numerosi bandi locali, risultarono perfino farmacie private tra i destinatari di contributi pubblici ci furono alcuni ironici commenti sulla trasformazione solidaristica della sinistra. Non bastano i soldi per costruire una politica di sviluppo e occupazione, bensì servono cultura e capacità di lettura delle trasformazioni che però non assicurano consenso e tantomeno controllo politico.