L’Antica Drogheria Calzolari a Bologna: dove il vino incontra la poesia

Dopo tanti anni dietro il banco della storica enoteca, Stefano Delfiore vorrebbe tirare i remi in barca ma gli habitué già si sentono orfani e pregano che nessuno mai snaturi l’atmosfera di quel luogo irripetibile

di Bruno Damini, giornalista e scrittore


L’Antica Drogheria Calzolari (qui), in via Giuseppe Petroni, a due passi dal Teatro Comunale, in piena zona universitaria a Bologna, è una bottega storica, con una ricca selezione di caramelle, cioccolato e dolciumi, ma è soprattutto fra le più fornite enoteche della città con l’anima da osteria, una “public house” dove ritrovarsi da sempre gomito a gomito con giovani studenti appassionati di vino, pensionati col cicchetto calmierato, flâneur, artisti, musicisti, intellettuali e professori universitari, tutti col bicchiere in mano a parlare di tutto. Al suo bancone ogni giorno s’avvicendavano Umberto Eco, quando insegnava al Dams, il pittore Concetto Pozzati, il musicista Ezio Bosso, il pittore e scultore Luigi Ontani, l’attore Antonio Albanese, il poeta Nicola Muschitiello, traduttore in italiano dell’opera di Baudelaire. Il filosofo Roberto Dionigi stazionava al bancone per ore, circondato da una corte di giovani discepoli, improvvisando lezioni di filosofia che trasformavano la bottega in una succursale dell’università.

Stefano Delfiore

La Drogheria Calzolari, con licenza di mescita e vendita di vino in bottiglioni, fu acquistata nel 1959 da Umberto Delfiore.
Ai primi del Novecento annoverava fra i clienti Giosuè Carducci che uscendo dalla sua aula universitaria, tutt’ora preservata a Palazzo Poggi, in Via Zamboni 33, qui si fermava a bere un bicchierino. Durante il fascismo fu una rivendita di radio, poi tornò a essere l’istituzione che è ancora oggi, sempre meno drogheria perché tanti prodotti la gente li acquista ormai nei supermercati.

Dietro il banco il vecchio Umberto indossava a mo’ di divisa un grembiule blu che a forza di lavaggi era diventato azzurro. Vendeva il vermouth, frutto di sue segrete alchimie, a 50 lire il bicchierino, “chinato” perché teneva il bottiglione per terra sotto il banco. Qualche cliente fighetto, in vena di spendere, preferiva il Martini. Il Campari Soda era roba di lusso. Quando entrò in bottega il figlio maggiore, Sauro, appassionato di vino, cominciarono le liti perché arrivavano casse di vino che il padre non voleva pagare. Le discussioni durarono fino al 1978 quando Umberto si rese conto che il figlio non cedeva e si ritirò lasciandogli la bottega senza debiti e senza crediti.

Da quel momento quel luogo divenne per tutti “Da Sauro”. I primi tempi furono in salita, ma la trasformazione in enoteca si rivelò una giusta intuizione perché il fatturato annuo del vino raggiunse rapidamente cifre a molti zeri. Sauro era un burbero sornione, anche quando qualche pensiero sembrava distrarlo era sempre pronto a sorprenderti con battute di spiazzante sarcasmo. In un angolo del bancone stava appoggiato il librone nero dei debiti dei clienti, la biro era memoria condivisa. «Marca, Sauro! Dove non arriva la Lira arriva la biro» e lui «Se sei in bolletta non bere!», ma intanto gli versava un bicchiere e marcava. Il momento del saldo spesso generava comiche discussioni e accanite ricerche calligrafiche. 

Le attività della “drogheria” non hanno mai avuto interruzioni, neanche nel 1977, durante i periodi più roventi della contestazione studentesca, quando Ministro dell’Interno era Cossiga, irriso dai manifestanti con la K iniziale e la doppia S runica in stile Sturmtruppen, e nella zona universitaria s’era aperta la caccia a quei riottosi studenti coi capelli lunghi. Spesso alcuni di loro si rifugiavano in drogheria per sfuggire alle retate e Stefano li faceva passare dietro il banco, poi nel retrobottega per farli uscire da una porticina che sbucava in via dei Bibiena. E il babbo chiedeva: ma cosa fa tutta ‘sta gente?

Fu un periodo molto difficile per la città: barricate, blindati dei carabinieri a presidiare la zona universitaria, la chiusura di Radio Alice, la morte violenta di uno studente di 25 anni, Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua, ucciso in via Mascarella da uno dei numerosi colpi d’arma da fuoco provenienti da via Irnerio, dove erano schierate le forze dell’ordine. Il “Convegno sulla Repressione” vide la partecipazione di attivisti e intellettuali italiani e attirò diversi maître à penser e nouveaux philosophes francesi: Sartre con Simone de Beauvoir, Deleuze, Guattari, e un giovane dai lunghi capelli corvini e la camicia perennemente bianca, Bernard-Henry Lévy.

Fra i tanti episodi violenti, il saccheggio del ristorante Al Cantunzein, a pochi passi dalla drogheria, in Piazza Verdi dove gli indiani metropolitani avevano sacrilegamente colorato le belle sculture di Arnaldo Pomodoro. Il bottino di vini pregiati, salami e prosciutti si disperse nelle stradine laterali e intere forme di Parmigiano-Reggiano rotolarono verso ignote destinazioni. 

Nonostante la zona universitaria vivesse un’atmosfera molto tesa, la Drogheria non ebbe mai problemi, nessuno sarebbe arrivato a spaccarne le vetrine perché tutti ci venivano a bere, anche i movimentisti la consideravano un’isola neutrale.

Sauro e Stefano Delfiore
Stefano Delfiore con la nipote Silvia

Stefano è entrato ad affiancare il fratello dopo la laurea in Scienze Politiche a Unibo. Per tanti anni dietro il bancone è andata in scena una quotidiana commedia fra i due, con scambi di battute che alle volte sembravano preparate a tavolino. Sauro mascherava la sua sapienza vinaria dietro una carica di sapida ironia. Allevato al suo magistero, Stefano è profondo conoscitore del mondo del vino e da sempre un convinto barolista. Qualunque sia la capienza delle vostre tasche, affidatevi ai suoi suggerimenti che tengono conto del prezzo e degli abbinamenti nel proporre vini di qualità per ogni disponibilità e palato. Ma Stefano è anche un raffinato scrittore e poeta. Di lui scriveva Roberto Roversi: «La scrittura poetica di Delfiore non è ingrommata dal tempo, né laccata e lustrata a seguito di una rivisitazione colta. Al contrario, si propone con impeto come un momento di autentica e decisa invenzione poetica, sfavillante di intrepida vitalità».

Da sempre scrive poesie in dialetto bolognese, dove il corpo delle parole s’asciuga e s’affila, sul filo di una modernità estrema confermata dalle sue stesse versioni in italiano. Un esercizio rafforzato dall’amicizia e la frequentazione di grandi poeti come Franco Loi, Raffaello Baldini, Tonino Guerra, Gianni Fucci, Tolmino Baldassarri, Franca Grisoni, Amedeo Giacomini, per nessuno dei quali calzerebbe la riduttiva categoria del “vernacolare”.

Come loro, anche lui ha preso in adozione il proprio dialetto, o forse ne è stato adottato poiché ci sono emozioni che si possono esprimere solo così. Com’era solito dire Raffaello Baldini: «In italiano si può parlare di Dio, ma in dialetto si può parlare con Dio».

Oggi, dopo tanti anni in cui Stefano si ritrova dietro il banco, affiancato part time dalla figlia di Sauro, Silvia, comincia a marcare qualche segno di stanchezza. Ci vorrà tempo ma potrebbe finire per vendere e tutti gli habitué già si sentono orfani e pregano che non accada, e chi mai dovesse subentrare non snaturi l’atmosfera di quel luogo irripetibile dove sempre si fa ritorno come in un piccolo porto, sicuri di trovare qualche navigante con cui scambiare due battute. Poco importa se talvolta, come scrive Stefano «… mé an ‘i capéss un’ôstia, / gnént, prezîs sa fóss / drî a dscòrrer / co’ un furastîr…» (… io non ci capisco un’ostia, / niente, proprio come stessi / parlando / con un forestiero…).

E allora lui appoggia i gomiti al bancone, col disincanto che era già di Sauro, che se n’è andato per restare sempre lì, e mentre pensa di fare il giardiniere dei suoi pensieri si soffia il naso con un fazzoletto che ha un nodo per ricordargli d’accendere un’altra sigaretta e mascherarsi dietro un filo di fumo.

L’articolo è stato realizzato per “Sala& Cucina, magazine di accoglienza e ristorazione” (qui).


6 pensieri riguardo “L’Antica Drogheria Calzolari a Bologna: dove il vino incontra la poesia

  1. Conosco Stefano, mi ha sempre accompagnata nella ricerca della migliore bottiglia ogni qualvolta ho varcato la soglia di questo luogo così pieno di atmosfera.
    Stefano mi ha sempre guidata nella scelta, capendo innanzitutto per bene a cosa è destinata la bottiglia, un regalo o per la mia tavola, anche facendomi entrare nel magazzino in mezzo a quantità incredibili di bottiglie e sfatando la vulgata che quello che costa di più sia necessariamente il meglio.
    Quante cene a casa con mio marito e gli amici sono state un successo anche per i vini sempre azzeccati.
    Via Petroni senza la Drogheria perderebbe un pezzo della sua storia culturale.
    Non è immaginabile.

  2. Caro Stefano,
    anzitutto ringrazio Damini, che mi dà l’occasione di rivolgerti pubblicamente un monito e di trasmetterti una riflessione sul mio domani.
    Il monito: non t’azzardare a chiudere! Diventerei astemio senza i tuoi consigli sui vini buoni.
    Riflessione (parafrasando Carducci). Quando non ci sarò più, vorrei essere seppellito sotto una vigna, così da restituirle tutto il vino buono che ho bevuto grazie ai tuoi consigli.
    Mi raccomando, Stefano: niente scherzi!
    Alberto

  3. Questo racconto mi ha incuriosito, quasi quasi una di queste volte mi fermo ed entro anch’io.

  4. Lavoro in Unibo dal 1991. Il giorno dell’arrivo, 1 febbraio, mi portarono a prendere un caffè lì. Buonissimo allora ed ora. Il migliore in circolazione a Bologna! Il mio primo caffè da lavoratore. Spero di prenderlo ancora per molto lì!

  5. Complimenti Bruno per il tuo reportage sull’Antica Drogheria Calzolari, prestigiosa e storica bottega petroniana! Un caro abbraccio all’amico Stefano.🤗

  6. che bello questo articolo, a tratti struggente .
    Mh dato la contezza di come i miei anni siano davvero molti: ricordo benissimo i giorni del 77 qui evocati e la foto della forma di parmigiano che rotola lungo via zamboni dopo essere stata sottratta dal “Cantunzein”.
    Ricordo Sauro e la sua mole che faceva sembrare Stefano molto più piccolo di quello che è.
    grazie per questo tuffo nel passato e, anche, nel presente.

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