Un’accelerazione poco rispettosa di tutte le parti della comunità educante. Il dubbio che si voglia ulteriormente diminuire il numero di laureati e laureate non provenienti dal Liceo a questo punto è lecito, in un Paese indietro sul livello di formazione superiore, tremendamente gerarchico in base alla condizione economica di partenza e al titolo di studio della famiglia di provenienza
di Cristian Tracà, dottorando di ricerca
Da Bologna, città di lunga tradizione nel settore dell’istruzione tecnica, può nascere ancora una volta un’onda di confronto e protesta contro l’ennesimo tentativo del Ministro Valditara di dare una nuova forma (l’ennesima) alla Scuola Secondaria di Secondo Grado.
In occasione dello sciopero proclamato con varie formule per il 6 e 7 maggio, forse può essere utile ripercorrere che cosa è avvenuto negli ultimi anni. Ci concentriamo sul segmento dell’istruzione tecnica solo perché il provvedimento che va fermato con più urgenza riguarda proprio gli indirizzi tecnologici ed economici. Affronteremo nelle prossime settimane i problemi che riguardano la riforma delle indicazioni per i Licei. Del primo ciclo abbiamo già parlato su questa rivista (qui).
Con un’accelerazione poco rispettosa di tutte le parti della comunità educante, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha imposto alle scuole di rivedere i piani di studio, riducendo il numero di ore di didattica erogate e costringendo a scegliere quali docenti e ore immolare all’interno di un quadro vincolato fornito da viale Trastevere.
Senza nulla togliere alla formazione erogata dagli Its, la riforma è sbagliata per i motivi che proverò a sintetizzare per punti.
1) Tradisce il patto di garanzia e fiducia con le famiglie. Dopo mesi di Open day in cui i genitori dei ragazzi e delle ragazze delle future prime hanno scelto sulla base anche dei quadri orario, ad anno in corso il Ministero obbliga le scuole a cambiare le carte in tavola. Singolare che il Governo che invoca contratti con le famiglie per ogni tema sensibile, poi violi il patto di rispetto che vuole che la didattica rispecchi i piani presentati prima delle iscrizioni.
2) Con tempi stretti costringe i dirigenti a comporre organici e piani di studio del futuro, con un occhio più alla pianta organico che ai bisogni formativi. In un mondo che chiede sempre più internazionalizzazione e flessibilità, si polverizza il numero di ore di seconda e terza lingua e di geografia, si lega la formazione al panorama aziendale locale.
3) Non è rispettoso degli studenti e delle studentesse che decidono di iscriversi a corsi di laurea che selezionano con dei Tolc. Basterebbe parlare con qualche studente che quei testi li affronta per sentire come pesa il gap rispetto al Liceo. Molti test sono basati su chimica, fisica, comprensione del testo. La riforma diminuisce le ore di italiano e delle scienze integrate. Queste ultime sono spesso abbandonate in seconda.
4) Il dubbio che si voglia ulteriormente diminuire il numero di laureati non provenienti dal Liceo a questo punto è lecito, in un Paese già indietro e tremendamente gerarchico in base alla condizione economica di partenza e al titolo di studio della famiglia di provenienza. Lo dico con l’orgoglio di docente che ha insegnato al tecnico e che ha visto ex studenti laurearsi e altri scegliere gli Its, gli stage o il lavoro direttamente.
5) La sensazione è che ci sia molta confusione. Da una parte si allontana la formazione liceale dal resto, dall’altra si annuncia che presto verrà varato un piano per cancellare nominalmente le differenze. Ogni tentativo di superare l’attuale sistema gerarchico va ascoltato, ma a condizione che non sia l’ennesimo contenitore vuoto. Ci ricordiamo ancora i Licei introdotti dalla Gelmini che hanno ulteriormente ghettizzato ciò che rimaneva fuori.
6) La fiducia verso le riforme di questo Ministro è condizionata. Nonostante milioni di euro investiti nei laboratori tecnici e professionalizzanti, nonostante una riforma costosa dell’orientamento, nonostante una spinta fortissima verso la riduzione di un anno, al di là dei proclami, gli iscritti e le iscritte al tecnico, sia in numeri assoluti che reali, non sono cresciuti, in alcuni casi sono persino diminuiti (qui).
7) Sono almeno 70 anni che si studia l’importanza della filosofia e dell’educazione visiva per organizzare il pensiero nel periodo della crescita. Ancora una volta nessuna traccia di allargamento: rimangono materie solo appannaggio della futura classe dirigente. Non è di interesse ministeriale che lo sviluppo cognitivo trasversale sia garantito a tutti gli studenti e a tutte le studentesse?
8) Forse è arrivato il momento di rimandare il bivio che produce classi ghetto nel momento più delicato dell’adolescenza e poi pensare al resto. Le famiglie finora hanno dimostrato di non volere precludere ai propri figli e alle proprie figlie nessun tipo di strada a 13 anni, visto che è stato percepito chiaramente che si sta mettendo in discussione quel principio che almeno formalmente ha garantito finora, a prescindere dalla scelta dopo la terza media, di iscriversi all’Università. Considerazione finale. Il Ministro pensa di risolvere così il disequilibrio tra domanda e offerta nel mercato del lavoro, in un Paese in cui i tirocini diventano occasioni sprecate, spesso proprio per una scarsa convinzione delle aziende stesse?

Ottima seppur triste analisi; ulteriore tentativo di svilire la formazione tecnica, che tristezza e che squallore…