Dal 26 aprile 1928 i guerrieri nel fango insegnano la solidarietà
di Alberto Biondi, giornalista
Bologna è una città che si nutre di icone. C’è il rosso dei mattoni, il brulicare degli studenti in zona universitaria, l’eco dei canestri di Piazza Azzarita e il richiamo domenicale del Dall’Ara. Eppure, grattando sotto la superficie di questa metropoli dotta e grassa, si scopre un battito diverso, più ritmato, fatto di tacchetti che affondano nel fango e respiri pesanti che si condensano nella nebbia padana. È il cuore del Bologna Rugby, una realtà che non è solo sport, ma un vero e proprio manifesto di resistenza umana e goliardica.
Parlare del Bologna Rugby significa partire sfogliando un album di fotografie ingiallite e vecchi ritagli di giornale. Fondato nel 1928, il club è uno dei pilastri dell’ovale italiano. In un’epoca in cui il rugby era un’esotica curiosità per pochi coraggiosi, Bologna, ancora una volta, aveva risposto “presente”. Se questo sport in Italia avesse un certificato di nascita, porterebbe l’indirizzo di Bologna. Il 26 aprile 1928, grazie alla visionarietà di Livio Luigi Tedeschi, il rugby bolognese prendeva vita ufficialmente sulle colonne de “il Resto del Carlino”. Il quotidiano chiamò a raccolta i “forti” della città al campo dello Sterlino, attingendo a piene mani dal vigore dei lottatori della società sportiva “Sempre Avanti” e della “Virtus”. Pochi mesi dopo nacque la Federazione Italiana Rugby e il Bologna fu il primo a bussare alla porta, ottenendo il numero 1 nell’affiliazione.
Il debutto assoluto avvenne allo Stadio del Pnf a Roma contro la Lazio, mentre nel primo campionato nazionale del 1928-29 i rossoblù sfiorarono subito la gloria arrivando secondi. Gli anni ’30 furono quelli della consacrazione, con il Bologna capace di chiudere per ben due volte al secondo posto assoluto (nel 1933 dietro l’Amatori Milano e nel 1935 dietro la Rugby Roma), dimostrando che anche sotto i portici si poteva giocare un rugby d’élite.
Il cammino del club è stato un lungo viaggio tra la gloria della Serie A, dell’A1 e l’ebbrezza del Super 10 nel 2001, ma anche attraverso momenti di buio profondo. Nel 2010, con la società sull’orlo dell’estinzione, furono i “suoi” uomini, un gruppo di ex giocatori, a riprendere in mano il timone per amore della maglia, ripartendo dal fango della Serie C per risalire fino alla B. Oggi, questa storia centenaria ha trovato nuova linfa nella fusione del 2021 con la Reno Rugby 1967, dando vita al Bologna Rugby Club. Un’unione che ha spostato il campo dallo Stadio Arcoveggio al Centro Sportivo Pier Paolo Bonori, nel Parco Nord. Il Bologna Rugby 1928 continua a vivere come custode del minirugby, assicurandosi che il seme piantato da Tedeschi quasi un secolo fa continui a germogliare nei sogni dei piccoli rugbisti di domani.
Mentre la tradizione italiana del rugby trovava il suo tempio nel Veneto, Bologna ha saputo ritagliarsi un ruolo di nobile outsider. Non ha vissuto l’egemonia schiacciante degli scudetti a raffica di un Rovigo o Benetton Treviso, ma ha fatto qualcosa di forse più difficile: ha mantenuto accesa la fiamma per quasi un secolo, diventando un punto di riferimento per l’intera regione.
Per capire l’essenza del rugby bolognese, bisogna guardare verso il fiume Po. Il confronto con Rovigo è inevitabile, ma non è una questione di trofei, è una questione di ontologia. A Rovigo il rugby è l’ossigeno. A Bologna, il rugby è un atto di libertà. In una città che offre il palcoscenico della Serie A di calcio e l’Olimpo del basket, chi sceglie il rugby lo fa per vocazione. È un rugby intellettuale, nel senso che è scelto consapevolmente da chi cerca un contatto fisico e umano che altri sport hanno smarrito. A Bologna, il rugbista non è l’idolo delle masse, ma è l’amico che la domenica si trasforma in un guerriero di fango.
Il rugby è spesso inteso come un gioco di pura forza. Niente di più falso. È, tecnicamente, uno dei giochi più complessi e cavallereschi del mondo. Le sue regole ricalcano metafore di vita. Il passaggio all’indietro è l’obbligo del sostegno. Per avanzare verso la meta, devi servire chi ti sta dietro. Non puoi scappare da solo. Se vuoi vincere, devi aspettare il tuo compagno, dargli fiducia, sapere che lui sarà lì a raccogliere il pallone quando tu verrai placcato. La mischia è “la forma di solidarietà” suprema. Otto uomini legati insieme, spalla contro spalla, che spingono in un’unica direzione. Un congegno umano dove la forza del singolo è nulla senza la coordinazione degli altri sette. Nel rugby poi non esiste la protesta isterica. Solo il capitano può parlare con il direttore di gara, l’arbitro. In una società che urla, il silenzio del rugbista che non può e non vuole fare altro che accettare la decisione della massima autorità in campo è una lezione di civiltà incredibile. E infine la Meta. Si chiama così perché non è un traguardo finale, ma qualcosa da raggiungere. E per convalidarla, il pallone deve essere schiacciato.
Ma chi sono questi ragazzi che a domeniche alterne (si gioca in casa e fuori) si danno battaglia al Centro sportivo Pierpaolo Bonori? Il rugbista bolognese è un ibrido affascinante. C’è lo studente universitario fuori sede, arrivato a Bologna per studiare Giurisprudenza o Ingegneria, che trova nel club la sua nuova famiglia. C’è il lavoratore che finisce il turno in officina o in ufficio e corre al campo per scaricare la tensione. C’è lo studente in Erasmus che, dopo la prima volte che mette piede al campo, sa già di aver trovato persone speciali. Gli atleti del Bologna Rugby sono “gente di mondo”. Spesso – ma non sempre – sono più colti e ironici di quanto i loro bicipiti lascino intendere. Il rugby richiede una visione di gioco che è anche strategica. E il pubblico? Al Bonori non si troveranno ultras violenti o cori carichi d’odio. Tra gli spalti ci sono famiglie, vecchie glorie che commentano la partita, e ragazzi che sognano di fare il loro primo placcaggio. Quanta gente ci va? Qualche decina, a volte centinaia nelle grandi occasioni, ma la qualità del tifo vale dieci volte quella di uno stadio di calcio.
Non si può scrivere di rugby a Bologna senza parlare del Terzo Tempo, ovvero del dopopartita. Se gli 80 minuti in campo sono il sacrificio, il Terzo Tempo è la grazia. Finita la partita, le ostilità evaporano quasi istantaneamente. Dagli sguardi torvi di quando sai di aver davanti la persona con cui hai deciso di scambiarti i colpi più duri per ottanta minuti si passa velocemente e di buon grado alle piccole chiacchiere in attesa che il cibo sia pronto. Qui la “Bologna Grassa” trionfa: vassoi di lasagne, gramigna con la salsiccia, fiumi di birra e canti goliardici che fanno tremare le pareti. È il momento in cui si ride delle ferite appena ricevute o inferte. Vedere un pilone bolognese che offre da bere al pilone avversario che gli ha fatto passare un pomeriggio d’inferno è l’immagine più pura dello sport. Il Terzo Tempo è il collante sociale che rende questo sport indistruttibile.
In un’epoca di relazioni virtuali e fragili, il rugby a Bologna può ancora essere un’ancora di salvezza. È uno sport che ti insegna a cadere. E a Bologna, città che sa sempre rialzarsi, questo messaggio risuona forte. Il rugby ti insegna che se sei a terra, c’è sempre un compagno pronto a fare “scudo” per te, a proteggere la palla, a darti il tempo di riprendere fiato. Non importa se non diventerai mai un campione nazionale o se non giocherai mai nel Sei Nazioni allo Stadio Olimpico. Quello che conta è che, una volta indossata quella maglia rossoblù, non sarai mai più solo. È la storia di una città che non smette di sognare. Oggi, il Bologna Rugby Club milita in serie B, ma la sua storia, è ancora tutta da scrivere.
L’articolo è stato realizzato per “Quindici”, rivista del Master in Giornalismo dell’Università di Bologna (qui). In copertina: la formazione del Bologna Rugby Club (photo credits: Andrea Malossini).
